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Cambiamento climatico: prevenire è meglio che curare

© AFP 2021 / ALAIN JOCARD Cambiamenti climatici
Cambiamenti climatici - Sputnik Italia, 1920, 29.03.2021
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“Le stagioni non sono più quelle di una volta”. Non è forse la solita frase che avete sentito o detto chiacchierando con qualche conoscente? Chi arrivò a pronunciarla, e perfino a scriverla, prima di voi fu Plinio il Vecchio, quel naturalista romano che fu poi vittima dell’eruzione del Vesuvio del 79 d. C.

Può darsi che sia vero che le stagioni della nostra infanzia fossero ben diverse dalle attuali, così come potrebbe solamente trattarsi del solito fenomeno psicologico che fa sembrare sempre migliori gli anni d’antan. Ciò che però è indiscutibile, e la scienza lo conferma, è che la Terra, da quando esiste, ha affrontato numerosi e importanti cambiamenti climatici, con tutto ciò che ne consegue. E’ accertato che il Sahara, ora deserto, fu in gran parte coperto da un immenso lago e che, come racconta la Bibbia e riportano tante tradizioni di popoli lontani, quando già l’uomo abitava il pianeta ci fu, a un certo punto, un enorme diluvio che allagò gran parte delle terre abitate. Gli storici del clima hanno anche appurato che la temperatura in Europa, almeno fino al 1000-1100 fosse di qualche grado più alta dell’attuale e fu poi seguita da un raffreddamento generale detto “la piccola glaciazione”. La temperatura cominciò poi a risalire a partire da fine settecento.

Un pensiero unico

Il martelletto e libri di giudici  - Sputnik Italia, 1920, 24.03.2021
Il glossario “politicamente corretto” dell’UE? Violenza del pensiero unico
Il pensiero unico oggi dominante, che solo qualche sparuto scienziato incurante della propria carriera osa contraddire, è che quella variazione del clima sarebbe iniziata a causa dell’azione umana e, in particolare, dell’inizio della rivoluzione industriale. Quando la maggior parte degli scienziati, più o meno competenti, e dei Governi che li finanziano sembrano concordi fra loro, quando giornalisti di ogni dove ripetono incessantemente che la causa di tutto derivi dall’uso dei combustibili fossili e del conseguente aumento di CO2 nell’aria, è difficile per un non specialista come il sottoscritto mettere in dubbio tale sicurezza. In verità, proprio pensando al passato della storia climatica del pianeta quando le industrie nemmeno esistevano, qualche perplessità si fa strada e si rafforza poi nel notare che in troppi mischiano, confondendole, la necessaria lotta contro l’inquinamento ambientale (vedi plastiche disseminate ovunque, veleni chimici dispersi nei terreni, polveri sottili nell’aria delle grandi città ecc.) con la questione del cambiamento del clima.

Mettiamo da parte, comunque e almeno per ora, ogni incertezza e sposiamo l’idea che si debba ridurre e addirittura eliminare l’uso dei combustibili fossili per ottenere che il clima non si surriscaldi. La stessa Unione Europea ha solennemente dichiarato di volerlo fare entro il 2050 e gli accordi internazionali, da Tokio a Parigi, l’hanno confermato. Il problema nasce quando scopriamo che, secondo i calcoli degli scienziati “ambientalisti”, per ottenere un aumento della temperatura globale inferiore a 1,5 gradi occorrerebbe che la quantità di anidride carbonica emessa nell’aria debba diminuire del 7% ogni anno per almeno il prossimo decennio.

Ce la faremo?

Inverno a Milano - Sputnik Italia, 1920, 02.02.2021
Pasquero: CO2 non diminuito, persino aumentato
Purtroppo, nonostante il lockdown mondiale innescato dalla pandemia, la diminuzione ottenuta nel 2020 non supera il 5% (record assoluto) e la desiderata ripresa economica non fa ben sperare nemmeno nel mantenimento di quella percentuale. Tuttavia, accettando il presupposto che la CO2 sia la responsabile maggiore del riscaldamento abnorme, conviene fare qualche calcolo: se anche riuscissimo ad arrivare a emissioni zero entro il 2050, la temperatura media del pianeta a fine secolo aumenterebbe di un grado centigrado. Con azioni molto forti ma senza azzeramento, l’aumento dell’anidride carbonica arriverebbe a 540 parti per milione (oggi la CO2 è di 415ppm) causando un innalzamento di 1,5-1,8 gradi. Se non si farà nulla, i tecnici affermano che si arriverà a 1000ppm e i gradi in più saranno quattro.

Ebbene, anche se non se ne parla, il primo ostacolo al raggiungimento degli obiettivi ottimisticamente fissati è l’aumento della popolazione umana che va di pari passo con lo sfruttamento del suolo e una conseguente crescita nella domanda di cemento (una delle attività umane con la maggior produzione di CO2). Una parte importante la fa la distruzione delle foreste nonostante gli alberi siano fondamentali nel recupero della CO2. E’ bene non dimenticare che ogni essere umano emette ogni giorno un chilo di anidride carbonica, cifra che fa due miliardi e mezzo di tonnellate l’anno. Con il tasso di crescita demografica attuale in continenti come l’Africa e l’Asia questo valore è necessariamente destinato ad aumentare esponenzialmente. Se si vuole combattere il cambiamento climatico e s’incolpa la CO2, perché tutti tacciono in merito alla necessità di un controllo delle nascite in quelle popolazioni? Comunque sia, essersi posti l’obiettivo di zero emissioni entro il 2050 consentirà sogni sereni a chi l’ha enunciato, ma tutti sanno sin d’ora che è totalmente irraggiungibile.

Le coste del Mediterraneo  - Sputnik Italia, 1920, 13.03.2021
Mediterraneo, un mare di plastica. La soluzione siamo noi
V’immaginate che in trent’anni gli aerei e le navi viaggeranno grazie alle batterie? Rinunceremo alle fibre sintetiche, a molti farmaci, a tutta la plastica? Qualcuno ha calcolato quanto costerebbe ai cittadini di tutto il mondo passare drasticamente dall’uso di gas e petrolio a energie cosiddette “alternative”? E poi, qualcuno ha valutato quanta energia occorra per produrre le batterie? E per ricaricarle? Da dove si prenderà quell’energia? E come saranno smaltite alla fine della loro vita utile? Lo stesso Bill Gates, scopertosi grande ecologista, nel suo libro “Clima. Come evitare un disastro” ammette: “…porsi il fine di limitare semplicemente le emissioni senza eliminarle del tutto non basterà…” La soluzione che lui propone è il ricorso alla fusione nucleare. Bellissimo! Peccato che niente lasci pensare che gli studi in corso su questa possibile fonte di energia siano vicini a un concreto risultato. Chi, invece, individua nell’energia solare la possibile alternativa sta sinceramente sopravvalutando le attuali potenzialità di questa tecnologia. Né il sole né il vento saranno mai sufficienti a consentirci il modo di vita attuale.

Non si può certo escludere che il progresso scientifico possa consentirci, alla fine, di scoprire nuovi metodi efficaci per la produzione energetica ma, adesso, siamo molto lontani da poter davvero rinunciare allo sfruttamento dei materiali fossili.

Da tutto quanto sopra dobbiamo trarre alcune considerazioni.

  • Quasi ogni mese, se non ogni settimana, sentiamo di cataclismi enormi che accadono in varie parti del mondo: nevicate fuori stagione, aumento degli incendi boschivi, tifoni più forti del solito in zone in precedente colpite solo marginalmente. L’ultima cattiva notizia, almeno per ora, è la disastrosa alluvione che ha colpito Sidney in Australia obbligando decine di migliaia di persone ad abbandonare le loro case invase dalle acque.
  • Se il cambiamento climatico è da ritenersi androgeno, gli sforzi legislativi e finanziari sin ora programmati non sono in grado di arrestarlo ma, se va bene, solo di attenuarlo. E la temperatura del globo continuerà ad aumentare.
  • I sacrifici richiesti al tenore e alle abitudini di vita delle popolazioni dei Paesi già sviluppati sono incalcolabili. Se i Paesi in via di sviluppo dovranno conformarsi alle nuove regole, ciò significherà un arresto o un forte rallentamento nel loro tasso di progresso economico. Se, al contrario, per loro sono previste deroghe e tempi più lunghi, gli sforzi degli altri saranno totalmente vanificati (vedi cosa succede nel caso dello sviluppo cinese).
  • Se la temperatura comunque aumenterà e l’innalzamento delle acque dei mari sarà la naturale conseguenza, perché i nostri governi e i loro soloni non dedicano la loro attenzione e i loro fondi per prevenire le conseguenze di eventi che saranno ineluttabili?
Più precisamente, invece di investire miliardi di dollari per cercare di ridurre, senza riuscirci, le emissioni di CO2 perché non si investe almeno parte di quei soldi per finanziare studi e rimedi per mettere in sicurezza, per quanto possibile, i luoghi che, con grande probabilità, soffriranno più di altri del cambiamento climatico? Una stima americana prevede che entro il 2100 da 3 a 4 milioni di case nel mondo potrebbero essere oggetto di continue e regolari inondazioni. Centinaia di migliaia di persone saranno probabilmente obbligate a lasciare le loro case lungo le coste a causa dell’innalzamento delle acque o a causa di alluvioni. Milioni di persone potrebbero essere obbligate a emigrare dai luoghi dove vivono oggi per la desertificazione di aree fino ad ora coltivabili. Anche in regioni più fortunate, alcune attività agricole dovranno riciclarsi verso altro tipo di produzione e l’aumento dei gradi dell’atmosfera potrebbe favorire la diffusione di grandi incendi che metteranno a rischio le abitazioni situate troppo in prossimità di qualche foresta.

I casi sono due: o le stime allarmistiche dei climatologi ortodossi sono fasulle, oppure non cominciare da subito a preparare la risposta agli eventi traumatici che ci colpiranno è doppiamente colpevole. 

Olio d'oliva - Sputnik Italia, 1920, 12.12.2020
Il cambiamento climatico minaccia gli olivi e l'olio come li conosciamo oggi
I costi necessari per intervenire una volta che le disgrazie saranno già accadute sono notoriamente più alti di quelli investiti per prevenirle. Così come in medicina, prevenire è meglio che curare. Probabilmente, piuttosto che spingere nel finanziare l’uso di auto elettriche con le relative batterie (notoriamente inquinanti nella fabbricazione almeno quanto l’uso di gas e petrolio), potrebbe essere opportuno un livello mondiale di collaborazione tra esperti di vari settori per identificare precisamente le zone a rischio, le calamità prevedibili in base ai calcoli sul cambiamento climatico atteso e finanziare le operazioni necessarie quali l’erezione di eventuali barriere su certe coste, il trasferimento di un certo numero di abitazioni, la riconversione di certe colture e lo spostamento di alcune strutture industriali. Si tratta di provvedimenti molto costosi ma sicuramente meno cari di interventi da attuarsi dopo che i drammi saranno sopravvenuti. A livello internazionale il sistema dei dati che riguarda gli effetti dell’innalzamento della temperatura rimane frammentato e nemmeno l’ONU sembra occuparsi di cosa sarebbe necessario fare, ad esempio, a favore degli abitanti delle isole Maldive, a detta di tutti destinate a essere sommerse dal mare. 

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