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Sociologo Fara (Eurispes) parla dell’Italia del “Ni” ai tempi Pre e Post Covid

© Foto : Public Domain Torre di Babele
Torre di Babele - Sputnik Italia, 1920, 20.04.2021
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In piena pandemia è uscito “L’Italia del “Ni” 100 appunti per cercare di capire un Paese complicato” (Edizioni Minerva) - un libro che oggi è diventato ancora più attuale perché racconta il Paese in conflitto con sé stesso.
L’autore del volume Gian Maria Fara, presidente di Eurispes e sociologo, si interroga sulla qualità della democrazia italiana, sulle sue trasformazioni, sulle sue degenerazioni. Partendo da casi concreti (come le rivolte dei “gilet gialli”, le contestazioni di piazza dopo il voto...) mette nero su bianco 100 appunti che affida al lettore di “buona volontà”, nella speranza di riuscire a fissare alcuni passaggi delle vicende politiche, economiche e sociali del paese, perché possano aiutarci ad avere più chiara l’idea del futuro. Si tratta di un vero e proprio vademecum al quale fare riferimento “in caso di difficoltà”.
© Foto : Gian Maria FaraIl libro di Gian Maria Fara
Il libro di Gian Maria Fara - Sputnik Italia, 1920, 18.05.2021
Il libro di Gian Maria Fara
Sputnik Italia ha raggiunto Gian Maria Fara per parlare degli errori commessi nel recente passato, delle sfide che sta affrontando l’Italia del “Ni” oggi e delle prospettive per il futuro.
— Prof. Fara, cosa Le ha spinto di scrivere questo libro? Perché ha deciso di definire l’Italia con una metafora, il “Paese del Ni”?
— Quando qualcosa funziona, è bene non disfarsene... Così, fedele al contenuto, al metodo e al formato, ho affidato a questo volume la prosecuzione de La Repubblica delle Api pubblicato nel 2013. Anche in questo caso, ho isolato 100 appunti attraverso i quali cerco di descrivere un Paese complicato, il nostro.
NoTav - Sputnik Italia, 1920, 17.09.2020
Arrestata la portavoce dei No Tav, attimi di tensione fuori la sua abitazione
L’Italia è eternamente in conflitto con sé stessa e con l’idea stessa di futuro. Tentando di rappresentarlo in estrema sintesi, sono arrivato a definire il nostro Paese come l’“Italia del nì”, che non riesce mai ‒ su nessun argomento di interesse generale e su alcuna prospettiva di lungo periodo ‒ a esprimersi in maniera definitiva con un “No” o con un “Sì”. Indecisione nella quale le scelte non sono mai chiare, soggette a cambiamenti o capovolgimenti o, nel migliore dei casi, come nella processione di primavera di Echternach, descritta da T.W. Adorno nel suo Minima Moralia, a procedere facendo due passi avanti e uno indietro. Basti ricordare i casi delle Olimpiadi a Roma e di quelle invernali rimpallate tra Torino, Milano e Cortina; la questione della Tav e quella della Tap, la costruzione dello stadio a Roma, il problema delle trivelle in Adriatico e il risanamento dell’Ilva. E altro ancora. Senza contare le infinite discussioni e i ritardi sulla gestione del post-terremoto nell’Italia centrale o a Ischia. Sul piano istituzionale, si tratta di un fenomeno che riguarda tutti. Di una vera e propria patologia che non risparmia nessuno degli attori pubblici in campo e che segna, in forme diverse, le stesse Istituzioni.
— Nel libro Lei scrive che in Italia convivono due economie diverse: una ufficiale e l’altra ufficiosa, alle quali ne va aggiunga anche la terza, quella criminale. Come interagiscono queste realtà adesso, durante la crisi Covid? 
Società e persone - Sputnik Italia, 1920, 30.01.2020
Eurispes, Italiani un popolo incattivito che 'galleggia' lontano dalla politica
— Abbiamo sempre detto che esistono 3 Pil nella nostra economia. Un Pil ufficiale al quale si affianca un Pil sommerso equivalente a circa un terzo di quello ufficiale, una proporzione che si è mantenuta costante nel tempo. A queste due economie si aggiunge quella criminale che l’Eurispes ha stimato in oltre 250 miliardi di euro. Alcuni hanno indicato questo dato come eccessivo. Ma le basterà fare riferimento anche ad una sola delle operazioni recentemente condotte dalla Guardia di Finanza nella quale sono stati sequestrati beni per 1 miliardo di euro. Il lavoro delle Forze dell’ordine, anche della Polizia e dei Carabinieri, è costante e quotidiano, i controlli sono fittissimi. Come gli stessi investigatori ammettono, poi, quello che emerge dalle operazioni di contrasto alla criminalità organizzata è solo la punta dell’iceberg di un fenomeno molto più articolato e complesso.
Dunque, la valutazione dei numeri di questa singola operazione, del valore dei beni e del business generato, è un indicatore importante e un monito per chi sottovaluta la potenza economica della criminalità organizzata.
Oggi, lo sappiamo, la mafia si occupa di alta finanza – non solo di traffici illeciti – dove sposta gran parte dei propri interessi e dei propri denari, opera con le stesse modalità di una holding. In più, avere a disposizione risorse ingenti, permette alle mafie di essere sempre più sofisticate e avanzate nell’uso delle migliori tecnologie disponibili. E sempre più il confine tra economia legale e illegale sta diventando labile. La crisi riconducibile al Covid-19 ha, di fatto, bloccato alcuni settori dell’economia ufficiale e molta dell’economia sommersa.
LEGGE3.IT - Sputnik Italia, 1920, 13.03.2021
Crisi e imprenditori: nel Lazio picco usura
Sicuramente si è acuito il fenomeno dell’usura, così come sottolineato anche dai report della Criminalpol. Penso ad alberghi, ristoranti, attività commerciali e artigiane che a stento sopravvivono, a quelli che già hanno chiuso, alle aziende con produzione ferma che sono costrette a rivolgersi al mercato dell’usura a fronte delle difficoltà di accedere al credito ufficiale.
​Il sommerso è stato, nel corso degli ultimi decenni, un vero e proprio ammortizzatore sociale che ha permesso agli italiani di superare l’onda provocata dalla crisi economica partita nel 2007/2008.
Possiamo ipotizzare che questo fenomeno tenderà ad acuirsi, per necessità, per impossibilità delle stesse aziende, delle persone, a mantenersi in quadro di legalità.
Passeggeri in mascherina a New York - Sputnik Italia, 1920, 17.12.2020
Come sarà ricordato l'anno della pandemia? Parola al sociologo Pennetta
— Il Suo volume è una raccolta di riflessioni ad ampio raggio, scritte nell’arco degli ultimi sette anni (2019/2013) ma sembra che molte caratteristiche del Paese da Lei citati abbiano preso corpo anche nel corso dell’annus horribilis. La gestione della pandemia (soprattutto della parte comunicativa), la crisi del governo in un momento così difficile e i cambi dei colori, che spesso creano tanta confusione, sono ulteriori manifestazioni del concetto affrontato nel libro?
— Sì, certamente. La gestione della pandemia, soprattutto nella prima fase, è stata contraddittoria e confusa e ha disorientato non poco gli italiani. In particolare, il governo precedente ha mostrato forti segnali di incertezza e si è circondato di collaboratori e consulenti delle più diverse provenienze. Siamo stati costretti a subire l'invasione di esperti e pseudo-esperti, virologi, epidemiologi, psicologi e chi più ne ha più ne metta. Il quadro che ne è emerso dava l'idea di un Paese indeciso su tutto: sulla chiusura delle attività, sulla priorità delle vaccinazioni, dall'acquisto stesso dei vaccini. A dire la verità, una mano in questo senso ci è arrivata anche dall’Europa.
E persino i paesi che si considerano tradizionalmente più precisi e più virtuosi hanno mostrato tutti i limiti possibili, soprattutto nell’acquisto dei vaccini anti-Covid, i cui risultati stiamo vedendo in questi giorni.
— Probabilmente è arrivato il tempo di voltare la pagina. Dove andrà l’Italia del Nì dopo la pandemia? A Suo avviso, su quali pilastri deve fondarsi la ripresa del Paese che funziona?  
— Nella crisi c’è sempre una grande occasione. E nel nostro caso è l’occasione per dare una svolta al futuro dell’Italia e al suo ruolo all’interno delle dinamiche internazionali.
Per imboccare questa strada, però, occorre un Governo competente. E finalmente l’Italia ha una guida autorevole e competente, come Draghi, un uomo rispettato anche a livello internazionale. È necessaria una guida autorevole e credibile a cui gli italiani possano affidare gli straordinari sacrifici che sono chiamati a fare e che dia speranza nel futuro. E occorre far presto, perché, come diceva Keynes, “nel lungo periodo…”.
Se tutti i paesi del mondo si misurano oggi, in piena era della globalizzazione e di fronte al tema della sostenibilità dello sviluppo, con una sfida epocale, l’Italia deve sostenere, ancor prima, un'altra sfida: quella di risorgere dal declino nel quale è scivolata, nell’incuria della sua classe dirigente generale. Anche se l’Italia ha sinora perso alcune posizioni nella competizione che la sfida globale impone, il suo patrimonio, la sua potenza rimangono di fatto inalterati e aspettano solo di essere riconosciuti, messi a frutto ed investiti. Si tratta quindi di passare dalla potenza all’atto, ovvero di trasformare la potenza in energia, cioè a quella fase di costruzione e di creazione senza la quale la potenza rimane fine a sé stessa, inutilizzabile, senza scopo né direzione, incapace di produrre azione e quindi futuro.
— Alcuni dati dell’Istat sulla nascita, sul divario Sud-Nord, sull’occupazione purtroppo non lasciano sperare per il meglio…Da un sociologo come Lei immagina il 2021/22 per gli italiani che, come vediamo tutti i giorni sulle piazze, sono disperati e molto stanchi?
— L’Italia riparte solo se riparte anche il Sud. L'orizzonte di certezze del Mezzogiorno inizia dal suo stesso essere al centro della cultura mediterranea: il topos originario in cui tutte le grandi questioni nazionali e internazionali trovano significato e conseguente esplicitazione.
Il primo dei tornanti decisivi che in particolare la classe politica e quella imprenditoriale del Meridione devono impegnarsi a superare è: rinunciare all’occupazione e alla gestione del potere per avviarsi alla costituzione di un grande progetto di risorgimento economico, politico e culturale.
Il presidente del Consiglio Mario Draghi al Senato - Sputnik Italia, 1920, 23.03.2021
Draghi: "Fermare con i fondi Ue il divario tra Nord e Sud è obiettivo primario del governo"
Un progetto che, pur partendo dal Meridione, sappia coinvolgere l’intero Paese non solo a livello politico ed economico, ma soprattutto a livello psicologico e culturale. Un progetto di ricostruzione morale e materiale che impegni le risorse, le energie, gli sforzi di tutti coloro che hanno consapevolezza della necessità di superare, in tempi ragionevoli, la frattura che oppone il Centro-Nord ricco e vitale al Sud povero e arretrato.
Se la classe politica, economica e imprenditoriale volessero, il Meridione potrebbe diventare, nell’arco di pochi anni, un gigantesco “laboratorio all’aperto”, attraverso il quale riprendere la trama di un’unità mai portata a compimento. Un laboratorio, una fucina che combini, insieme, ricostruzione economica e culturale, contribuendo al rafforzamento di quel senso di appartenenza nazionale messa in discussione dai miopi egoismi localistici e tribali. È dalla capacità di affrontare il problema del Mezzogiorno come grande questione nazionale che l’Italia può sperare di mantenere il ruolo e lo status di grande potenza industriale che ha conquistato negli ultimi decenni. È questa per il Paese una sfida non solo economica e culturale: su questo tavolo si giocherà anche la possibilità di costruire e di affermare un sistema di democrazia compiuta.
Sono convinto che l’Italia, ritrovando un sentimento di unità, ce la può fare.
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