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Greensill: una nuova crisi dei subprime?

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Logo di Greensill Bank - Sputnik Italia, 1920, 18.03.2021
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Greensill nuovo caso Madoff? Greensill come la crisi dei subprime del 2007-8? Di certo, ancora una volta, una classica operazione speculativa, con possibili pericolose conseguenze sistemiche.

Nei giorni scorsi il gruppo finanziario Greensill ha portato i suoi libri contabili in tribunale a Londra e dichiarato insolvenza. Un po’ come l’amministrazione controllata in Italia, e rischia di diventare una potenziale bancarotta. Greensill Capital, un fondo londinese controllato dalla Greensill Holding, porta il nome del suo fondatore, l’australiano Alexander (Lex) Greensill, che, dopo un periodo di praticantato finanziario presso la Citygroup e la Morgan Stanley, lo ha creato nel 2011.

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La sua “mission” iniziale era la finanza della supply-chain: anticipare il pagamento delle fatture, emesse da clienti e fornitori minori nei confronti delle grandi corporation, garantendo loro incassi più celeri. I fornitori erano contenti di ottenere i pagamenti dovuti e di sottrarsi ai tempi lunghi delle corporation. In seguito, la Greensill Capital portava le fatture all’incasso presso le grandi imprese, ottenendo naturalmente un certo premio. Anche queste ultime vedevano, con soddisfazione, allungarsi i tempi di pagamento. Purtroppo, però, non tutti i bilanci delle imprese coinvolte erano, e sono, trasparenti e solidi.

Il sistema veniva propagandato come una “democratizzazione del capitale e della finanza”.

Il passo successivo consisteva nella “monetizzazione” degli asset acquisiti (le fatture da incassare) per trasformarli in investimenti o in crediti per altre imprese. Ancora più importante era la cartolarizzazione delle fatture acquisite, che venivano “impachettate”, di solito con altri prodotti finanziari e titoli vari, da piazzare agli investitori, in particolare quelli istituzionali. Proprio come accadde negli Usa con i subprime prima della Grande Crisi.

Il sistema veniva internazionalizzato con una rete finanziaria, attraverso la creazione di istituti e di banche, la realizzazione di rapporti con grandi organismi finanziari e con certe compagnie di assicurazione e la partecipazione attiva in importanti operazioni di finanziamento o di acquisizione di altre corporation. 

Ciò è avvenuto con la “benedizione” della City, del governo di Londra e persino della Casa Reale britannica. Lex Greensill è stato consulente speciale per gli affari finanziari del governo di David Cameron. In seguito, nel 2018 lo stesso Cameron ricevette uguale favore e divenne special adviser della Greensill Capital. A coronamento di tutto ciò, la regina Elisabetta II nel 2017 nominò Lex Greensill “Comandante dell’Ordine dell’Impero Britannico”. Il cerchio magico si era così chiuso.

Di fronte a un così promettente pedigree, molti investitori sono stati pronti a partecipare all’affaire. Prima il fondo americano di private equity, General Atlantic, poi il conglomerato industriale-finanziario giapponese, SoftBank Group, hanno portato nuovi capitali. E ogni volta, il valore di mercato della società aumentava. Del resto oggi si stima in 55.000 miliardi di dollari il mercato supply-chain.

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Con la cartolarizzazione, i “titoli salsiccia”, ovviamente con rendimenti superiori a quelli delle normali obbligazioni di Stato, sono stati piazzati a importanti clienti, tra cui la Global Asset Management (GAM), società di gestione patrimoniale svizzera storicamente legata alla banca privata Julius Baer di Zurigo, e il Credit Suisse, che ne avrebbe comprato per i propri clienti almeno per 10 miliardi di dollari. Per la grande banca svizzera è un grave danno alla sua reputazione, oltre che importanti perdite da smaltire.

Per rendere i titoli più attraenti era necessario che fossero coperti da importanti compagnie di assicurazione internazionali. E qui entrò in campo la giapponese Tokyo Marine, che l’anno scorso, però, verificata la mancanza di solidità della Greensill Capital, decise di non rinnovare le garanzie assicurative su 4,6 miliardi di dollari di crediti che questa affermava di possedere, mandando l’intera operazione in tilt.

Nel 2014, Greensill Capital acquistò una banca tedesca, la Nordfinanz Bank AG di Brema, poi Greensill Bank AG, usata per espandere le operazioni della casa madre in molti settori, soprattutto, per raccogliere fondi anche da piccoli risparmiatori, coinvolti attraverso l’uso di nuove piattaforme digitali.

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L’iniziale affidabilità della banca ha spinto molti comuni e altri enti pubblici tedeschi a investire in questi “titoli salsiccia”. Ora la banca è esposta per oltre tre miliardi di euro. Almeno uno di questi è fatto dai depositi dei piccoli risparmiatori, che, secondo la legge europea, sono garantiti fino a 100.000 euro con soldi pubblici. Gli enti pubblici tedeschi, invece, non sono coperti da questa garanzia. Perciò la Bafin, l’ente di vigilanza tedesca, l’equivalente alla nostra Consob, è stata costretta a sospendere la licenza e a fermare tutte le operazioni finanziarie della banca. 

Nei momenti d’oro, la Greensill Capital è stata un attore principe a sostegno dell’espansione delle operazioni di GFG Alliance, il conglomerato dell’acciaio e delle materie prime posseduto dal magnate britannico Rajneev Gupta, di origine indiana. Un terzo dell’esposizione totale di Greensill Capital sarebbe proprio nei confronti di questo gruppo, che adesso deve trovare altre fonti di finanziamento.

Si tenga presente che, fino a poco fa, Gupta era in trattative per l’acquisto addirittura della Thyssen-Krupp, il gigante tedesco dell’acciaio. Nel 2019 aveva acquistato 7 imprese, tra cui quella di Piombino, della ArcelorMittal, la stessa società proprietaria anche di Ilva di Taranto.

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I coinvolgimenti internazionali nell’insolvenza della Greensill Capital sono tutti da verificare. Il rischio sistemico deve essere ancora misurato. La vicenda segue altri casi simili, come quelli di Wirecard e di GameStop, che stanno diventando sempre più numerosi. Siamo di fronte a una bolla finanziaria, a un iceberg con più punte.

Il ripetersi di questi disastri finanziari speculativi ripropone l’urgenza di una seria riforma del sistema finanziario internazionale e, comunque, almeno di un coordinamento tra le agenzie di controllo per tutelare i risparmiatori e i settori delle economie reali.

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