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La proposta degli architetti libici: "Recuperiamo l'architettura italiana a Tripoli"

© AFP 2021 / Mahmud TurkiaTramonto a Tripoli, Libia
Tramonto a Tripoli, Libia - Sputnik Italia, 1920, 04.04.2021
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Con l’avvento del governo di unità nazionale di Abdul Hamid Dbeibah il progetto di recupero dell'impianto urbanistico coloniale sembra avere una chance in più. Per gli architetti sarebbe "un gesto d'amore per la città". Ma le incognite sono molte: dai gruppi radicali islamici ai finanziamenti.
Restaurare l’architettura italiana a Tripoli per salvaguardare il patrimonio storico della città. Con l’avvento del governo di unità nazionale di Abdul Hamid Dbeibah ora il progetto dell’architetto tripolino Ghaleb Gheblawi, che dal 2012 collabora con Walter Baricchi, collega di Reggio Emilia, sembra avere una chance in più.
L’obiettivo, raccontato in un reportage firmato dall’inviato del Corriere della Sera, Lorenzo Cremonesi, è recuperare l’urbanistica dell’epoca coloniale e restaurare gli edifici che prima il Rais e poi i gruppi islamisti hanno cercato di spazzare via.
Secondo Gheblawi, intervistato dal giornalista, l’operazione troverebbe il favore della maggior parte della popolazione. “Nessuno”, assicura, la rifiuterebbe “in nome della decolonizzazione e della lotta al fascismo”.
Il piano potrebbe far parte del processo di “riavvicinamento” tra Roma e Tripoli e gli architetti tripolini lo definiscono “un gesto d’amore per la città”. “Togliere o dimenticare il periodo coloniale – sottolineano - italiano sarebbe come cancellarle l’identità”.
L’assetto urbanistico progettato dagli italiani, raccontano ancora gli architetti locali, era “un amalgama unico tra Razionalismo architettonico e Orientalismo teso a valorizzare la cultura locale”. Un’impostazione che si riscontra tutt’ora nelle strade della città con le decine di moschee costruite o restaurate durante il ventennio.
Gli italiani ricostruirono anche il castello medievale trasformandolo in museo, dopo che fu danneggiato dai colpi della nostra marina nel 2011.
Negli ultimi anni, però, la struttura è diventata off limits perché i gruppi islamici radicali ne impediscono l’apertura per la presenza di opere d’arte considerate “scandalose”. Nel 2014 alcuni miliziani jihadisti hanno colpito e poi sradicato anche la “fontana della gazzella”, realizzata nel 1932 da Angiolo Vannetti, perché raffigurava una donna nuda.
Chi vuole recuperare l’eredità degli architetti italiani che operarono a Tripoli, insomma, non può non fare i conti con il clima che si è creato nel Paese da dieci anni a questa parte.
Oggi, come racconta Cremonesi, non sono poche le testimonianze del passato coloniale italiano. Nel centro della città sono ancora molti gli edifici progettati da quelli che all’epoca erano architetti emergenti e che poi formarono l’élite dell’architettura italiana. In alcuni casi basterebbe poco per riportarli all’antico splendore.
Tra gli obiettivi principali dei sostenitori del recupero dell’urbanistica coloniale c’è anche quello di ripristinare il legame tra la città e il mare cancellato da Gheddafi che negli anni ’80 costruì una grande circonvallazione sul lungomare. Ma, nel complesso, si tratta di un piano ambizioso.
Non solo per via dei gruppi islamisti ma anche per il costo dell’operazione che dovrebbe essere sostenuto per la maggior parte dalle autorità locali.
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