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Italia, 160 anni di unità… più o meno

© Sputnik / Alessio TrovatoEvoluzione dell'Unità d'Italia dalla proclamazione del Regno alla Conferenza di Parigi dopo la Prima Guerra Mondiale
Evoluzione dell'Unità d'Italia dalla proclamazione del Regno alla Conferenza di Parigi dopo la Prima Guerra Mondiale - Sputnik Italia, 1920, 17.03.2021
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Se per certi aspetti tutti gli abitanti della bella Penisola possono dire di essere accumunati tra loro da qualcosa che ha radici molto antiche, dall’altra va anche detto che, rifacendo bene i conti, i 160 anni di unità d’Italia che si festeggiano oggi sono un’approssimazione fin troppo per eccesso.

Non per nulla togliere alla ricorrenza odierna, e non per polemica, ma quello che si festeggia oggi viene impropriamente definito il 160mo anniversario dell’Unità d’Italia. In realtà sono 160 anni dalla nascita del Regno d’Italia, non esattamente la stessa cosa.

Iniziamo l’analisi dal punto di vista più semplice, quello puramente territoriale, e vediamo quanti sono in realtà gli anni di unità effettivi.

Unità territoriale

Dopo la vittoria franco-piemontese nella Seconda Guerra di Indipendenza contro l’Austria nel 1859, l'esito positivo della spedizione garibaldina contro il Regno delle due Sicilie nel 1860, e la serie di plebisciti favorevoli, Vittorio Emanuele II proclamò ufficialmente la nascita del Regno d’Italia il 17 marzo 1861 e assumeva per sé il titolo di Re d’Italia. 160 anni fa appunto.

Ma se guardiamo la cartina dell’Italia del 1861 vediamo bene che manca tutto il nord-est, nonché quasi l’intero Lazio, con tanto di Roma. In effetti fu solo dopo la Terza Guerra di Indipendenza, combattuta insieme alla Prussia ancora una volta contro l’Austria, che nel 1866 ottenemmo il Veneto, e solo dopo la cosiddetta ‘Breccia di Porta Pia’ ci fu la presa di Roma. Era però il 20 settembre del 1870. La capitale venne portata da Firenze a Roma solamente l’anno dopo, cioè a dieci anni dall’unità d’Italia che festeggiamo oggi.

Anche dopo il 1870, se guardiamo le carte politiche del tempo, vediamo che manca qualcosa – tutto il Trentino e buona parte del Friuli. Territori che appunto verranno unificati solo dopo la fine della Prima Guerra Mondiale, che noi combattemmo specificatamente contro l’Impero austriaco proprio per quelle province.

Volendo essere proprio precisi andrebbe anche detto che dopo la firma dell’armistizio del 1943, durante la Seconda Guerra Mondiale, per almeno un anno e mezzo l’Italia rimase divisa di fatto in due, prima dalla linea Gustav, poi da quella Gotica. Da una parte la Repubblica di Salò e i tedeschi, dall’altra gli alleati.

Sempre a proposito di unità da un punto di vista territoriale, si potrebbe aggiungere che il concetto di unità in sé consiste prima di tutto nello spostarsi liberamente all’interno di un territorio comune. In questi tempi di zone rosse e limitazioni alla mobilità, la nostra contabilità degli anni effettivamente di unità e continuità territoriale vissuti dal nostro Paese dovrebbe sottrarre forse anche qualche mese dalla prima e dalla seconda ondata di coronavirus. Ma non è il caso di fare troppo i pignoli. Diciamo in conclusione che da un punto di vista puramente territoriale, non sono proprio 160 anni di unità.

Unità sociale ed economica

La questione dell’unità da un punto di vista sociale è ancora più delicata. Ma non parliamo della ‘questione meridionale’ come la intendiamo oggi – il Nord più sviluppato, il Sud con meno opportunità di lavoro. No, no, parliamo proprio di una divisione netta nei primi decenni dell’unità tale da far pensare a paesi completamente differenti:

  • 28mila chilometri di strade solo la Lombardia, 14mila l’intero ex Regno di Napoli, Sicilia inclusa;
  • PIL del Nord due volte e mezzo quello del Sud;
  • Al Nord un ettaro produceva 400 lire di raccolto, al Sud appena 80;
  • Al Nord il tasso di analfabetismo era al 54%, al Sud all’81%, in Sicilia addirittura 93% (dati del 1871);
  • In Piemonte e Lombardia il 90% dei bambini andava a scuola già nei primi anni del Regno, al sud appena il 18%;

Ma soprattutto, la differenza principale dell’economia tra Nord e Sud era che il Nord aveva già circuiti propri di esportazione (seta e formaggi soprattutto), il Sud invece, pur avendo produzioni di interesse internazionale, aveva un’economia di fatto di tipo coloniale, in cui il valore aggiunto era nelle mani dei compratori internazionali.

Il vino e lo zolfo della Sicilia, per esempio, erano gestiti fin dal porto di imbarco da case di commercio e trasporto inglesi. Privo di istituti di credito, vere e proprie aziende che si occupassero di esportazione, e senza un sistema autonomo di commercializzazione, il gioco era nelle mani della rete di vendita straniera che comprava direttamente sul posto a condizioni di oligopolio e al prezzo che decidevano loro.

A questo va aggiunto che la formazione del Regno avvenne di fatto per annessione e non per unione o federazione. La casa Savoia annesse progressivamente il Paese e gli fece adottare lo Statuto Albertino. Per molti nei primi tempi tutto ciò dovette sembrare null’altro che l’ennesimo governo ‘straniero’. Il fenomeno del brigantaggio al Sud e i tanti tentativi di repressione da parte delle autorità del Nord sono l’indice di una unità sociale che per lungo periodo rimase più che altro solo sulla carta.

Quando si può iniziare a parlare di una Italia unita dal punto di vista socio-economico?

Secondo i più pessimisti questo tipo di unità non c’è neppure adesso. In effetti gli indicatori dicono che la distanza è ancora consistente tra Nord e Sud, anche se, certo, non paragonabile a quella dei tempi del Regno. Sicuramente, l’avvento della Repubblica, il boom economico, l’urbanizzazione, la trasformazione del mercato del lavoro e soprattutto, le grandi migrazioni dal Meridione verso la aree industriali del Nord, hanno rimescolato parecchio le carte e le opportunità per tutti. Ma stiamo parlando degli anni sessanta. Un intero secolo dopo l’unità formale dell’Italia.

Unità linguistica

Quelli che noi oggi chiamiamo ‘dialetti’, in realtà in origine erano vere e proprie lingue. Se non siete convinti dell’affermazione, qui di seguito vi posto un esempio.

Di fatto la differenza tra lingua e dialetto è solamente una questione di ‘status’. Con l’unità d’Italia le altre lingue italiche divennero dialetti semplicemente perché declassate. Nel 1861 però, in pochissimi parlavano l’italiano che conosciamo oggi e quasi nessuno lo scriveva. La lingua italiana ufficiale è di fatto il toscano, la lingua di Firenze, quella di Dante, Petrarca e Boccaccio. Questa lingua si impose rispetto alle altre come lingua veicolare, perché quella più ricca dal punto di vista della produzione letteraria. In pratica venne scelta per il suo valore artistico – caso forse unico in un mondo in cui le lingue veicolari vengono dettate piuttosto dai rapporti di forza politici.

Questa lingua scelta per ‘superiorità’ letteraria, venne man mano imposta attraverso l’educazione. Più tardi la Prima Guerra Mondiale avrebbe fatto per la prima volta conoscere tra loro genti provenienti dagli angoli più remoti della Penisola (con la coscrizione) e sarebbe stata chiara l’importanza di avere una lingua veicolare per tutti. La vera diffusione di massa della lingua, avvenne però solo con l’avvento della televisione pubblica, nella quale era d’obbligo un italiano dalla dizione impeccabile. Ma anche in questo caso stiamo parlando di quasi un secolo da quella prima unità d’Italia che festeggiamo oggi, dato che la programmazione iniziò appena nel 1953.

Unità politica

Una riflessione sembra d’obbligo dopo aver fatto il ripassino di Storia. Per arrivare all’unità d’Italia ci abbiamo messo tre guerre di indipendenza, una spedizione garibaldina, decenni di guerra civile al brigantaggio, una prima guerra mondiale per completare la penisola, una seconda guerra mondiale per ricominciare tutto da capo, più un lavoro enorme per fare gli italiani dopo aver fatto l’Italia, come diceva D’Azeglio.

Ora, arrivati nel terzo millennio, viene fuori che il concetto di ‘sovranità nazionale’ è superato?

Gente con la laurea ci spiega che sovranità, nazionalismo, fascismo, sono praticamente la stessa cosa e che bisogna rinunciare al concetto di unità nazionale in favore di un concetto di unità più alto, quello sovranazionale. Niente più confini, territorio, governo centrale, moneta nazionale, esercito proprio. Tutto deve essere transnazionale.

Il giardino delle delizie - Hieronymus Bosch - Sputnik Italia, 1920, 23.10.2018
ITALIA: il paradosso di non poter cambiare i paradossi
La domanda è – si può ancora parlare di unità nazionale nel momento in cui neoliberismo e globalizzazione spingono nella direzione opposta, quella del superamento delle unità nazionali? Coloro che oggi celebrano con forbita retorica i 160 anni scarsi di unità di questo Paese, sono anche gli stessi che tutti i gironi si sforzano di spiegarci che è un bene se la moneta ce la emetta la BCE che sta a Francoforte, le leggi le facciano al Parlamento europeo che sta a Bruxelles, il pallino geopolitico ce l’abbia in mano il Pentagono che sta a Washington e manco un vaccino ti puoi scegliere in autonomia senza il consenso dell’EMA che sta ad Amsterdam?

Ma che unità è? Prima del 1861 eravamo meno spezzettati di così.

Unità culturale

Dopo il triste paragrafo sulla questione ‘politica’, chiudiamo con una nota positiva per non rovinarci questo giorno che deve rimanere di festa. Se è vero che territorio, tessuto sociale e lingua sono di fatto stati unificati da ben meno dei 160 anni che festeggiamo questo 17 marzo, e se da un certo punto di vista politico è forse vero che tale unità sia già da considerarsi finita, dall’altro canto è però anche vero che ci sono cose che ci accomunano e ci rendono tutti italiani da molto più tempo.

Ogni regione ha vissuto le sue particolarità e le differenze sono notevoli, ma abbiamo anche avuto tutti mille anni di Impero Romano, poi invasioni, Medioevo, Signorie e Comuni, Rinascimento, dominazioni straniere e infine voglia di trovare una propria dimensione nazionale con il Risorgimento. Quindi un minimo comune denominatore storico lo abbiamo.

La Penisola ci ha tutti quanti abituati ad essere trattati piuttosto bene – clima, prodotti alimentari, bellezza della natura. Questo ci ha fin troppo viziati ma ci ha anche educati ad un certo gusto e sensibilità comune che ci identifica e ci è riconosciuto anche all’estero.

Quello strano istinto al campanilismo, l’interesse di bottega e la tifoseria di contrada forse lo abbiamo acquisito durante il lungo periodo delle Signorie e dei Comuni, ma quella mentalità non da joint-venture è anche quella che ci ha resi famosi in tutto il mondo per un modello di economia fatto di piccole imprese, alte capacità artigiane, attenzione alla qualità e al pariticolare.

Certi aspetti creduloni e ingenui forse li abbiamo presi nel Medioevo, ma anche quelli ci caratterizzano in maniera comune.

L’istinto al dolce vivere forse lo abbiamo ereditato dagli antichi romani, i vari Lucullo e gli altri patrizi che dei ricchi banchetti e la convivialità facevano una filosofia di vita.

Difficile dire, ma c’è tutto un insieme di cose che ci accomuna e ha radici molto lontane. Quell’insieme di affinità culturali è una forma di unità inconsapevole che ha in realtà migliaia di anni.

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