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Quali diritti per i rider?

© Depositphotos / FranszScooter Uber Eats
Scooter Uber Eats - Sputnik Italia, 1920, 07.03.2021
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Negli ultimi tempi il lavoro di consegne a domicilio effettuato dai rider è diventato il nuovo simbolo di un certo rischio di sfruttamento sul lavoro.

Uno dei temi più dibattuti riguarda la natura giuridica del rapporto di lavoro dei ciclo-fattorini. Molte società di food delivery, infatti, non li assumono con un contratto di lavoro subordinato bensì con contratti alternativi – di lavoro autonomo, di collaborazione coordinata e continuativa o di lavoro a progetto.

Ma adesso le cose possono cambiare grazie ad un'indagine della procura di Milano che ha portato ammende per 733 milioni di euro contestate a società di food delivery per la violazione di norme sulla salute e sulla sicurezza. A Uber Eats, Glovo-Foodinho, JustEat e Deliveroo sono stati notificati verbali in base ai quali oltre 60mila lavoratori in tutta l’Italia dovranno essere assunti dalle aziende come “lavoratori coordinati e continuativi”.

© Foto : UFFICIO STAMPA EURISPESMarco Omizzolo, sociologo e ricercatore Eurispes
Quali diritti per i rider? - Sputnik Italia, 1920, 07.03.2021
Marco Omizzolo, sociologo e ricercatore Eurispes

E che cosa cambierà per i rider adesso? Per fare il punto della situazione Sputnik Italia si è rivolto a Marco Omizzolo, sociologo e ricercatore Eurispes. 

— Dott. Omizzolo, quella dei “riders” è una storia vecchia. Da anni si parla di regolamentare il settore, ma finora nulla si era mosso. Perché è stato perso così tanto tempo?

— La regolamentazione di questo settore è avvenuta per intervento in primis della magistratura e non del Parlamento o del Governo italiano. Significa che per anni si è lasciata la regolamentazione del fenomeno di fatto nelle mani del presunto libero mercato che, in questo come in altri casi, ha significato gestione dei rapporti di dipendenza tra le big company del food delivery e i riders, a tutto vantaggio delle prime, che hanno potuto imporsi senza alcuna limitazione, ostacolo o equilibrio. Il tempo perso è stato dunque un vantaggio dato alle multinazionali che hanno prodotto condizioni di lavoro particolarmente gravi per livello di subordinazione e di obbligo in capo ai riders.

A questo si deve aggiungere una strategia di condizionamento della libertà sindacale agita in complicità con alcune sigle sindacali che ha rafforzato, a mio parere, la condizione di subordinazione dei lavoratori nei confronti del sistema aziendale dominante. Eppure, nel corso degli anni, sindacati accorti e preparati, riders stessi, studi, ricerche e inchieste avevano sollevato il problema a livello nazionale e internazionale.

— In questa situazione di Covid i rider hanno svolto una funzione essenziale sia per portare da mangiare alle persone sia per permettere a molte imprese di sopravvivere, con le consegne. Come devono essere tutelate e inquadrate le persone che svolgono questo lavoro duro, usurante e faticoso?

— Come ho avuto modo di scrivere recentemente per il magazine dell’Eurispes, secondo l’European Foundation for the Study of Working Life, il 17% di tutti i lavoratori formalmente autonomi nell’Unione europea sono da considerare vulnerabili, mentre circa l’8% di essi lavora di fatto in un regime di dipendenza. L’Office for National Statistics valutava, nel 2017, in circa 900.000 le persone impiegate in condizioni di precarietà solo nel Regno Unito, di cui il 28% studenti. La Gig economy può essere considerata l’emblema di un sistema di produzione che comprende forme di lavoro autonomo fasullo.

Rider, consegne a domicilio - Sputnik Italia, 1920, 24.02.2021
Rider, indagati datori di lavoro di Just Eat, Uber Eats, Glovo e Deliveroo
I riders in Italia sono diffusi prevalentemente nelle maggiori città e trasportano cibo in bicicletta in continuazione, rifornendo i consumatori e le aziende, garantendo profitti milionari alle multinazionali con le quali collaborano. Essi sono l’emblema – insieme con alcune altre categorie di lavoratori come i braccianti, gli edili, le badanti domiciliari, gli operai di basso livello – di un diritto del lavoro duale che deriva da un’economia duale, cioè caratterizzata da un livello fondato sul diritto e sul profitto, e un altro fondato, invece, sulla ricattabilità e su economie di sopravvivenza. Per questa ragione è urgente superare, anche per via normativa e non solo per disposizione del Tribunale di Milano, il regime di dipendenza mascherato da libera professione. Si tratta di una finzione che cancella diritti e che ha correttamente portato lo stesso Tribunale di Milano a riconoscere i riders come cittadini e non “schiavi”, ossia persone costrette ad accettare le condizioni di lavoro, i relativi ritmi e retribuzioni imposte.

In un recente articolo pubblicato per Nigrizia, William Chiaromonte, ricercatore e giuslavorista, ha scritto che la pervasiva diffusione e l’utilizzo intensivo delle tecnologie digitali che caratterizzano l’economia delle piattaforme hanno trasfigurato non solo come le persone consumano, ma anche come il lavoro viene prestato. Ne sono derivate una serie di esternalità negative per i lavoratori coinvolti, almeno in due accezioni: una “atecnica”, che rinvia alla condizione di chi si giova di una prestazione d’opera senza ricompensarla adeguatamente, approfittando della propria condizione privilegiata o dello stato di bisogno di chi presta l’opera; e poi quella circoscritta dal legislatore con l’art. 603-bis del Codice penale in relazione alle ipotesi delittuose di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro, identificata in tutti quei casi in cui non sia rispettato il nocciolo duro della disciplina del rapporto di lavoro (la retribuzione, l’orario di lavoro, la sicurezza e l’igiene sui luoghi di lavoro, etc.). In relazione alla prima accezione, il dato di partenza, afferma Chiaromonte, è rappresentato dalla condizione di particolare debolezza sociale, economica e giuridica nella quale versano i riders, normalmente inquadrati come lavoratori autonomi e non come dipendenti delle piattaforme per le quali prestano la loro attività.

Uber - Sputnik Italia, 1920, 10.02.2021
Tutela rider, adottato da Uber Eats protocollo salute e sicurezza
La scarsa giurisprudenza sinora intervenuta sulla qualificazione giuridica del rapporto di lavoro dei riders ha affermato che le piattaforme fanno un uso distorto delle varie forme di lavoro autonomo, utilizzando i ciclo-fattorini come veri e propri lavoratori subordinati; e, di conseguenza, ha riconosciuto ad essi lo status di collaboratori “eterorganizzati”, cui consegue l’applicazione delle tutele tipiche del lavoro subordinato (da ultimo, Cassazione n. 1663/2020), o addirittura – e ciò ha rappresentato la prima pronuncia in tal senso in Italia – qualificandoli direttamente come lavoratori subordinati (Tribunale di Palermo n. 3570/2020). Questo, dunque, già prima dell’intervento del Tribunale di Milano, segno di un’attenzione chiara da parte della giurisprudenza e di una persistente disattenzione del Legislatore. Durante il lockdown sono stati i giudici del lavoro di Firenze, Bologna e Roma, fra gli altri, ad obbligare le piattaforme a fornire ai riders, a proprie spese, i necessari dispositivi di protezione individuale. Non si può che concordare con questa analisi e ricostruzione.

— Si prepara una battaglia giuridica con numerose cause civili davanti al Tribunale del Lavoro, a seguito dell’indagine della Procura di Milano che si è poi allargata a tutta Italia sul fenomeno dei riders. I magistrati proveranno a verificare fra l’altro “se si debbano riportare in Italia” le entrate ottenute “attraverso l’attività dei ciclo-fattorini”. A Suo avviso, come finirà questa vicenda? Che cosa cambierà per i riders? Ci sarà, finalmente, una riforma del settore che trasformerebbe i ciclo-fattorini da lavoratori autonomi a lavoratori subordinati?

— Intanto temo che le big company del food faranno ricorso, anche solo per allungare i tempi a loro vantaggio. Si deve infatti ricordare che i verbali di “riqualificazione contrattuale” sono procedimenti amministrativi e come tali prevedono la possibilità da parte di Assodelivery di fare ricorso. Secondo, la procedura individuata non prevede poi sanzioni specifiche, anche se il mancato adempimento potrebbe portare al ritiro delle licenze. Questo significa che, in primis, la relativa assunzione rischia di risultare meno impattante sul fenomeno di quanto si pensi. Dunque potremmo essere alla vigilia di una lunga e faticosa, sebbene necessaria, battaglia giuridica con una serie di cause civili che saranno presentate dai lavoratori al Tribunale del Lavoro per la trasformazione del loro rapporto di lavoro con le relative piattaforme da autonomi a “coordinati continuativi”, con tutte le garanzie, sia pure ancora parziali, conseguenti.

Coronavirus, rider a Milano - Sputnik Italia, 1920, 02.01.2021
Rider, Tribunale di Bologna: “L'algoritmo di Deliveroo è discriminatorio”, Cgil: sentenza epocale

Nonostante questi passaggi e incroci giuridici e procedurali, credo resti aperto il tema della regolamentazione vigente del diritto del lavoro, che in Italia è andato periferizzandosi nel corso degli ultimi decenni a vantaggio di processi di speculazione e predazione a volte capaci di ridurre i lavoratori in condizioni anche di grave subordinazione. Serve che il Legislatore prenda una chiara e netta posizione, avanzando e riformando il mondo del lavoro, rimettendo al centro la dignità dello stesso e di ogni persona impiegata, indipendentemente dal suo ruolo e funzione, nazionalità e status. Il Tribunale di Milano ha indicato e previsto una possibile soluzione, ma è necessaria l’azione di regolamentazione e riforma conseguente da parte della politica e, dunque, da parte dell’attuale Governo italiano.

— Quattro colossi del settore – Glovo, Uber Eat, Just Eat e Deliveroo – saranno pronti ad assumere i 60mila riders, oppure saranno costretti ad abbandonare l’Italia perché non sarebbe più conveniente operare in questo contesto?

— Qualora i colossi del Food Delivery fossero costretti o indotti ad assumere i lavoratori, credo che accetteranno, poiché il mercato italiano è molto conveniente e in continua crescita. L’Ispettorato del lavoro, intanto, ha segnalato alle aziende coinvolte che devono sanare quanto prima, sul fronte soprattutto dei contributi, le posizioni di ciclofattorini che hanno lavorato dal 2017 e fino all’autunno scorso. Si tratta di un passaggio fondamentale che inizia la procedura di riconoscimento dei diritti dei lavoratori e delle lavoratrici.

Diverso, invece, il profilo delle contestazioni che riguardano i reati contravvenzionali per le violazioni sul capitolo della sicurezza e della salute dei riders. In questo caso, entro 90 giorni, le società devono adempiere alle prescrizioni e pagare un quarto della cifra massima delle ammende e, quindi, versare oltre 733 milioni di euro. Così si estinguerà il procedimento con un decreto penale di condanna. In caso contrario il processo andrà avanti, ma a pesare potrebbe esserci anche la prescrizione (il termine è 4 anni). Le multe però ancora non sono state notificate alle aziende interessate.

— I fattorini di per sé non sono la categoria più bistrattata del XXI secolo, ne esiste un’altra: i migranti irregolari, richiedenti asilo e i minorenni. Un recente studio dell’Università Statale di Milano ha scoperto che la maggior parte dei rider del food delivery che lavorano in città sono stranieri, e non hanno altre fonti di reddito. Secondo il New York Times, in Francia alcuni ex-rider mettono a disposizione il loro account a persone disperate che vivono nel paese senza un permesso di soggiorno dietro una commissione che varia dal 30 al 50%. E in Italia sono stati registrati casi simili? Come si può combattere questo fenomeno?

— Non mancano casi di grave sfruttamento, incidenti accaduti durante l’orario di lavoro, a volte anche mortali, in alcuni casi non denunciati. Ancora per il magazine dell’Eurispes ho avuto modo di ricordare quanto accadde ad un corriere inglese impiegato per una ditta di logistica, la tedesca Dpd, avvenuta a gennaio del 2018 – come racconta Colin Crounch nel suo libro Se il lavoro si fa Gig (Il Mulino, 2019).

Il lavoratore deceduto era impiegato da circa diciannove anni per l’azienda tedesca eppure, contrattualmente, è sempre stato considerato un contraente autonomo. La sua morte derivò dalla necessaria trascuratezza che egli stesso aveva posto rispetto al diabete che lentamente ma inesorabilmente lo stava consumando. Una trascuratezza che derivava dal particolare impegno quotidiano che gli era richiesto per soddisfare i criteri imposti dal suo datore di lavoro. Peraltro, il lavoratore morì il giorno stesso in cui la Dpd lo aveva multato di 150 sterline, ancora secondo Crounch, perché, essendosi recato presso un medico per una visita, non aveva effettuato le consegne quotidiane previste per quella giornata. Questa vicenda è emblematica della condizione dei riders impiegati mediante piattaforme digitali e controllati da aziende, spesso multinazionali, che impongono ritmi e intensità estremi. Si tratta di storie che si ripetono in Europa come in Italia, nel settore del food ma anche in altri ambiti.

Le morti sul lavoro, gli incidenti, i linguaggi d’odio o razzisti che vengono agiti sui lavoratori che vivono condizioni di strutturale dipendenza e subordinazione devono essere superati quanto prima. Continuo a pensare che vi sia in tal senso un dovere non rinviabile da parte del Legislatore italiano e anche europeo per porre fine ad abusi, sotterfugi, ricatti di varia natura, anche in coerenza coi dettami espressi dalla Costituzione italiana e da quella dell’Unione europea.

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