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Libia dieci anni dopo, l'ambasciatore Sanguini: "L'Europa ritrovi un ruolo serio e responsabile"

© Sputnik . Andrey Stenin / Vai alla galleria fotograficaLa situazione in Libia
La situazione in Libia - Sputnik Italia, 1920, 19.03.2021
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A dieci anni dall'intervento occidentale del 2011 che ha gettato la Libia nel caos il Paese prova a rialzarsi con un nuovo esecutivo. L'ambasciatore Sanguini (Ispi) a Sputnik Italia: "La nascita di questo governo è un passaggio molto importante, l'Italia accompagni la transizione".

Il 19 marzo del 2011 i primi missili Tomahawk partiti dalle portaerei di Gran Bretagna e Francia colpivano Bengasi. Era l’inizio della “primavera libica”. Ma a dieci anni dalla caduta di Muammar Gheddafi la democrazia in Libia non è ancora arrivata e il Paese, sgretolato dalle fazioni in lotta, fatica ancora a rialzarsi.

“Siamo di fronte ad un Paese sconvolto che ha sofferto, che si è frantumato, e che con Gheddafi era tenuto insieme, sia pure a condizioni poco democratiche”, spiega a Sputnik Italia l’ambasciatore Armando Sanguini, consigliere scientifico dell’Ispi, che ha ricoperto la carica di ambasciatore italiano in Tunisia e in Arabia Saudita.

— Ambasciatore, qual è il bilancio politico a dieci anni dall’intervento militare occidentale in Libia?

— Oggi è l’anniversario di una sequenza di eventi che hanno scatenato un processo di disgregazione non solo politica ma anche sociale. Il bilancio, quindi, non può essere che critico, non solo per il Paese, ma anche per il Mediterraneo, il Nord Africa e per l’intero continente africano, per cui la Libia rappresentava un punto di riferimento.

Poster con l'immagine di Gheddafi - Sputnik Italia, 1920, 15.02.2021
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— Chi è che ci ha guadagnato?

— Non ci ha guadagnato nessuno, a partire dal popolo libico. Non ci ha guadagnato la stabilità dell’area e neppure le potenze regionali ed internazionali coinvolte, perché se oggi si può dire che alcuni partner occidentali, regionali o internazionali, hanno apparentemente una marcia in più a livello di influenza, bisognerà vedere se col tempo questo vantaggio relativo si consoliderà.

Ritengo che qualunque presenza estranea alla Libia rischierà di creare altri problemi e di non durare a lungo, perché il popolo libico non è disposto a tollerare una mano straniera a controllarlo.

— La scorsa settimana il governo di transizione del premier Abdul Hamid Dbeibah, che avrà il compito di traghettare il Paese fino alle nuove elezioni di dicembre, ha ottenuto la fiducia del Parlamento, è un segnale di speranza?

— La nascita di questo governo è un passaggio molto importante. Intanto è già riuscito a fare ciò che non è mai riuscito al governo precedente, ovvero ottenere la fiducia del Parlamento, in più con una maggioranza molto larga. E poi contempla non solo esponenti politici ma anche della società civile, la stessa che sta cercando di far capire che la soluzione militare non è adeguata per il futuro del Paese.

Gli obiettivi che si pone il nuovo esecutivo sono ambiziosi: consolidare il cessate il fuoco, rafforzare le istituzioni e creare le condizioni perché il popolo libico possa tornare ad esprimersi liberamente alle urne. La soluzione di questa crisi non può che essere “infra-libica”. Chi ha pensato o pensa ancora di trarre un vantaggio da questa situazione deve rendersi conto che gli esempi che abbiamo in proposito in Medio Oriente non sono incoraggianti.

— A proposito, la presenza militare turca nel Paese deve preoccupare l’Europa?

Tripoli, Libia - Sputnik Italia, 1920, 25.10.2020
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— Innanzitutto, va detto che la presenza turca in Libia è anche il frutto dell’inerzia dell’Europa. La Turchia ha approfittato del vuoto che si è creato per cercare di allungare le mani sulle risorse energetiche del Mediterraneo, creando quindi un ulteriore fattore di disgregazione e di conflitto.

Penso che il nuovo governo libico avrà modo e mezzi per convincere la Turchia a limitare le sue ambizioni e a ritirare la propria presenza militare. Se non ci riuscisse la comunità internazionale dovrebbe reagire. Mi auguro che Erdogan non sia così poco saggio da non tenerne conto. Oggi l’Europa ha bisogno di ritrovare un suo ruolo serio e responsabile nei confronti di questo Paese.

— E il nostro Paese, che ruolo dovrà giocare per la soluzione di questa crisi?

— Io credo che l’Italia, che ha un evidente interesse geopolitico in Libia, dal fronte migratorio a quello della sicurezza, passando per le risorse energetiche, debba lavorare assieme alla comunità internazionale per il successo di questo primo passo, accompagnando questa transizione politica.

Credo che la decisione del governo di nominare un inviato speciale per la Libia muova proprio da questa considerazione.  

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