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Sul Medio Oriente si affaccia anche la chiesa. Il significato della visita di Papa Francesco in Iraq

© REUTERS / Yara NardiPapa Francesco durante la visita in Iraq
Papa Francesco durante la visita in Iraq - Sputnik Italia, 1920, 26.03.2021
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L’azione internazionale della Santa Sede è un tema molto difficile da trattare, coinvolgendo molti aspetti, alcuni dei quali si prestano poco ad una lettura politica. Per l’insieme dei credenti cattolici, quanto il Papa fa nel mondo risponde di norma ad una logica puramente spirituale, che comunque presenta alcune specificità.

La Chiesa di Roma, a differenza delle Chiese autocefale ortodosse, ha una vocazione universale ed è dedita al proselitismo. La sua prima e fondamentale ragion d’essere è la conversione dell’umanità, che rappresenta la missione fondamentale del suo clero, organizzato gerarchicamente, con al suo vertice il Pontefice.

L’evangelizzazione è promossa attraverso la testimonianza, ma passa anche attraverso il sapiente utilizzo degli strumenti diplomatici che la Santa Sede ha affinato nel corso dei secoli.

Papa Francesco - Sputnik Italia, 1920, 09.10.2020
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Il Papa parla e promulga encicliche su temi di rilevanza religiosa e civile. E viaggia: visita il suo “gregge”, che è diffuso su tutta la Terra, come recita anche la liturgia. Diffonde il Vangelo, rincuora i fedeli, lancia messaggi che possano essere ascoltati anche a grande distanza da Piazza San Pietro.

In tutto ciò è fortemente presente una preminente dimensione spirituale. Sarebbe però sbagliato trascurare gli inevitabili aspetti politici di quanto la suprema autorità della Chiesa Cattolica fa e dice, specialmente quando si sposta. A questo rilievo non sfugge neanche il viaggio che Francesco ha condotto in Iraq tra il 5 e l’8 marzo scorso.

Nel corso della sua visita, oltre alla locale comunità cristiana, il Papa ha incontrato le massime autorità civili e religiose irachene ed ha toccato le tre aree maggiori che compongono il paese, dimostrando una spiccata sensibilità politica.

È opportuno ricordare alcuni tratti salienti della recente condotta diplomatica della Santa Sede in Medio Oriente.

La Chiesa Cattolica si è opposta fieramente ad entrambe le guerre combattute dagli Stati Uniti e dai loro alleati contro l’Iraq. Giovanni Paolo II divenne un punto di riferimento del pacifismo internazionale tanto nel 1991 quanto nel 2003, quando spiegò come la guerra fosse un’avventura senza ritorno.

Potrà sembrare una posizione scontata, ma in realtà non lo era affatto. Negli anni novanta del secolo scorso, quando la guerra e la pulizia etnica imperversavano nei Balcani, lo stesso papa Woytjla aveva infatti sollecitato più volte l’intervento della comunità internazionale, introducendo tra l’altro nel dibattito sui grandi temi della pace e della guerra il controverso concetto di diritto-dovere d’ingerenza umanitaria.

Perché questa differenza? La ragione di queste posture così diverse risiede nel realismo con il quale a dispetto delle apparenze la Chiesa Cattolica da sempre si rapporta alla realtà temporale. Le posizioni rifletterono il contingente apprezzamento delle probabili conseguenze del ricorso alla forza nei teatri che l’avrebbero subìto.

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Nella ex-Jugoslavia, la Chiesa Cattolica fu dalla parte degli sloveni e dei croati cattolici contro i serbi ortodossi: l’utilizzo delle armi delle Nazioni Unite andava quindi bene, perché sarebbe servito a proteggere gli uni dalle violenze degli altri. Non a caso, specialmente in Croazia, non è raro trovare monumenti dedicati alla figura di Giovanni Paolo II, oggi santo per tutti i cattolici, ma venerato a Zagabria e in Dalmazia quasi alla stregua di un padre della patria.

In Iraq, invece, ancorché sotto il pugno di ferro di Saddam Hussein, a reggere le sorti del paese era un partito laico d’impronta socialista, il Baath, che nel corso della sua storia aveva sempre garantito la parità di status tra gli appartenenti a tutte le confessioni. I cristiani non soffrivano alcuna discriminazione: anzi, uno di loro, il caldeo Tarek Aziz, era addirittura riuscito a raggiungere la vicepresidenza della Repubblica irachena.

Più che da un intrinseco pacifismo, l’opposizione della Santa Sede alla guerra contro il regime baathista iracheno derivò soprattutto dalla prudente valutazione che a Roma era stata fatta relativamente ai suoi probabili effetti: abbattere Saddam avrebbe indebolito o cancellato un partito che certamente non era stato pregiudizialmente ostile ai cristiani, senza che vi fossero certezze rassicuranti su ciò che sarebbe venuto dopo.

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Nel 2003, a questo motivo si aggiunse anche l’urgenza di evitare la compromissione totale del diritto internazionale, che l’affermazione della dottrina della guerra preventiva avrebbe inevitabilmente comportato. Il presidente George W. Bush inviò a Roma un noto teologo – Michael Novak - per convincere la Santa Sede a cambiare atteggiamento su questo specifico problema, senza tuttavia ottenere alcun risultato.

Anche nei confronti della guerra civile siriana, la Santa Sede ostentò almeno inizialmente una notevole moderazione, cercando di favorire le ragioni del dialogo esattamente per lo stesso motivo, temendo un’affermazione dei movimenti radicali di matrice jihadista che avrebbe complicato non poco la vita ai cristiani.

Oggi possiamo concludere che l’approccio adottato da Giovanni Paolo II e Benedetto XVI in Medio Oriente fu sostanzialmente corretto. Alla destrutturazione del vecchio ordine attuata militarmente hanno infatti fatto seguito sanguinosissime ondate di violenza. Ed uno dei prezzi più alti è stato proprio quello pagato dai cristiani, che hanno dovuto subire assassinii ed espropri, oltre alla distruzione dei loro luoghi di culto.

Da questi precedenti sono derivate tanto la circostanza che Papa Francesco abbia potuto muoversi attraverso l’Iraq giovandosi del significativo prestigio acquisito dalla Chiesa nell’opporsi alla causa della guerra, quanto l’urgenza con la quale Bergoglio ha insistito sulla necessità di agire per mantenere una presenza cristiana nelle zone più difficili del Medio Oriente.

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Francesco ha celebrato riti in chiese devastate dalla violenza dello Stato Islamico, offrendo il proprio conforto e l’incoraggiamento a restare. Ma a tutela di questo fondamentale interesse geo-religioso della cattolicità a sopravvivere nella regione del mondo in cui il Cristianesimo è nato, Francesco ha cercato anche l’interlocuzione con le più autorevoli autorità musulmane irachene.

Particolare sensazione ha destato il colloquio con il Grande Ayatollah al-Sistani, autorità dello Sciismo superiore a quella dello stesso Ali Khamenei, che pure guida l’attigua Repubblica Islamica d’Iran in base al principio del primato della giurisprudenza del clero nella conduzione della cosa pubblica.

Gerarchicamente, seppure politicamente non sovraordinato a Khamenei, Al Sistani se ne distanzia per il fatto di essere un “quietista” che non ritiene opportuno l’impegno diretto della gerarchia sciita in politica. Non stupisce quindi che tra Sistani e Bergoglio si sia registrata una notevole sintonia.

Il rispetto reciproco ha caratterizzato tutte le fasi del loro incontro: un dato di fatto che rappresenta di per sé un grande successo ed una speranza per quanti ritengono che ci sia ancora spazio per il Cristianesimo in una regione in cui coloro che lo professano hanno subìto così tanti torti.

Merita peraltro di essere rilevato come la Chiesa di Roma eviti di partecipare allo scontro che oppone le due massime denominazioni della confessione islamica. Ad ogni apertura fatta nei confronti dello Sciismo è sempre corrisposto qualche passo simbolicamente importante nei confronti dei Sunniti.

La Santa Sede tende piuttosto a proteggere la causa della libertà religiosa, cogliendo ogni utile margine a propria disposizione, anche quando a questo obiettivo occorra sacrificare qualche importante posizione di principio, come sta avvenendo in particolare nei confronti della Repubblica Popolare Cinese, con la quale Francesco desidera stringere un accordo.

Il comportamento della diplomazia vaticana nell’inquieto Medio Oriente e lo stesso recente viaggio di Papa Francesco in Iraq vanno quindi interpretati soprattutto attraverso questo prisma: l’interesse concreto della Chiesa a conservare una presenza cristiana nell’area, in una condizione di sicurezza e formale parità di diritti che è possibile ottenere soltanto quando tacciano le armi e siano lontane dal potere le forze politiche più radicali ed intransigenti.

In questo percorso, è più facile che la Santa Sede si trovi dalla stessa parte delle potenze che difendono lo status quo e la stabilità, piuttosto che al fianco delle forze che promuovono il cambiamento a tutti i costi.

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