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200 anni dell'independenza greca e l’attuale momento politico

© AP Photo / Petros GiannakourisLa bandiera greca davanti alla borsa di Atene
La bandiera greca davanti alla borsa di Atene - Sputnik Italia, 1920, 10.04.2021
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Lo scorso 25 marzo, i greci hanno celebrato i duecento anni della nascita del loro Stato moderno, con tutta la solennità compatibile con le limitazioni imposte dalla necessità di contrastare il Covid-19.
La ricorrenza non ha però trovato orecchie molto sensibili in Europa, a dispetto dell’estrema significatività dell’anniversario. L’indipendenza greca anticipò infatti di quattro decenni quella italiana e di cinque quella tedesca. Fu la prima affermazione del movimento delle nazionalità dopo il Congresso di Vienna, che aveva appena archiviato l’epopea napoleonica.
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Sarebbe stato ancora più importante cogliere l’occasione offerta da questa ricorrenza per riflettere su alcune peculiarità del movimento indipendentista greco e sulla complessità geopolitica dello Stato cui ha dato vita.
Nel Risorgimento greco confluirono molte anime. Diedero un contributo fondamentale coloro che sognavano una Grecia saldamente ancorata alle potenze europee più avanzate dell’epoca, ma si rivelarono non meno decisivi anche gli apporti di forze che avevano una visione diversa e immaginavano il futuro greco più ancorato alla grande comunità transnazionale ortodossa.
Il movimento indipendentista greco ebbe una componente filo-britannica, una filo-francese ed una filo-russa. Conseguentemente, prima ancora della sua nascita, la Grecia contemporanea si caratterizzò come un terreno di confronto sul quale le diverse potenze europee avrebbero misurato la propria forza reciproca.
Londra ebbe la meglio, com’era in fondo logico che fosse, data la forte esposizione greca al mare e alla potenza di chi lo controllava. Ma la sua influenza, ancorché predominante, non fu mai esclusiva. Agli inglesi, ai francesi e ai russi si aggiunsero infatti prima gli italiani, creando un quartetto che ebbe un ruolo assai importante a Creta, e poi i tedeschi, che si ritagliarono un ruolo molto incisivo alla corte di Atene curando la formazione militare della famiglia reale.
Questa situazione provocò grande incertezza dal momento che, per lunghi tratti della storia politica greca, monarchia e parlamento si trovarono a guardare in direzioni diverse, dando vita a quello che gli storici ellenici definiscono tuttora come lo “scisma nazionale”.
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Questa situazione comportò, tra le altre cose, anche l’impossibilità per la Grecia di scegliere in modo netto lo schieramento in cui confluire durante la Prima guerra mondiale, poiché il re desiderava allearsi agli imperi centrali, malgrado ciò implicasse trovarsi al fianco degli Ottomani, mentre il più importante politico greco dell’epoca, il cretese Elefterios Venizelos, perorava la causa dell’Intesa.
Un’altra conseguenza fu il frequente precipitare della Grecia nella guerra civile, un’esperienza subita tanto in coincidenza con il primo conflitto mondiale quanto successivamente al secondo, proprio negli anni in cui iniziava la Guerra Fredda.
Esiste quindi un rapporto molto significativo tra la debolezza internazionale greca e la sua fragilità interna, cui gli accordi di Yalta ovviarono solo in parte, e che di tanto in tanto riaffiora.
Alcune circostanze peculiari impedirono altresì il completamento dell’unificazione nazionale. Cipro, infatti, ne rimase fuori a causa dell’interesse britannico a conservare propri presidi militari sull’isola e di quello statunitense a non alienarsi le simpatie della Turchia. Questi vincoli determinano tuttora alcune ambiguità presenti nella condotta anglo-americana nel Mediterraneo orientale, che tutela Atene solo fino al punto in cui è possibile farlo senza compromettere le relazioni con Ankara.
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Questo sommario excursus storico, naturalmente, non è fine a sé stesso. Serve invece ad inquadrare meglio anche l’attuale momento politico greco, in cui sono presenti significative persistenze.
L’élite politica greca ha confermato nel secondo dopoguerra la centralità del proprio rapporto con la maggiore potenza talassocratica del mondo, sostituendo gli Stati Uniti alla Gran Bretagna come proprio riferimento principale nella sfera della sicurezza.
L’innesco del processo d’integrazione comunitaria consentì ad Atene di evitare che si verificassero contestualmente tensioni con altre potenze europee uscite ridimensionate dalle guerre mondiali. Un certo equilibrio si è così faticosamente fatto gradualmente strada, accompagnandosi anche ad un veloce processo di modernizzazione e alla diffusione di un certo benessere.
La situazione, tuttavia, sembra ora in procinto di cambiare, parallelamente al mutare delle condizioni geopolitiche globali.
© AFP 2021 / Louisa GouliamakiLe bandiere della Grecia e dell'UE ad Atene
Le bandiere della Grecia e dell'UE ad Atene - Sputnik Italia, 1920, 18.05.2021
Le bandiere della Grecia e dell'UE ad Atene
La Grecia, infatti, si è scoperta debole in Europa in occasione della crisi determinata dalle sue difficoltà finanziarie ed ha faticato non poco anche ad affrontare la recente crisi apertasi sulla questione del diritto ad effettuare prospezioni nell’Egeo. Proprio dall’esigenza di ovviare a questa condizione di fragilità è sorto il bisogno di allargare gli orizzonti della politica estera greca.
Il primo governo diretto da Alexis Tsipras, con Yanis Varoufakis alle finanze e l’ultra-conservatore Panos Kammenos alla Difesa, provò a giocare la carta americana contro la Germania, ma senza successo. Quando Draghi bloccò i rifornimenti di liquidità alle banche greche, il presidente Obama non si mosse.
Si operò contestualmente anche un’apertura alla Russia: Kammenos sarebbe stato l’unico ministro della Difesa di un paese Nato dopo la crisi ucraina del 2014 a prendere la parola alla Conferenza annuale sulla sicurezza internazionale che si svolge a Mosca. Un magnate greco-russo, Ivan Savvidis, già deputato alla Duma, sarebbe inoltre riuscito a ritagliarsi un ruolo di primo piano nella gestione del porto di Salonicco.
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La Grecia avrebbe concesso spazi importanti anche alla Repubblica Popolare Cinese, che ha ottenuto nel 2016 l’affidamento a lungo termine di una porzione cospicua del porto ateniese del Pireo e sta procedendo ad effettuare importanti investimenti nelle infrastrutture di supporto e nella logistica destinata a collegare lo scalo al sistema ferroviario balcanico-danubiano.
Una certa importanza l’ha assunta pure il consolidamento delle relazioni con Israele e con l’Egitto. Tutto ciò restituisce un’immagine geopolitica della Grecia assai più sfaccettata e meno scontata di quanto la sua appartenenza a Nato ed Unione Europea lascerebbero immaginare.
Fermo restando l’ancoraggio occidentale di Atene, si sono creati spazi anche per altri ambiti di cooperazione e dialogo, probabilmente imposti anche dalla necessità di riequilibrare in qualche modo l’evidente superiorità regionale turca in un momento in cui gli Stati Uniti sono meno attenti a quanto accade nel Mediterraneo.
Da quanto precede segue una conseguenza abbastanza ovvia: la stabilità e la prosperità della Grecia dipenderanno decisivamente in futuro dalla capacità dei maggiori attori del sistema internazionale di gestire il dilatarsi delle divergenze d’interesse che sta emergendo tra le più grandi potenze del pianeta.
Si tratta di qualcosa che sfugge al controllo delle autorità di Atene e costituisce un’incognita, alimentando comprensibilmente inquietudini che il Governo greco cerca come può di mitigare, dilatando la cerchia dei propri partner.
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