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Siria, la storia di Jad ucciso da leucemia e sanzioni

© Foto : Gian MicalessinIl bambino Jad (a destra)
Il bambino Jad (a destra) - Sputnik Italia, 1920, 26.04.2021
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Aveva solo quattro anni e mezzo, era un bimbo cristiano incontrato in Siria tre anni fa. E morto una settimana fa stroncato da una malattia impossibile da curare in un paese prostrato dalle restrizioni internazionali che rendono impossibile l’arrivo delle medicine indispensabili per la chemioterapia.
Ma oltre a lui rischiano di non farcela migliaia di altri bambini ricoverati negli ospedali di Damasco.
Jad se n’è andato in cielo martedì 19 aprile. Aveva solo quattro anni e mezzo. Non proprio l’età giusta per quell’ultimo viaggio. L’avevo conosciuto tre anni fa al Memoriale di San Paolo a Damasco. Stava già male. “Leucemia” - aveva spiegato Yola Girges, la suora francescana che gestiva l’asilo del Memoriale e ospitava lui e la sua famiglia.
Jad e sua madre erano cristiani, arrivavano da Latakia. Lì l’ospedale infantile aveva chiuso da tempo e trovare le medicine per curare un male così terribile era ormai impossibile. Così Jad e la mamma avevano chiesto aiuto alla chiesa di Latakia che li aveva messi in contatto con Suor Yola. A Damasco si erano sistemati in una delle stanzette del Memoriale. Un tempo vi alloggiavano i pellegrini. Con la guerra si erano trasformate in un lazzaretto per i cristiani malati di tumore provenienti dai quattro angoli del paese.
In quei giorni alloggiavo anch’io al Memoriale. Ero lì per un servizio sui quartieri cristiani bersagliati dai missili e dai colpi di mortaio dei ribelli islamisti trincerati nella zona di Ghouta. Lasciavo la mia stanza all’alba, ci tornavo la sera dopo giornate passate a raccontare la tragedia, ignorata, dei cristiani. Ogni sera mi aspettava la tragedia di Jad. Lui era sempre lì all’ingresso. Sembrava quasi aspettarmi. Gli davo un dito, lui l’afferrava sorridendo ed io l’accompagnavo nei suoi primi passi. In breve Jad mi aveva conquistato. Forse per il suo sorriso. Forse per quegli occhioni spalancati. Forse perché mi ricordava mio figlio, bimbo come lui, lasciato in Italia per tornare a raccontare la guerra di Siria. Non lo so. So che ogni sera lo prendevo in braccio mentre lui mi strappava di mano le chiavi della camera e mi sorrideva.
© Foto : Gian MicalessinIl bambino Jad
Il bambino Jad - Sputnik Italia, 1920, 18.05.2021
Il bambino Jad
Così in quelle sere trascorse con Jad, sua mamma e suora Yola scoprii anche il dramma di tanti altri bimbi siriani malati di leucemia. Tanti, tantissimi, troppi. Tutti lì a Damasco, tutti accampati da amici e parenti perché dopo anni di guerra più della metà degli ospedali oncologici del resto del paese avevano chiuso i battenti. Mancavano le medicine e molto spesso persino i medici. Molti dottori erano scappati a Damasco o in altre zone meno toccate dalla guerra. Altri avevano semplicemente lasciato il paese. I dati parlavano chiaro. Fin dal 2014 la percentuale dei medici rispetto alla popolazione era ormai sotto l’1,3 per mille. In pochi anni insomma i medici erano diventati la metà in percentuale rispetto a quelli di Giordania e Libano dove tradizionalmente si contavano meno dottori che in Siria.
Ma oltre ai medici scarseggiavano le medicine. Le sanzioni colpivano duro. “Qui in Siria - raccontava suor Yola - non abbiamo mai avuto problemi con le medicine perché le producevano le nostre aziende, ma oggi gran parte di quelle aziende hanno chiuso o non trovano più i componenti essenziali per produrre”.
Dietro quel dramma c’erano, e ci sono, le sanzioni, sempre più dure, imposte da Stati Uniti ed Europa per impedire alla Siria di effettuare transazioni economiche utilizzando il sistema bancario internazionale. Progettate per impedire l’acquisto di armi e petrolio o bloccare le esportazioni di capitali finiscono quasi sempre con il colpire non i governi, ma la parte più inerme della popolazione civile. Nel caso della Siria persino un bambino come Jad che in teoria non dovrebbe nemmeno venir sfiorato dalle sanzioni. Anche perché le medicine sono, ufficialmente, esenti da restrizioni.
Bambini di Donbass - Sputnik Italia, 1920, 23.12.2018
Ennio Bordato, una vita dedicata all’aiuto dei bambini
Nella realtà però il meccanismo è assolutamente perverso. Le medicine, quelle chemioterapiche in particolare, richiedono una serie di componenti essenziali prodotti solo da poche grandi multinazionali. Ma queste ultime si guardano bene dal fornirle alla Siria. Il motivo è semplice. In base alle sanzioni ogni trasferimento di denaro riferibile al regime di Damasco viene inesorabilmente bloccato dai circuiti bancari internazionali rendendo impossibile qualsiasi forma di pagamento. Trattandosi di medicinali, potrebbe venir chiesta un esenzione, ma la procedura è complessa e le grandi multinazionali scelgono molto spesso di evitarla. Soprattutto se il mercato è, come quello siriano, ristretto in termini finanziari, ma altamente compromettente in termini politici. E le forniture alternative garantite dall’Oms (Organizzazione Mondiale della Sanità) non bastano a colmare la voragine praticata dalle sanzioni. Utilizzando i fondi messi a disposizione dal Kuwait l’Oms ha garantito le cure di 16mila malati di tumore siriani, tra cui migliaia di bambini colpiti da leucemia. Ma quei fondi non bastano a coprire la domanda.
In this photo taken on Sunday, Oct. 18, 2015, a statue of the Virgin Mary overlooks the village of Maaloula, north of Damascus, Syria - Sputnik Italia, 1920, 18.01.2021
Grazie alla Regione Piemonte un asilo per i bambini siriani di Maaloula
Per questo suor Yola e il sottoscritto si erano illusi d’aggirare il buco nero delle sanzioni portando Jad e sua mamma in Italia. In fondo si trattava di salvare un bimbo cristiano. Un bimbo a cui, ne eravamo certi, nessuno in Italia avrebbe mai negato le cure. In verità non era proprio così semplice. Perché pur essendo cristiano Jad restava sempre siriano. E le sanzioni europee rendono assai difficili e complessi i viaggi dalla Siria. Anche quando di mezzo c’è la vita di un bimbo. Dopo qualche mese di tentativi una telefonata di Suor Jola aveva messo fine all’imbarazzo.
“Jad sta guarendo. Abbiamo trovato le medicine. Le cure stanno facendo effetto. Non serve portarlo in Italia”.
Ci avevamo creduto. Volevamo crederci. A Natale 2019 una foto di Jad ci aveva definitivamente illuso. Era bello, allegro, le gote di nuovo gonfie, un piumino verde, la frangetta a mezza fronte, lo stesso sorriso e gli stessi occhioni impossibili da scordare. Poi la ricaduta. E la settimana dopo Pasqua quella foto spedita da Suor Yola. Di Jad restavano solo gli occhioni spalancati su un visino pallido ed emaciato. Non serviva neanche ascoltare la telefonata.
© Foto : Gian MicalessinIl bambino Jad (a sinistra)
Il bambino Jad (a sinistra) - Sputnik Italia, 1920, 18.05.2021
Il bambino Jad (a sinistra)
“Jad è all’ospedale… non ci sono medicine. Deve iniziare la chemio, ma i prodotti non si trovano più. Devono operarlo, ma non sanno come fare”.
Non c’è stato il tempo di fare nulla. Neanche di sentirsi in colpa. Neanche di maledire qualcuno per la sua indifferenza. Aspettavamo risposte per la sera del 19 aprile. Jad se n’è andato poche ore prima. Senza neppure piangere che manco quello aveva più la forza di fare.
“Leucemia linfoblastica acuta tipo B... tranquilli l’80 per cento sopravvive” - aveva sentenziato solo tre giorni prima un medico italiano.
Ci avevamo creduto. Volevamo crederci. Nonostante la Siria. Nonostante le sanzioni. Nonostante l’indifferenza. Pur sapendo che in Siria non poteva esser vero.
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