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Mele grandi come angurie: i racconti di chi uscì vivo da Chernobyl

© Sputnik / Vai alla galleria fotograficaUn fungo in un bosco vicino a Chernobyl
Un fungo in un bosco vicino a Chernobyl - Sputnik Italia, 1920, 26.04.2021
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Chernobyl 35 anni dopo: le confessioni del comandante Boris: capo di una delle squadre di liquidatori che con il loro lavoro, pagato spesso con la vita, salvarono l'Europa dal collasso nucleare.
L’incidente verificatosi 35 anni fa alla centrale nucleare di Chernobyl è considerato la più grande catastrofe causata dall’uomo nella storia dell’umanità.
Le operazioni speciali per porre rimedio all’incidente furono di fatto comparabili a una guerra. Così come al fronte, anche a Chernobyl affluirono i più forti uomini di tutta l’Unione Sovietica. E così come in guerra, a Chernobyl vi fu di tutto: un nemico resistente, eroismo, arditezza, tradimenti e morte.
In occasione della commemorazione di quella data i liquidatori dell’incidente ricordano la più complessa missione della loro vita.

Cicogna radioattiva

Il vicecomandante del reggimento di Kalinin (oggi Tver) Boris Brilovic fu mandato a Chernobyl due mesi dopo l’incidente all’età di 41 anni. Dal villaggio di Lyudinovo alla centrale nucleare c’erano 30 km e qui i militari decisero di accamparsi pensando che fosse sicuro.
“C’era un lampione con un nido”, ricorda Brilovic. “Nel nido c’era un cucciolo di cicogna che urlava. La madre non lo nutriva da tempo, forse era morta. Prendemmo una scala per raggiungere il piccolo e dargli da mangiare. Nelle vicinanze per caso c’era un chimico che avvicinò alle penne della cicogna uno strumento. Il dispositivo segnava 30 röntgen. Lasciammo andare impauriti l’uccello”.
La dose massima per un liquidatore è di 25 röntgen. Chi si prendeva la dose massima, veniva mandato in ospedale e poi rispedito a casa.
Il comandante in visita all’accampamento aveva minacciato Brilovic di citarlo in giudizio se i suoi sottoposti fossero stati sottoposti a dosi maggiori di quella massima consentita. Tutti erano tenuti a indossare apposite tute protettive e a mantenere sempre i respiratori, anche nell’accampamento.
“Con 30 gradi non era affatto semplice”, osserva il liquidatore.
© Sputnik / Vai alla galleria fotograficaUn elicottero in volo sul reattore 4 della centrale di Chernobyl
Un elicottero in volo sul reattore 4 della centrale di Chernobyl - Sputnik Italia, 1920, 18.05.2021
Un elicottero in volo sul reattore 4 della centrale di Chernobyl

I robot si rompevano, mandarono gli uomini

In 25 giorni erano state costruite 7 dighe sui fiumi che confluivano nel Dnepr per bloccare il flusso dell’acqua contaminata.
Poi i militari furono trasferiti nella regione di Chernobyl, a soli 8 km dalla centrale nucleare. Lì erano già arrivati 4 battaglioni del genio militare, composti da riservisti. A Chernobyl li chiamavano “partigiani”.
Si venne a creare un vero e proprio reggimento che si impegnò a costruire circa 40 sbarramenti idrici, alcuni di oltre 100 metri di lunghezza.
“L’altro lavoro che dovettero eseguire i soldati di tutte le divisioni fu rapido, ma molto dannoso”, continua Brilovic.
Prima di coprire con il sarcofago il reattore danneggiato, si rese necessario farvi cadere dentro i frammenti di barre di uranio danneggiate, i resti dei blocchi di grafite e le strutture in metallo distrutte in esito all’esplosione.
“Inizialmente nessuno si occupò di questo aspetto. Questi frammenti erano sparsi sul tetto ed erano una fonte incredibilmente potente di radiazioni letali”, spiega il liquidatore.
Il tentativo di utilizzare dei robot (sovietici o stranieri) fu un fallimento. Non riuscivano ad attraversare i detriti, cadevano dal tetto, i loro circuiti prendevano fuoco per via delle radiazioni.
Questo compito, dunque, fu affidato agli uomini.

Chi erano gli eroi

“Nella parete adiacente al reattore danneggiato era stato creato un foro per gettare i detriti”, spiega Brilovic. “Dopodiché la radiazione raggiunse livelli incredibili pari a 2.000 röntgen. Indossando la sua tuta protettiva dotata di diversi dispositivi il primo a salire sul tetto fu un sottocolonnello del servizio medico. Le misurazioni mostrarono che in quel luogo era possibile rimanere per un massimo di 3 minuti e mezzo”. In alcuni luoghi specifici le radiazioni erano così potenti che si poteva rimanere al massimo 20 secondi.
I militari che si recarono sul tetto portavano dispositivi che in totale pesavano 40 kg. La tuta, il giubbotto protettivo, le protezioni per gambe e braccia erano tutti in piombo. Le mani erano protette da guanti in gomma, mentre il volto da una visiera in plastica dura.
Brilovic precisa che nel suo reggimento operarono sul tetto della centrale soltanto uomini di età compresa tra 35 e 45 anni, ossia “coloro che già avevano figli”, in modo da tutelare chi ancora doveva diventare padre.
© Sputnik . Igor Kostin / Vai alla galleria fotograficaLa vestizione di un liquidatore
La vestizione di un liquidatore - Sputnik Italia, 1920, 18.05.2021
La vestizione di un liquidatore

Lancia e fuggi

“Bisognava prendere qualsiasi oggetto si trovasse, avvicinarsi all’apertura non più di 2 metri e lanciarlo dentro”, spiega il liquidatore. “Poi correre a ripararsi. I frammenti più pesanti venivano caricati insieme e gettati con l’aiuto di brandine”.
Lanciammo nel reattore oltre 350 kg di frammenti di uranio. Fu la settimana brigata a gettare nel reattore il frammento di uranio più grande e per questo furono loro assegnate le medaglie al valore.

Chi fa di testa sua muore

Ogni soldato impegnato sul tetto disponeva di un dosimetro individuale. Dovevano riportare in un apposito taccuino personale i dati delle radiazioni.
“Nel nostro reggimento abbiamo registrato dosi comprese tra 11 e 40 röntgen. Chi ne aveva ricevute oltre i 25 röntgen veniva portato subito all’ospedale e non faceva più ritorno al reggimento”, spiega Brilovic.
Nessuno sa esattamente quanti liquidatori impegnati a ripulire il tetto della centrale persero la vita. Brilovic stesso fu testimone di 2 tragici episodi.
Entrambi avvennero poiché fu violata la regola più importante: non prendere alcuna iniziativa.
“Uno dei liquidatori si avvicinò all’apertura sul tetto e si sporse per guardare all’interno del reattore e cadde dentro”, racconta.
Un’altra volta perse la vita un giovane sportivo. I tetti delle piattaforme panoramiche accessibili tramite scale verticali erano stati bloccati dai vigili del fuoco e da alcuni sportivi impegnati ad aiutare le operazioni.
“Fu un lavoro estremamente complesso e pericoloso”, continua il liquidatore. “Uno degli sportivi, alla fine di questo lavoro, decise di festeggiare salendo su una delle piattaforme e facendo sventolare la bandiera rossa. Venne premiato con 5.000 rubli (lo stipendio medio era di circa 200, NdR), ma non riuscì a spenderli perché morì”.
© Sputnik . Vladimir Vyatkin / Vai alla galleria fotograficaEstate 1986, nel letto della clinica di Mosca dove venivano curati i liquidatori al rientro da Chernobyl
Estate 1986, nel letto della clinica di Mosca dove venivano curati i liquidatori al rientro da Chernobyl - Sputnik Italia, 1920, 18.05.2021
Estate 1986, nel letto della clinica di Mosca dove venivano curati i liquidatori al rientro da Chernobyl

Non mangiate i funghi

Delle cosiddette meraviglie di Chernobyl, Brilovic ricorda la frutta radioattiva.
“Ad agosto erano maturate delle mele enormi, grandi quando un’anguria di medie dimensioni. Dolci e profumate. Vietammo assolutamente agli altri soldati di toccarle. E così fu finché un “saggio” fisico con un dottorato di ricerca non pubblico sulla Pravda un articolo che diceva: “Ma noi non abbiamo paura di mangiare le mele a Chernobyl. Per ricevere la massima dose consentita di radiazione, dovremmo mangiarne almeno 300 kg”. Così i miei uominu cominciarono a portarne a sacchi. Fummo costretti a bruciarle”.
In seguito, racconta Brilovic, nei boschi cominciarono a crescere funghi evidentemente problematici che gli ufficiali pestarono perché nessuno li mangiasse.
Nei villaggi abbandonati dalle persone comparvero presto nuovi padroni.
“In ogni aia in cui erano rimasti degli animali domestici comparvero delle volpi che si misero a difendere le “proprie” galline dagli altri predatori e a mangiarne una alla volta, quando ne sentivano la necessità”.
Brilovic passò 3 mesi e mezzo nell’aria circostante la centrale. L’ufficiale non ha voluto commentare in che modo quell’esperienza abbia agito sulla sua salute.
Ha soltanto affermato in maniera sconsolata: “niente di buono”.
© Sputnik . Igor Kostin / Vai alla galleria fotograficaBosco radioattivo nei pressi di Chernobyl
Bosco radioattivo nei pressi di Chernobyl - Sputnik Italia, 1920, 18.05.2021
Bosco radioattivo nei pressi di Chernobyl

“All’inizio non sentivamo niente, non è mica un proiettile”

La mattina del 27 aprile il ventisettenne pilota di Torzhok, Gennady Galkin, tornò a casa dopo un turno in aeroporto. Non passarono nemmeno 3 ore che fu raggiunto dai suoi commilitoni.
“Gli dissero che sarebbero dovuti andare in Ucraina per spegnere degli incendi. All’aeroporto stavano preparando tutti gli elicotteri Mi-6 e Mi-26”, ricorda Galkin. “Arrivarono a Chernigov dove si trovavano già decine di uomini della Divisione militare di Kiev. Ogni giorno ne arrivavano di nuovi: da Voronezh, Aralsk, Kaunas e dalla Georgia”.
Galkin e l’equipaggio di cui faceva parte effettuarono il primo sorvolo sul reattore il 29 aprile.
“Sganciarono della sabbia e del piombo all’interno”, racconta. “Per farlo fu necessario effettuare il sorvolo a bassa quota proprio al di sopra dei detriti dell’edificio di contenimento che emettevano emissioni a migliaia di röntgen. Sapevamo che il livello di radiazioni era molto elevato: il nostro dosimetro era schizzato alle stelle. Ma all’inizio non sentivamo niente, non era mica un proiettile”.
Dopo un paio di giorni, “quando effettuò un sorvolo un elicottero di ricognizione ci comunicarono che le radiazioni erano comprese tra 1.800 e 2.300 röntgen”.
Il liquidatore ammette: “Mi sentii in colpa. Ero giovane e mi ero appena sposato”.
© Sputnik . Igor Kostin / Vai alla galleria fotograficaUn elicotterista in volo verso la centrale nucleare di Chernobyl
Un elicotterista in volo verso la centrale nucleare di Chernobyl - Sputnik Italia, 1920, 18.05.2021
Un elicotterista in volo verso la centrale nucleare di Chernobyl

“A 38 anni in pensione”

I primi giorni gli elicotteri passavano in formazione sopra l’edificio di contenimento danneggiato. “I liquidatori preparavano sacchi di sabbia a una quota di 700 metri e poi li lanciavano nel cratere a una quota di 200 metri o anche meno”, continua Galkin.
Più si scendeva di quota, più la temperatura nella cabina dell’elicottero aumentava, anche fino a 80 gradi. I piloti erano stremati dal caldo. Non c’erano dispositivi di protezione. Per proteggersi in qualche modo dalle radiazioni, avevano messo delle lastre di piombo sul pavimento della cabina.
“Verso sera le mani e il viso erano in fiamme, avevamo la nausea e rimettevamo”, spiega il pilota. La missione durò 10 giorni.
“Chi ricevette dosi oltre il limite consentito fu spedito negli ospedali di Mosca in aereo. Nel nostro equipaggio tutti ricevemmo una dose di circa 25 röntgen. Tornammo a Torzhok”.
Questi 10 giorni, spiega Galkin, mandarono in fumo tutti i miei progetti di vita:
“Non voglio ricordare le malattie che ho avuto, ma a 37 anni sono stato dichiarato non idoneo al volo e a 38 mandato in pensione, come i ballerini. Sognavo di avere molti figli, ma ho avuto solo una figlia”.
Dell’equipaggio di Galkin oggi sono vivi soltanto lui e un altro pilota.
“Non pensavo che avrei dovuto seppellire il mio comandante”, afferma accorato il liquidatore. “Non beveva, non fumava. Era in piena salute. E all’improvviso sviluppò un tumore al cervello”.

Niente vodka: il falso della serie tv americana

“A dicembre del 1986 i lavori di liquidazione erano in corso da oltre 6 mesi”, spiega Yury Fedorov. “Avevano concluso la costruzione del sarcofago. Pensavo che tutto fosse finito, ma non è stato così”.
Al tempo Fedorov aveva 40 anni. Era commissario politico nella divisione di artiglieria. Poco prima del Capodanno al maggiore fu proposto di sostituire un collega “malato” nella divisione scientifica dispiegata nei pressi di Pripyat.
Il 18 dicembre raggiunse l’accampamento nel villaggio Orane, a 40 km dalla centrale nucleare, dove erano accampati 2.500 soldati.
“Nei film americani mostrano che ci portavano l’alcol nelle cassette”, spiega Fedorov. “Non è affatto così: in quel luogo regnavano la disciplina e la dura legge”. Dei 60 giorni di missione quasi tutto il tempo Fedorov fu impegnato alla centrale nucleare.
© Sputnik . Vitaly Ankov / Vai alla galleria fotograficaUn gruppo di soldati arrivati a Chernobyl nei giorni successivi alla tragedia
Un gruppo di soldati arrivati a Chernobyl nei giorni successivi alla tragedia - Sputnik Italia, 1920, 18.05.2021
Un gruppo di soldati arrivati a Chernobyl nei giorni successivi alla tragedia
“In strada si lavavano via le radiazioni con un’apposita soluzione е ripetevano la pulizia in casa. Prelevavano il terreno con le pale, lo caricavano in macchina e lo portavano al cimitero. Uomini e dispositivi venivano misurati con il dosimetro”, spiega il soldato.
Nessuno dei liquidatori, a detta di Fedorov, si lamentava:
“Mi ricordo che dicevano: a ognuno la sua guerra. Ad alcuni la Grande guerra, ad altri la guerra in Afghanistan, ad altri quella di Chernobyl. Alcuni ne combatterono persino due”.
Insieme al coraggio e al valore dei liquidatori, sostiene Fedorov, “vi fu anche una certa arditezza, un’indifferenza nei confronti della propria salute”. Fedorov ricorda che i liquidatori impegnati sul tetto si definivano persino “bio-robot”.
“Alcuni comandanti mandarono sul tetto una stessa persona anche 2 o 3 volte, previo consenso del soldato interessato”, spiega. “Così si poteva ripulire più velocemente il tetto e andarsene a casa”.
© Sputnik . Vitaly Ankov / Vai alla galleria fotograficaIntervento di disattivazione di materiale radioattivo nell'area della centrale di Chernobyl
Intervento di disattivazione di materiale radioattivo nell'area della centrale di Chernobyl - Sputnik Italia, 1920, 18.05.2021
Intervento di disattivazione di materiale radioattivo nell'area della centrale di Chernobyl

Carne, pepsi e pezzi di ricambio

“Da Chernobyl qualcuno ci ha anche guadagnato”, aggiunge Fedorov. “Qualcuno portava via le cose, la carne per nutrire i liquidatori spariva. La pepsi e la soda che portavano gratis veniva rivenduta nei negozi vicino all’accampamento. Alcuni aspettavano dietro la recinzione spinata dove si lasciavano le macchine. Ne recuperavano i pezzi, li pulivano con la soluzione apposita. Li abbiamo beccati più volte”.
Ma casi simili, secondo Fedorov, furono “isolati”. Nel complesso tutti facevano il loro dovere.
Più di 600.000 persone salvarono il mondo dalle conseguenze dell’incidente di Chernobyl lavorando per ben 4 anni. La maggior parte di questi liquidatori oggi non sono più in vita.
© Sputnik . Stringer / Vai alla galleria fotograficaChernobyl, oggi: turisti davanti al monumento ai liquidatori, sullo sfondo del nuovo sarcofago che ricopre il reattore 4
Chernobyl, oggi: turisti davanti al monumento ai liquidatori, sullo sfondo del nuovo sarcofago che ricopre il reattore 4 - Sputnik Italia, 1920, 18.05.2021
Chernobyl, oggi: turisti davanti al monumento ai liquidatori, sullo sfondo del nuovo sarcofago che ricopre il reattore 4
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