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Finalmente l'Europa mostra i muscoli contro la Cina: basta genocidio culturale degli Uiguri

© REUTERS / China Stringer NetworkSoldati cinesi in un'esercitazione nella base di Bayingol, situata nello Xinjiang
Soldati cinesi in un'esercitazione nella base di Bayingol, situata nello Xinjiang - Sputnik Italia, 1920, 22.03.2021
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Lo scorso 17 Marzo gli ambasciatori dell’Unione Europea, precedendo la formale approvazione da parte dei ministri degli esteri, hanno deciso sanzioni contro quattro funzionari cinesi e un Ente di quel Paese.

È la prima volta dai fatti di Tienanmen che l’Europa prende una posizione così drastica contro la Cina, anche se questa volta si tratta più che altro di un atto simbolico che si limita a sfiorare realmente il regime.

L’accusa che motiva questa presa di posizione è di “genocidio culturale” nei confronti del popolo degli Uiguri, l’etnia maggioritaria nella regione nord occidentale cinese, lo Xinjiang.

La reazione di Pechino non si è fatta attendere per bocca di Xu Guixiang, vice direttore della propaganda del Partito Comunista Cinese della Regione Autonoma (sic!) del Nord Ovest:

“L’auspicio è che l’UE possa correggere il passo, altrimenti risponderemo”.

Quanto deciso da Bruxelles segue provvedimenti simili già attuati da altri.

  • I primi ad accusare Pechino furono gli Stati Uniti che nel giugno dello scorso anno avevano approvato il Uyghur Human Rigths Policy Act che esplicitava la continua violazione dei diritti umani nello Xinjiang da parte della Cina.
  • Il Segretario di Stato Mike Pompeo (e confermato poche settimane fa dal suo successore Antony Blinken) aveva parlato apertamente di “genocidio e crimini contro l’umanità”.
  • Anche il parlamento canadese e quello olandese hanno già approvato una mozione (all’unanimità) in cui, per descrivere quanto stesse accadendo in quella regione della Repubblica Popolare Cinese usavano il termine “genocidio”.

Il parlamento canadese ha perfino approvato un emendamento che invita il Comitato Olimpico Internazionale a trasferire la sede delle olimpiadi invernali del 2022, previste a Pechino, “se il governo cinese continua in questo genocidio”.

Che l’argomento sia considerato di una certa importanza politica è dimostrato dal fatto che anche durante il recentissimo incontro in Alaska tra i vertici americani e cinesi la questione è stata messa sul tavolo con forte evidenza mediatica.

Detto per inciso, durante lo stesso incontro il vice segretario di stato USA Kurt Campbell, ha anche invitato i cinesi a smettere di “ricattare “l’Australia (vedi mio articolo precedente) se Pechino desidera veramente arrivare ad un miglioramento nelle relazioni bilaterali.

Vale allora la pena di approfondire la storia dei rapporti tra i circa 12 milioni di Uiguri che vivono nello Xinjiang e il Governo centrale.

Chi sono gli Uiguri

La regione, situata ai confini con la Mongolia e il Kazakistan, non è sempre stata parte dell’impero cinese. La popolazione Uigura vive in quell’area da sempre, ha una sua propria lingua di origine turcofona e pratica principalmente la religione musulmana.

Il termine Xinjiang in cinese significa Nuova Frontiera e il nome gli fu dato quando l’area fu conquistata dall’impero cinese, a metà del 1700, sotto la dinastia Qing. Fino alla fine del 1800 fu considerata una semplice colonia e divenne poi una “provincia dell’Impero”.

Caduta la dinastia nel 1911, la neonata Repubblica di Cina la ereditò trattandola come una semplice appendice coloniale e inviandovi dei governanti di etnia Han (l’etnia largamente dominante in Cina). Quando il Partito Comunista Cinese prese il potere nel 1949 rinominò la regione come Regione Autonoma Xinjiang degli Uiguri.

La Cina musulmana - Sputnik Italia, 1920, 03.12.2018
La Cina musulmana
In realtà, veramente autonoma non lo fu mai, esattamente come non lo sono mai state salvo che nella dicitura la Mongolia Interna e il Tibet. A governare queste regioni furono sempre personaggi inviati da Pechino e solitamente di etnia Han.

Verso la fine degli anni '50 il Partito Comunista cominciò ad incoraggiare una forte migrazione di cinesi Han nella regione.

  • Nel 1953 gli Han erano soltanto il 6% di tutta la popolazione locale
  • Nel 1982 erano già diventati il 38%
  • Dal 2000 superano il 40%.

Nonostante “l’invasione”, gli Uiguri stentarono ad integrarsi con le logiche politiche imposte da Pechino e linguisticamente, culturalmente e come aspetto fisico continuarono a rimanere molto diversi dalla restante popolazione cinese.

Durante il periodo riformatore di Deng Xiao Ping, Hu Yaobang, segretario generale del partito tra l’82 e l’87, provò ad allentare la volontà assimilatrice e, addirittura, invitò i nuovi arrivati a ritornare nelle loro zone di origine.

Alla fine dell’87, però, i conservatori del partito silurarono Hu e, dopo i fatti di Tienanmen, anche l’atteggiamento verso gli Uiguri tornò ad essere quello precedente.

Alla frammentazione dell’Unione Sovietica del 1991, il Partito Comunista Cinese cominciò a temere spinte secessioniste e centrifughe nelle proprie provincie di confine e i vertici del partito lanciarono una nuova campagna di assimilazione.

In tutti gli anni ’90 la repressione contro chi non si “cinesizzava” andò aumentando. Cominciarono gli arresti di artisti, scrittori e religiosi musulmani. Gli Uiguri reagirono con locali atti di violenza, per lo più sporadici, senza mai riuscire ad organizzarsi in un movimento militante organizzato.

Uiguro uguale terrorista

La “guerra al terrore” dichiarata dagli Stati Uniti dopo l’attentato dell’11 Settembre 2001, diede a Pechino l’alibi di accentuare la sua stretta sugli Uiguri.

Si cominciò col dichiarare (anche se la cosa non fu mai dimostrata) che i militanti Uiguri erano legati a Al Qaeda e, all’inizio, convinsero perfino gli Stati Uniti a includere gli Uiguri nella Lista dei gruppi terroristi. 

Cavalieri mongoli in Cina - Sputnik Italia, 1920, 30.11.2020
Repressi e dimenticati: nessuno alza la voce contro la Cina per uiguri, tibetani e mongoli
La convinzione americana durò, tuttavia, solo un mese poiché la mancanza di evidenze spinse presto gli USA ad escluderli da quella Lista.

Pechino, al contrario, insiste ancora oggi nel guardare alla regione come un covo di terroristi e considera tutti gli abitanti come potenziali separatisti o possibili attentatori. Dal momento in cui Xi ha preso il potere la stretta dell’etnia Han sulla regione si è fatta ancora più pesante.

Con l’intenzione di rompere i legami con la storia passata di quella popolazione l’antica città di Kashgar ha visto demolire tutta la sua parte vecchia per far posto a nuovi edifici, ufficialmente per motivazioni turistiche.

Secondo una nota della Agence France Presse, in un documento strategico del Partito Comunista sta scritto che l’obiettivo nei confronti degli Uiguri dovrà essere di “rompere la loro discendenza, rompere le loro radici, rompere le loro connessioni e rompere le loro origini”.

Attivisti dei diritti umani e esperti dell’ONU sull’argomento hanno formalmente dichiarato che attualmente sono almeno un milione le persone di etnia Uigura, o comunque di religione musulmana, a essere detenuti in campi di “rieducazione” dove si usa la tortura, si obbliga al lavoro forzato, si violentano e si sterilizzano le donne.

Naturalmente, Pechino contesta queste accuse negando qualunque forma di repressione in atto nella regione. Insiste nell’affermare che si tratta solamente di una lotta contro il terrorismo e che i campi di “rieducazione” in realtà sono solamente scuole per favorire una nuova formazione professionale.

Per dimostrare che nessuna pulizia etnica è in corso, Pechino ha invitato gli ambasciatori di alcuni Paesi occidentali a visitare la regione affinché accertino personalmente le “ottime condizioni di vita”.

Tutti gli ambasciatori hanno rifiutato, adducendo la non libertà di movimento che avrebbero avuto sul luogo e il controllo continuo dei rappresentanti del Partito Comunista Cinese che li avrebbero accompagnati.

CC BY 2.0 / Evgeni Zotov / BazaarIl bazar di Hotan nello Xinjiang
Finalmente l'Europa mostra i muscoli contro la Cina: basta genocidio culturale degli Uiguri - Sputnik Italia, 1920, 22.03.2021
Il bazar di Hotan nello Xinjiang

Impressioni dallo Xinijang

È naturale poter immaginare che il loro rifiuto abbia motivazioni politiche ma per chi lo pensa posso portare una mia esperienza personale. Pochi anni fa chiesi ed ottenni di potermi recare nello Xinjiang e precisamente nel capoluogo Urumqi.

Ufficialmente per garantire la mia sicurezza, fui sempre e soltanto accompagnato da funzionari venuti con me da Pechino e, nonostante il mio desiderio di incontrare degli Uiguri, potei interloquire solo con politici locali, naturalmente tutti di etnia Han. Alle mie domane in merito alla qualità dei rapporti con gli autoctoni mi fu sempre risposto rassicurandomi sull’armonia che esisteva nella popolazione. Anche nella visita in città potei vedere solamente quartieri dove la popolazione nelle strade aveva tutta le caratteristiche fisiche dei cinesi.  L’unica cosa antica che riuscii a visitare furono delle grotte naturali scavate nella roccia diversi chilometri fuori dalla città.
Perché un tale accanimento contro questa popolazione?

Certamente nel Governo centrale esiste il timore che nella regione possano diffondersi spinte secessioniste, ma la stretta di Pechino si è accentuata negli ultimi anni perché è attraverso quest’area che dovrà passerà la Nuova Via della Seta terrestre e lo Xinjiang è destinato a diventarne uno snodo molto importante.

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