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Sopravvivono i più forti: le epidemie letali hanno cambiato l’uomo

La peste nera - Sputnik Italia, 1920, 04.04.2021
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A inizio marzo alcuni scienziati francesi hanno condiviso la loro scoperta secondo cui la tubercolosi avrebbe esercitato un certo impatto sul processo evolutivo dell’uomo.
 Per alcune migliaia di anni gli uomini sono entrati costantemente in contatto con il patogeno della tubercolosi e questo ha fatto sì che oggi l’uomo contemporaneo sia meglio protetto da questa infezione letale. In maniera analoga anche la peste, il colera e l’HIV ci hanno cambiato.

Un’arma a doppio taglio

Molto probabilmente il primo contatto tra l’uomo e il bacillo di Koch avvenne nel Paleolitico quando l’uomo apprese come usare il fuoco. Secondo i ricercatori australiani, il fumo e la cenere dei rochi, in particolare all’interno delle grotte, finivano nei polmoni degli ominidi provocando una reazione infiammatoria e indebolendo il sistema immunitario. Il micobatterio della tubercolosi penetrò così nell’organismo umano sebbene fino ad allora l’infezione era solita diffondersi soltanto tra animali e non si era mai trasmessa per via aerea.
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Nel corso di millenni l’agente patogeno è mutato adattandosi sempre meglio all’organismo ospitante e verso la fine del XIX secolo uccise alcuni milioni di persone l’anno. Tuttavia, in parallelo si verificò un altro processo.
Durante le epidemie di tubercolosi i soggetti che recavano la mutazione P1104A nel gene TYK2 erano quelli con meno possibilità di evitare il contagio e, dunque, di sopravvivere. Questa mutazione, infatti, influisce sull’attività dei monociti (particolari cellule del sistema immunitario) e rende l’organismo più vulnerabile all’infezione. Oggi grazie alla selezione naturale questa mutazione è sempre più rara.
Queste le conclusioni a cui sono giunti alcuni scienziati francesi dopo aver analizzato i genomi di migliaia di europei risalenti all’antichità e al Medioevo e averli messi a confronti con quelli di soggetti a noi contemporanei. È emerso che la mutazione P1104A in passato era piuttosto comune tra gli abitanti dell’Europa.
Tuttavia, circa 2.000 anni fa la mutazione ha cominciato gradualmente a scomparire: proprio in quel periodo si registrarono i primi contagi di tubercolosi su larga scala. Queste stime sono state effettuate sulla base dell’analisi fitogenetica condotta sui ceppi di bacillo di Koch prelevato da campioni di mummie ungheresi risalenti al XVIII secolo.
Secondo i calcoli degli autori dello studio, con la diffusione dell’infezione in Europa la frequenza della mutazione si ridusse in maniera significativa: dal 10% nell’Età del Bronzo fino al 2,9% di oggi.
Ma c’è anche un altro aspetto da considerare: i portatori della mutazione P1104A presentano un rischio ridotto di sviluppare patologie autoimmuni e infiammatorie.

Circondati dalla peste

Un altro pericoloso agente patogeno è lo Yersinia pestis che, per quanto ne sappiamo, accompagna l’uomo dall’Età della Pietra. La mutazione che ha tramutato un innocuo batterio responsabile di meri problemi digestivi in un microorganismo letale si verificò nel genoma batterico circa 10.000 anni fa. Il batterio imparò a penetrare nei polmoni, a cambiare rapidamente d’aspetto e a innescare lo sviluppo immediato di diverse tipologie di peste: bubbonica, setticemica e polmonare.
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Peste bubbonica
Le pandemie di peste divennero una costante nella storia dell’umanità. I ricercatori tedeschi hanno rilevato questo agente patogeno letale nelle spoglie di uomini dell’antichità che vissero in Europa circa 4.000-5.000 anni fa. Gli scienziati ipotizzano che il patogeno sia stato portato in Europa dai nomadi che migravano dall’Eurasia centrale all’Europa orientale.
Poi il batterio tornò nuovamente in Eurasia centrale e lì prese avvio la più terribile pandemia nella storia dell’umanità, la Peste nera, che nel XIV provocò la morte di circa metà della popolazione europea.
Secondo lo studio dei ricercatori dell’Università della Carolina del Sud (USA), i soggetti che sopravvissero all’epidemia di peste in media erano più sani di coloro che popolavano l’Europa prima della diffusione della Peste nera.
Questa è la conclusione a cui sono giunti i paleogenetisti che hanno studiato le spoglie di più di 1.000 umani. Parte di questi soggetti morì prima dello scoppio della pandemia del XIV secolo, altri durante la pandemia e altri ancora dopo. Gli esperti si sono concentrati non soltanto sulle cause di morte, ma anche sullo stato di salute osseo e dentale. È emerso che i sopravvissuti all’epidemia e la loro prole spesso arrivavano fino a 70 od 80 anni e in generale erano in buona salute.

Colera innato

Si pensa che il colera sia nato nella Valle del Gange. Da lì la malattia si sarebbe diffusa in tutto il mondo provocando nel XIX secolo ben 6 pandemie che furono la causa di milioni di morti. Ancora oggi muoiono di colera più di 100.000 persone l’anno.
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Tuttavia, come hanno acclarato gli scienziati di Harvard, accade sempre meno che questa patologia venga diagnosticata agli abitanti della Valle del Gange, ossia a indiani e bengalesi.
Il contatto plurimillenario e costante con l’agente patogeno ha provocato mutazioni nel loro DNA rendendoli di fatto invulnerabili al colera. Si tratta anzitutto dei geni che codificano i canali del potassio i quali liberano ioni cloruro nell’intestino. Un disturbo al funzionamento di questi canali è causa di diarrea negli infetti.
Inoltre, gli abitanti della Valle del Gange vantano una protezione naturale grazie ad alcuni tratti del genoma che garantiscono loro una immunità innata. Sebbene verso i 15 anni circa metà degli adolescenti della zona contragga il vibrione del colera, l’infezione ha effetti lievi oppure non ha alcun effetto.

Adattamento imprevisto

È stato dimostrato che uno dei virus più pericolosi della nostra epoca, l’HIV, proviene dall’Africa. Secondo una versione, il paziente zero si è infettato mangiando carne di scimpanzé nell’area centrale del continente africano. Secondo un’altra ipotesi, il virus sarebbe entrato nell’organismo umano per il tramite di esemplari di cercocebi neri dell’Africa occidentale.
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Comunque sia andata, gli scienziati hanno rilevato proprio negli abitanti di queste aree i primi segnali dello sviluppo di una protezione naturale. I ricercatori hanno analizzato i campioni di sangue di pazienti congolesi affetti da HIV e hanno scoperto che in circa il 4% di loro la carica virale è molto bassa e la malattia non si manifesta, nonostante tali pazienti non assumano alcuna apposita terapia antiretrovirale.
Negli altri Paesi del mondo questo parametro non supera l’1% di tutti i soggetti affetti da HIV. Come osservano gli autori dello studio, in Africa non è diffusa la mutazione CCR5∆32 che è collegata alla HIV-resistenza. Ciò significa che si tratta probabilmente di mutazioni genomiche ad oggi ignote che si sono consolidate nella popolazione locale. Questo spiegherebbe l’alto numero di soggetti con carica virale bassa.
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