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Colpo sotto la cinta: impatto del COVID sullo sperma

© Depositphotos / Alexraths Scienziati nel laboratorio
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Secondo alcuni studi, in una quota dei soggetti di sesso maschile che hanno accusato forme più severe di COVID si registra un calo della concentrazione di spermatozoi nel liquido seminale.

Ad oggi non è chiaro se questo fenomeno sia legato al virus oppure ai processi infiammatori da esso scatenati all’interno dell’organismo. In questo approfondimento Sputnik indaga la pericolosità dell’infezione per il sistema riproduttore maschile.

In nome della scienza e non solo

“Non soltanto contribuirà alla scienza, ma conoscerà meglio anche lo stato di salute del proprio apparato riproduttore. Analizzeremo il suo stato ormonale, effettueremo uno spermiogramma, un’ecografia dello scroto e un ecodoppler per valutare la circolazione sanguigna. Così lei saprà se è in saluta e noi proveremo a capire se il coronavirus esercita un qualche impatto sulla fertilità. E, aspetto importante, capiremo quale profilassi si rende necessaria per evitare l’eventuale impatto. Questo sarà il contributo che forniremo alla scienza”, spiega a un paziente il dottor Dmitry Enikeev, vicedirettore scientifico dell’Istituto di Urologia presso First Moscow State Medical University.

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Enikeev e i suoi colleghi indossano tutti i dispositivi di protezione del caso. Oggi all’interno della zona rossa sono aiutati da volontari a cui è stato diagnosticato il COVID-19. Oltre alla concentrazione di ossigeno nel sangue, alla frequenza respiratoria e altri valori, ai 44 soggetti volontari saranno misurati i parametri relativi allo stato di salute riproduttiva. I dati vengono confrontati con i risultati del gruppo di controllo costituito da soggetti sani di sesso maschile di età compresa tra 18 e 65 anni che non hanno mai contratto il coronavirus.

Gli scienziati sperano che questo consentirà di rispondere a una delle principali domande dell’anno: il COVID-19 provoca infertilità secondaria negli uomini?

Futuro a rischio

Nel mese di marzo del 2020 sul sito ufficiale del governo locale della provincia cinese dello Hubei fu pubblicata una relazione del gruppo di esperti del centro di medicina riproduttiva in seno all’ospedale di Wuhan.

Nella relazione si osservava che il coronavirus è in grado di danneggiare l’apparato riproduttore maschile. Geneticamente il coronavirus è simile al patogeno della SARS che talvolta può provocare disturbi all’omeostasi all’interno delle ghiandole sessuali maschili, il che a sua volta ha un impatto negativo sulla quantità e sulla qualità degli spermatozoi e può causare infertilità. Pertanto, tutti gli uomini che hanno contratto il COVID-19 dovrebbero, secondo gli autori della relazione, verificare di essere ancora fertili.

Alcune ore dopo la pubblicazione la relazione fu ritirata per insufficienza di dati a supporto. Tuttavia, nel mese di ottobre gli scienziati cinesi hanno appurato che il COVID è effettivamente in grado di scatenare un’infiammazione ai testicoli, di impattare sulla quantità di spermatozoi nello sperma e sulla loro capacità di movimento. Queste le conclusioni a cui sono giunti gli scienziati analizzando i campioni di tessuto testicolare di 6 pazienti deceduti a causa del COVID-19. Inoltre, i cinesi hanno analizzato lo sperma di altri 23 uomini che hanno contratto l’infezione e ne sono guariti. In 9 di essi è stata registrata la condizione dell’oligozoospermia (39,1%), la forma di infertilità maschile che si presenta quando nel liquido seminale non vi sono spermatozoi a sufficienza.

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Un mese dopo anche gli scienziati dell’Università di Miami (USA) hanno dichiarato che il SARS-COV-2 è in grado di penetrare nei tessuti del testicolo. Sono stati analizzati i tessuti di 6 uomini deceduti a causa dell’infezione. In 3 di loro è stato registrato un disturbo del processo di spermatogenesi e in un campione il virus. L’intervallo di tempo che in media è intercorso tra il primo tampone positivo al COVID e il decesso è stato di 11 giorni. I soggetti venuti a mancare avevano tra i 20 e gli 87 anni.

Gli autori dello studio osservano che il SARS-CoV-2 penetra nei testicoli così come fa nei polmoni, nel cuore e nell’intestino: ossia si lega ai recettori ACE2, ma solamente nei casi più severi della malattia. Infatti, né i ricercatori americani né quelli cinesi hanno rilevato tracce del virus in nessuno dei campioni di sperma di 34 pazienti che hanno contratto forme di COVID di gravità lieve o media. Non sono stati rilevati nemmeno disturbi nella produzione di ormoni sessuali.

Mettere i puntini sulle i
“Oggi molti articoli scientifici sono dedicati a questo tema. I dati sono contrastanti, perciò non abbiamo ancora una risposta precisa all’eventuale impatto del COVID sulla fertilità maschile. Abbiamo analizzato questi studi e i dettagli che gli autori non hanno considerato. Abbiamo quindi deciso di condurre uno studio autonomo con due gruppi: uno composto da pazienti ospedalizzati per COVID e l’altro di controllo composto da uomini in salute che non hanno mai contratto il COVID-19. Ogni gruppo è composto da 44 soggetti. La selezione è stata effettuata in accordo con il dipartimento di Statistica dell’Università Sechenovsky. Il protocollo di ricerca è stato stilato di concerto con i colleghi dell’Università di Medicina di Vienna. In altre parole, i risultati saranno affidabili”, spiega il prof. Dmitry Enikeev.

Lo studio consentirà di determinare i rischi per l’apparato riproduttore maschile nel caso di forme di COVID di diversa gravità. Per identificare i rischi del COVID grave si ricorrerà a campioni di pazienti deceduti.

Come osserva Enikeev, è già noto che una quota di pazienti presenta effettivamente un peggioramento dello stato della propria salute riproduttiva. Tuttavia, non è ancora chiara la responsabilità del virus in tal senso.

“Al momento non è possibile dirlo con certezza, ma l’infiammazione sistematica causata dal COVID potrebbe influenzare la qualità dello sperma e causare cambiamenti al livello di ormoni sessuali. Probabilmente il problema è questo”, osserva il docente.

In precedenza anche gli esperti tedeschi avevano parlato della questione. Per alcuni mesi i tedeschi hanno monitorato pazienti COVID e uomini sani, hanno misurato i biomarcatori dei processi infiammatori, stimato lo stress ossidativo e la qualità dello sperma.

È emerso che in media nei soggetti guariti si riduce in maniera consistente la concentrazione e la motilità degli spermatozoi nel liquido seminale. Poi la loro qualità migliora, ma permane una differenza rispetto ai valori dei volontari sani del gruppo di controllo.

È ancora prematuro trarre conclusioni definitive, servono più periodi di osservazione, sostengono i ricercatori cinesi. Altrettanto importante è verificare che nei testicoli ci siano pochi recettori ACE2: ciò significa che la probabilità che il virus vi penetri è relativamente bassa. Ad oggi questo fenomeno è stato rilevato una sola volta.

Quanto alla vaccinazione, è certo che non causi infertilità. Come sostiene Kate O'Brien, direttrice del dipartimento di immunizzazione presso l’OMS, queste voci di corridoio non corrispondono alla realtà.

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