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Coronavirus in Italia: 100 mila morti e un anno di lockdown, restrizioni e crisi… ma quando finirà?

© Foto : PixabayLuce alla fine del tunnel
Luce alla fine del tunnel - Sputnik Italia, 1920, 09.03.2021
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La sera del 9 marzo l’allora Presidente del Consiglio Giuseppe Conte firmava il decreto noto come #iorestoacasa. L’intera Italia diveniva ‘zona protetta’, cioè ‘rossa’. Era il cosiddetto lockdown generale. Quella chiusura sarebbe dovuta rimanere efficace fino al 3 aprile. Ad un anno di distanza cosa è cambiato? Quanto durerà ancora tutto questo?

Quanto sia costata questa pandemia molti lo sanno bene, c’è poco da andargli a spiegare. C’è gente che ha perso dei cari, altri sono stati ricoverati in ospedale e se la sono vista brutta, altri ancora hanno perso l’attività e sono finiti ricoperti di debiti o il lavoro e non sanno come arrivare a fine mese. Certamente c’è anche chi ha subito disagi minimi, ma è un fatto che ci stiamo indebitando per far fronte all’emergenza. Questo significa che chi ancora non si è accorto del danno se ne accorgerà in seguito. Prima o poi l’effetto sarà chiaro a tutti.

Ma ad un anno dall’annuncio di quel dpcm, solo il primo di una lunghissima serie, non è tanto il bilancio che preoccupa. 100 mila morti, un 8,8% di calo del PIL nel 2020, 300mila imprese chiuse, un’economia a pezzi, sono di una gravità unica, ma ancora più inquietante è il fatto che sembra non sia ancora finita. Anzi, per la verità i nuovi decreti di Draghi appaiono identici a quelli di un anno fa. Eppure adesso ci sono anche i vaccini, abbiamo accumulato un anno di esperienza. Cos’è che non va, perché ancora non se ne esce fuori?

Tutta colpa delle ‘varianti’?

Se fosse stata un’epidemia solamente italiana allora si sarebbe potuto concludere che sì, il virus ha ripreso forza perché ci sono nuove varianti, i vaccini su queste non sono efficaci o sono insufficienti e quindi non c’è altra strada che chiudere tutto un’altra volta. La tesi avrebbe retto perfettamente. Ma questa è una pandemia, coinvolge tutti a livello globale, quindi esiste il confronto con gli altri paesi. Ci sono nazioni in cui non vengono adottate tali chiusure eppure non risulta un’emergenze di tale gravità.

Per dire io il Covid me lo sono preso a Natale nelle saune di un centro benessere qui a Mosca, domenica ci sono tornato e c’era ancora più gente. I russi sono una massa di incoscienti? Oppure hanno studiato dei protocolli migliori? O magari è il vaccino russo che fa miracoli? Non lo sappiamo, e continuando con questo sistema di informazione non lo sapremo mai. Sappiamo solo che esiste una differenza sostanziale di approccio. Ma non perché.

Emergenze temporali e questioni strutturali

Se nel mondo abbiamo i punteggi tra i peggiori in termini di letalità del virus, morti in proporzione alla popolazione e al tempo stesso siamo tra quelli che hanno adottato le misure più rigide di prevenzione, con conseguente danno massimo per un’economia storicamente molto attenta a turismo, ristorazione e terziario in generale, un motivo ci deve per forza essere. Ma scaricare tutto sugli errori compiuti da una classe politica che pure, sì, è quel che è, non sarebbe corretto. Qua c’è qualcosa di più che non va. Alcune delle questioni che ci penalizzano devono per forza essere strutturali.

Età e aspettativa di vita

Iniziamo dal discorso più prevedibile – l’aspettativa di vita media in Italia (prima che arrivasse il covid-19). Ebbene, secondo i dati statistici ufficiali della Banca Mondiale l’aspettativa di vita alla nascita per gli uomini in Italia nel 2018 era di 81 anni, per le donne addirittura 85. Secondo alcuni studi la pandemia abbasserà queste età di due punti nel 2020, ma occhio, cinquant’anni fa gli uomini erano a 69 e le donne a 75. Un decennio guadagnato dalle donne in mezzo secolo e dodici anni dagli uomini.

Secondo i dati del 2019 la percentuale della popolazione italiana con età maggiore di 65 anni era del 22,8%. Chiaro quindi che se ti trovi di fronte ad un virus letale soprattutto per la popolazione anziana, avere quasi un quarto di popolazione anziana non aiuta. Il paragone con la Russia in questo caso non regge, essendo questa oggi ai livelli di aspettativa di vita che c’erano da noi cinquant’anni fa, con tutto che negli anni novanta erano ancora ben più bassi e quindi la proporzione attuale di anziani sia modesta.

Per tali motivi non si può fare il confronto con la Russia, ma con il Giappone per esempio sì. 28,4% della popolazione over 65, il doppio degli abitanti dell’Italia e poco più di 8mila morti. Finlandia – 21,8% over 65, meno di un decimo della nostra popolazione ma meno di un centesimo dei morti per covid. Persino la Svezia, famosa per la sua politica di avversione alle chiusure e alle restrizioni sociali, ha un 20% di popolazione anziana ma ha avuto in proporzione molti meno morti di noi: una incidenza di 1,28 decessi su milione di abitante contro i nostri 1,66.

Quindi, sì, avere una popolazione anziana incide, ma deve esserci anche dell’altro.

Limiti del sistema sanitario

In Italia abbiamo istituti di eccellenza, grandi professionisti e mezzi all’avanguardia. Ma non abbiamo un sistema diffuso e capillare. Soprattutto per le emergenze. E soprattutto dopo la stagione dei ‘grandi tagli’ alla sanità per venire incontro alle esigenze e i famosi ‘parametri di Maastricht’.

In Italia bisogna ammalarsi uno alla volta perché se in troppi tutti insieme non solo finiscono i posti in terapia intensiva, ma non c’è neppure chi viene a trovarti a casa per rassicurarti, darti qualche medicina, controllarti i polmoni. Non curandoti a casa, peggiori, quando alla fine arrivi in ospedale magari è troppo tardi, il tasso di letalità aumenta. D’altra parte non esistono le risorse materiali per cambiare in corsa. Mancano proprio i fondi per creare nuovi ospedali e più posti in terapia intensiva, mentre per curare a casa servirebbe un esercito di dottorini che vengano a trovarti e visitarti. In Italia c’è il numero chiuso a Medicina, ricordate? 2mila partecipanti al concorso per mezzo posto da infermiere, avete presente?

Protocolli sbagliati e vincoli mentali

Le regole di lockdown in Italia hanno fin dall’inizio sempre avuto qualcosa di paradossale:

“Ci si potrà muovere solo per esigenze lavorative, necessità comprovate e motivi di salute”, diceva Conte in quel primo annuncio di un anno fa. Ma appunto “motivi di salute” è un paradosso. Se blocchi tutto ma poi lasci andare in giro proprio quelli ammalati, gli unici che possono trasmettere il virus perché ce lo hanno in corpo, che senso ha?

In Italia si sono viste multe al ragazzo che porta la pizza a domicilio, magari proprio all’ammalato che non dovrebbe uscire di casa, oppure al tizio che si sentiva talmente bene che voleva farsi la corsetta in bicicletta, e poi si è lasciati spesso gli ammalati a sé stessi, tanto da autorizzarli, di fatto costringerli, ad andare liberamente in giro per farmacie, ospedali, dottori. E lì che si trasmette il virus o quando te ne vai in giro a respirare un po’ d’aria fresca?

Bolle di sicurezza sanitaria - rappresentazione stilizzata - Sputnik Italia, 1920, 25.03.2020
‘Bolle di sicurezza sanitaria’ per le categorie a rischio - un’idea per combattere il coronavirus
In altri paesi sono state proposte anche regole differenziate per gli anziani. S’era parlato in questo giornale anche della teoria ‘Bonelli’ sulle ‘Bolle di sicurezza per le categorie a rischio’. Ma pare che in Italia tutto ciò non sia applicabile. È contro la Costituzione. Nel senso che imporre regole specifiche per gli over 65 sarebbe discriminatorio da un punto di vista di diritto costituzionale. Quindi niente. Non si può.

Al contrario – altro che ‘Bolle di sicurezza’, durante la prima ondata il virus aveva fatto strage proprio tra gli ospiti delle case di riposo lombarde perché, visti gli ospedali intasati, a qualcuno era venuto la brillante idea di mandare i malati di Covid in eccesso lì, l’unico posto in cui non sarebbero mai dovuti andare. Durante la seconda ondata la Regione Lombardia ha chiesto nuovamente alle RSA, ancora traumatizzate e terrorizzate dalle proteste dei parenti dei deceduti a marzo, che vengano ospitati altri infetti. Per 130 euro al giorno, naturalmente. Un buon affare.

I vincoli di sovranità e la questione Sputnik V

Notizia di ieri è quella riferita dalla Camera di Commercio Italo-Russa ha CCIR che ci annuncia che il Fondo russo per gli investimenti diretti (RDIF) e la compagnia farmaceutica Adienne Pharma&Biotech hanno siglato un accordo per la produzione del vaccino Sputnik V in Italia a partire da luglio. Bene, era ora, anche perché lo Sputnik V storicamente è stato il primo vaccino al mondo ad essere brevettato e, tecnicamente, se si fossero sbrigati, avrebbero già potuto iniziare non solo a distribuirlo, come sta facendo San Marino, ma proprio effettivamente a produrlo. Ma cosa ci ha frenati finora e cosa ci sta ancora frenando?

Michelangelo - La Creazione - Sputnik Italia, 1920, 12.03.2020
Siamo nel coronavirus fino al collo – ma per fortuna c’è l’Unione Europea che ci verrà a salvare
Bhè l’altro giorno la presidente del consiglio di amministrazione dell'Agenzia europea per i medicinali (EMA), Christa Wirthumer-Hoche in onda sul canale televisivo ORF, invece di spiegare agli ascoltatori per quale motivo la sua agenzia stesse ancora cincischiando sull’approvazione dello Sputnik V, tanto da costringere Ungheria e Austria a fare a meno del suo consenso, è andata a dire che quel vaccino è come una roulette russa ed è ancora presto per approvarlo senza le dovute garanzie.

Se c’erano dubbi sul fatto che persino l’EMA fosse parte del grande gioco geopolitico che l’Europa sta giocando insieme agli Stati Uniti, dopo questo è tutto chiaro. Altro che produzione congiunta, ma piuttosto del vaccino russo altre 10 ve ne fanno prendere di ondate.

Limite filosofico

Base anagrafica, limiti di sistema, di finanza, di diritto, di protocolli e di sovranità, non sono però tutto. Secondo me c’è infine anche una sottile ‘questione filosofica’. Abbiamo visto che negli ultimi cinquant’anni l’aspettativa di vita è aumentata notevolmente. Un decennio per le donne, anche di più per gli uomini. Questo avviene non solo perché la medicina ha fatto notevoli passi avanti ma anche perché vi è una cultura del ‘vivere a lungo’. Ci stiamo tuttavia avvicinando al nostro limite biologico. La nostra specie non è stata progettata per vivere oltre i cent’anni. Per lo stesso motivo per cui non è stata progettata per lavorare oltre i 70. Per qualche strana ragione tuttavia ci siamo messi in testa di dover essere ‘eterni’ e non accettiamo più l’idea della morte. Né a 70, né a 80, o 90. La vita non basta mai. Quello che un tempo veniva accettato come ‘fatalità’, ora non viene più accettato.

Quando finirà?

Per rispondere quindi alla domanda – quando tutto questo finirà? La risposta potrebbe essere – quando ci renderemo conto che non si può risparmiare sulla sanità, quando rivedremo i nostri protocolli, quando avremo la sovranità necessaria a sceglierci da soli per lo meno i fornitori dei vaccini, ma anche quando ci rassegneremo a non essere eterni. Perché dopo questo ce ne potrebbero essere altri di coronavirus, altre varianti, altre super influenze o chissà cosa. La natura modi per toglierci di mezzo ad un certo punto se ne inventerà sempre di nuovi. È lo schema del ricambio generazionale. Bisogna accettarlo. Se ti convinci di voler vivere per sempre è proprio quella volta che in realtà non vivi più.

 

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