Registrazione avvenuta con successo!
Per favore, clicca sul link trasmesso nel messaggio inviato a

Il denaro non esiste, esistono le ‘bolle’: Non-fungible token e arte moderna per dimostrare la tesi

© Foto : Pixabay100 euro in fiamme - immagine metaforica
100 euro in fiamme - immagine metaforica - Sputnik Italia, 1920, 26.03.2021
Seguici su
Vi diranno che è una rivoluzione, che serve a monetizzare, riconoscere valore e democratizzare il diritto d’autore, ma non vi spiegheranno mai come accidenti faccia la stupida GIF animata di un gattino che vola con un corpo di tartaruga alla fragola lasciando una scia arcobaleno, ad essere valutata mezzo milione di euro.

Certo, il problema esiste, ed è noto da tempo. Perché un’opera intellettuale creata e pubblicata su internet non dovrebbe veder riconosciuto il proprio valore? Un meme, una foto, un post, se originale, creato con arte, capace di diffondersi e produrre tendenze, influire in qualche modo sulla società, perché non dovrebbe essere monetizzabile dal suo creatore?

Ecco allora che sono stati inventati i NFT, i Non-fungible token, che vengono gestiti dalle Blockchain. A questo servono, vi diranno. Bene. Iniziamo subito con la prima critica.

Non-fungible token, Blockchain… What a f***?

I Non-fungible token (NFT) non sono altro che certificati digitali e le Blockchain non sono altro che registri digitali. Quindi, volendo, si sarebbero potuti chiamare anche ‘certificati digitali’ e ‘registri digitali’ appunto, dato che siamo italiani e che ogni tanto gli articoli vogliono provare a leggerli anche le nonnette. Già così abbiamo un 30% di analfabetismo funzionale in Italia, mettiamoci dentro anche neologismi come se piovesse...

Ma va bene, stiamo calmi e spieghiamola in parole povere. Diciamo che si sono inventati questo sistema di certificati digitali per conservare in catene di blocchi di dati condivisi e immutabili i preziosi beni prodotti nel mondo virtuale. Quindi tu produci un meme, una clip, uno scarabocchio online, ottieni il certificato digitale, e poi vendi la tua opera. Come se fossi un pittore che dipinge un quadro? Non proprio.

Il pittore vende il quadro, chi lo compra può scattare una foto del quadro e pubblicarla online, una volta online la foto può essere condivisa. Per quanto le immagini del quadro possano essere rese di dominio pubblico, resterà sempre una differenza sostanziale tra l’opera originale che sta appesa nel soggiorno dell’acquirente e le immagini digitali che girano sul web.

E se l’opera originale invece è già di per sé un prodotto online? Le copie saranno identiche all’originale, quindi che bene reale acquisti quando si tratta di arte digitale? Acquisti il NFT, cioè la sigla di una roba in inglese che non si sa manco che significa. Un certificato. Ma allora, scusa, non facevi prima a pubblicare i tuoi contenuti nella sezione a pagamento del tuo sito, oppure monetizzare concedendo spazi pubblicitari a Google, Yandex o YouTube?

Ecco che per capire il machiavello ci viene in aiuto Nyan Cat.

Nyan Cat… adesso è chiaro

Osservate attentamente il video qui sotto. Esiste anche la versione da 10 ore, ma io vi voglio bene e posto quella da tre minuti e mezzo, che se il vostro sistema nervoso è forte riuscite a non distruggere il computer o lanciare il cellulare dal finestrino e finire di leggere il pezzo.

Ecco, questa ‘splendida’ opera di pop art è stata venduta per la modica cifra di 580mila dollari sul mercato online. Pagamento ovviamente in criptovaluta, ma sempre 580mila dollari sono, cioè circa mezzo milione di euro. E non è che con questa cifra l’acquirente abbia ottenuto i diritti su quel prodotto, ha ottenuto solo il certificato di proprietà.

Il video può continuare a girare liberamente sul web e qualcuno volendo ci potrebbe fare anche un cartone animato (poveri bambini speriamo di no). In ogni caso il titolare del certificato non può vantare alcun diritto.

A che gli serve allora un certificato digitale di una cosa digitale? Ci sono fior di esperti che ve lo sanno spiegare, io no. Io vi propongo una tesi un po’ più prosaica:

E’ LA SOLITA FOTTUTISSIMA BOLLA!

Tutta l’economia mondiale in realtà è una bolla. Da quando gli Stati Uniti hanno abbandonato gli accordi di Bretton Woods, 15 agosto 1971, viviamo all’interno di una gigantesca, planetaria, enorme e, permettetemi di aggiungere, fottutissima bolla. Sì perché da quando non c’è più la parità dollaro–oro, e i cambi fissi con il dollaro che comportavano indirettamente anche una parità di tutte le altre monete con l’oro, il denaro è divenuto di fatto ‘virtuale’.

Quello cui assistiamo oggi, criptovalute, token, gatti petalosi a 8 bit che volano con sottofondo musicale anti neurone, non sono altro che la logica conseguenza di quella splendida idea di Richard Nixon.

“Non ci stiamo dentro con le spese di guerra in Vietnam” si disse l’unico presidente americano ad essere riuscito a farsi estromettere dalla carica per uno scandalo insignificante (Watergate), ma essere passato indenne alla Storia per la fine fatta fare ad Allende ed il sostegno offerto invece al dittatore Pinochet. “Stampiamo più moneta!”, fu la risposta che si diedero alla Casa Bianca e nel Deep State che sta negli scantinati. Per aumentare la moneta si sarebbero dovute aumentare anche le riserve in oro con il sistema Bretton Woods, ma se esci dagli accordi allora fai quello che ti pare. E il bello è che ha funzionato!

Oggi in tutto il mondo siamo disposti a lavorare per avere in cambio quei pezzi di carta che valgono giusto la carta su cui sono stampati e che non sono legati ad alcuna promessa se non la scommessa che ci siano persone ancora più sceme di noi disposte a lavorare ancora di più per quegli stessi pezzi di carta che a nostra volta gli giriamo.

Coltivo il pomodoro, raccolgo il pomodoro, vendo il pomodoro, tu che lo compri hai un pomodoro e ci fai l’insalata. Io in cambio ho la monetina, che in realtà non vale nulla, ma che poi c’è sempre qualcun altro che la vuole ed è disposto a lavorare anche lui per averla. Ma è tutta fuffa. Solo affidamento sul credito, di fatto non circola alcun valore reale.

Stesso discorso per il gattino fragoloso – non è nulla, valore di fatto zero, ma chi ha comprato quel certificato a 580mila dollari scommette sul fatto che domani potrà rivenderlo a un milione, forse anche due. Tutto questo ha senso? No, ma sempre meglio speculare che andare a lavorare.

Eppure quanto sarebbe bello vederli tutti con una zappa in mano!

Qui sotto potete ammirare ‘Il Coniglio’ di Jeff koons, opera in acciaio battuta all’asta da Christie's a New York il 15 maggio 2019 per 91,1 milioni di dollari, e più sotto la foto della gran patata (proprio nel senso di tubero) di Kevin Abosch venduta per un milione di euro. Buona visione.

Notizie
0
Prima i più recentiPrima i più vecchi
loader
Per partecipare alla discussione
accedi o registrati
loader
Chats
Заголовок открываемого материала