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Cinque Stelle, un movimento allo sbando

CC BY 2.0 / Levi Verbauwhede / Barra, NaplesLa bandiera del partito MoVimento 5 Stelle
La bandiera del partito MoVimento 5 Stelle - Sputnik Italia, 1920, 15.04.2021
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A tre anni dalla clamorosa vittoria del 2018 hanno visto andarsene 98 parlamentari e sono lacerati da una devastante guerra interna tra la fazione istituzionale che fa capo a ministri, senatori e deputati trincerati in Parlamento e l’ala movimentista che si riconosce nelle manovre di Davide Casaleggio e Alessandro Di Battista.
Il tutto mentre il presunto leader “in pectore” Giuseppe Conte attende in disparte.
Erano un movimento, ma nel nome del potere, e dell’illusione di mantenerlo, hanno perso testa ed anima. E sono diventati una reliquia politica lacerata da divisioni e lotte interne. Esattamente l’opposto di quel che volevano essere. E’ la triste evoluzione, ma sarebbe meglio dire dissoluzione, del Movimento 5 Stelle.
Beppe Grillo - Sputnik Italia, 1920, 09.04.2021
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Figlio di un’intuizione del comico Beppe Grillo e del defunto Gianroberto Casaleggio era nato come forza di opposizione capace d’intercettare delusi, scontenti e arrabbiati di destra, sinistra e centro. A meno di tre anni dall’incredibile successo del 2018, quando diventò prima forza politica, il Movimento si è avvitato su se stesso. Trasformatosi da forza d’opposizione a pilastro di tre governi diversi e antitetici ha assunto difetti e anomalie tipiche di quei partiti che voleva cancellare. Non a caso dal 2018 ad oggi ha visto andarsene 98 fra deputati e senatori. E nel frattempo ha perso testa ed anima. E proprio questo rischia di decretarne la fine.
Partiamo dalla testa. In politica è rappresentata sempre dal leader. Forza Italia non sarebbe quel che è, ed è stata, senza Silvio Berlusconi. Come peraltro la Lega senza Umberto Bossi prima e Matteo Salvini oggi. E Fratelli d’Italia non avrebbe riconquistato l’elettorato che fu di Alleanza Nazionale senza Giorgia Meloni. L’M5S è invece un movimento allo sbando. Di certo non lo guida Vito Crimi il grigio reggente subentrato a Luigi Di Maio dopo le dimissioni di più di 15 mesi fa.
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Conte non convince i Cinque Stelle: "Deciderà sempre e solo Grillo"
E neppure il “garante” Beppe Grillo la cui guida si limita a qualche sarcastica battuta seminata nei momenti di maggiore confusione, con il risultato, spesso, di aggravarla anziché placarla. Grillo è, del resto, uno dei simboli dell’incoerenza a Cinque Stelle. Flagellatore del Pd a cui imputava le degenerazioni della politica e della sinistra italiana il comico è stato il primo a benedire l’alleanza giallo-rossa del secondo governo Conte. Ed è stato il primo ad incontrare Mario Draghi sancendo l’entrata dei grillini nel suo esecutivo. Il tutto nonostante le battute dispensategli durante la Direzione della Bce quando lo accusava d’ingrassare le banche, d’intascarsi emolumenti milionari e di giocare con i tassi “come Mary Poppins” o “il Mago Silvan”.
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Ma se Grillo incarna le contraddizioni a Cinque Stelle nessuno meglio del nuovo leader “in pectore” Giuseppe Conte, impersonifica l’involuzione del Movimento. L’avvocato mai eletto e mai votato, ma scelto per la sua patente di affidabilità garantita da una cattedra universitaria, da un eloquio composto e da una presenza azzimata è esattamente l’opposto di quanto sognava chi inseguiva i “vaffa” del Grillo prima maniera. Ma quel che più stupisce è la sua evidente inadeguatezza. Perché se un leader si vede nel momento del bisogno allora Conte dovrebbe esser il primo a prendere la parola per dirimere la contesa tra il gruppo istituzionale dei Cinque Stelle, ovvero parlamentari e ministri schieratisi con Draghi, e quel Davide figlio di Gianroberto Casaleggio che, da una parte pretende di ottenere da deputati e ministri 450mila euro di rimborsi e, dall’altra, ha già depositato nome e simbolo di “ControVento”, la formazione su cui punta per far rinascere il Movimento.
Alessandro Di Battista - Sputnik Italia, 1920, 12.04.2021
Di Battista ricorda Gianroberto Casaleggio e sogna vincolo doppio mandato per legge
Insomma alla vigilia di una scissione guidata da Casaleggio, e assecondata da personaggi come Alessandro Di Battista, Barbara Lezzi e Virginia Raggi, il presunto nuovo leader se ne sta in disparte attendendo di vedere chi la spunterà. Senza rendersi conto che quella battaglia rischia di azzerare la forza sui vorrebbe comandare. Ma se il capo, ovvero la mente, latita anche l’anima, ovvero programmi ed indirizzi, appaiono ben poco evidenti. Il Ministro degli Esteri Luigi Di Maio, già capo politico del movimento, è, da questo punto di vista, l’icona di ogni ambiguità. Pronto fino a un anno fa a prospettare un futuro di serenità e benessere garantito dall’alleanza con la Cina si presenta oggi come uno dei principali sponsor del leale allineamento ai principi Atlantici sottolineati da Mario Draghi nel suo discorso d’insediamento. Un’indirizzo rivendicato in un editoriale su “Repubblica” firmato a quattro mani con il segretario di Stato Usa Antony Blinken grazie al quale si è meritato il titolo di primo ministro occidentale accolto al Dipartimento di Stato.
Il tutto pochi giorni dopo la comparsa sul “Blog di Beppe Grillo” di un articolo del professor Mario Parenti intitolato “Un Maccartismo disastroso, Usa e Ue hanno perso la ragione” in cui Joe Biden e il segretario di Stato Blinken venivano definiti un “duo ben più pericoloso di quello Trump Pompeo” più propenso a usare “toni bellicosi nei confronti di Russia e Cina” che a “costruire nuove fondamenta per una più ampia cooperazione internazionale”.
Insomma mentre l’organo ufficiale del “garante” grillino, diceva una cosa il loro ministro più rilevante del Movimento si muoveva in direzione opposta. Il tutto ovviamente nel silenzio della sfinge Giuseppe Conte, nello sdegno di ex come Alessandro Di Battista e nella ragionieristica indifferenza di un Davide Casaleggio che per non navigare “ControVento” si accontenterebbe, probabilmente, del versamento di 450mila euro.
Davide Casaleggio - Sputnik Italia, 1920, 11.04.2021
Casaleggio crede che il M5S non debba diventare un partito
Ma oltre alla testa e all’anima c’è anche un problema di componenti. Perché in verità l’unico a sapere chi e cosa componga il Movimento è Davide Casaleggio. Nei sui computer, ovvero in quel sottofondo digitale denominato Piattaforma Rousseau da cui scaturivano decisioni e votazioni cruciali, si nascondo nomi, cognomi, indirizzi, telefoni e altri dati fondamentali per conoscere iscritti o simpatizzanti. Dati senza i quali il movimento non esiste. O risulta difficilmente raggiungibile. E, senza i quali sarà assai difficile reiterare le storiche votazioni con cui i grillini hanno scelto i loro candidati, deciso l’abbraccio con il Pd e l’entrata nell’esecutivo Draghi. Alla fine di tanto litigare e tergiversare il Movimento 5 Stelle rischia dunque di trasformarsi da una parte in un gruppo parlamentare privo di base ed elettorato e dall’altra in una rete di computer su cui far risuonare gli slogan di Alessandro di Batista e di altri tribuni del ritorno alle origini. Da una parte, insomma, la rappresentazione di quel che i suoi elettori mai avrebbero voluto votare, dall’altra una riproposizione in chiave minore di quel che neanche dieci anni fa rappresentava una novità epocale e oggi somiglia ad un’insipida minestra riscaldata.
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