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Buconi (Federcaccia): “No all’abolizione della legge sulla caccia, ma è urgente una revisione”

Lupo - Sputnik Italia, 1920, 26.02.2021
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Il presidente nazionale spiega le proposte della sua associazione, dice basta ai provvedimenti “spot” e sottolinea l’importanza della caccia e le sue ricadute sociali ed economiche.

Fa discutere la proposta di 13 associazioni animaliste di sottoporre a referendum abrogativo la legge 157 del 1992, la cosiddetta legge sulla caccia, che di fatto protegge anche la fauna selvatica. Dopo la pubblicazione in gazzetta ufficiale della proposta, ad alzare gli scudi sono state prima di tutto le associazioni di cacciatori, ma anche l’Enpa, l’Ente nazionale protezione animali, che ritiene che “sarebbe un vero disastro per gli animali selvatici e per la biodiversità” cancellare con un colpo di spugna la norma.

Chiarissima è la posizione di Federcaccia, che vede nel tentativo di abrogare la legge un passo indietro di decenni. Il presidente nazionale di Federcaccia Massimo Buconi ha parlato con Sputnik Italia dei diversi aspetti della questione soprattutto la necessaria revisione della legge e il confronto con il settore, che vanta la sua utilità economica e sociale.

- Presidente Buconi, perché sarebbe grave e pericolosa l’abrogazione totale della legge?

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-L’eventuale ammissibilità del quesito referendario, ammesso e non concesso si arrivi al passaggio alla Corte Costituzionale – non dimentichiamo che il primo ostacolo, non facile da superare, è la raccolta di 500mila firme valide - e successivamente la sua eventuale vittoria non vieterebbe la caccia, ma aprirebbe un vuoto normativo che di fatto ne toglierebbe la regolamentazione. 

Tutti parlano di “legge sulla caccia” ma in realtà la legge 11 febbraio 1992, n.157 è indirizzata alle “Norme per la protezione della fauna selvatica omeoterma” e solo in seconda battuta al prelievo venatorio. Una legge quindi basata soprattutto su norme di tutela, che semplicemente scomparirebbero. Dalla fauna patrimonio indisponibile dello Stato, sulla quale vige un obbligo di salvaguardia, si tornerebbe alla fauna intesa come res nullius, ossia di nessuno. La 157 è inoltre legge di recepimento delle direttive comunitarie in materia. Cancellarla esporrebbe a conseguenze pesanti anche da questo punto di vista. Tutti elementi di cui la Corte Costituzionale, nell’eventuale giudizio di ammissibilità già richiamato, siamo certi terrebbe conto.

- Cosa proponete in alternativa per aggiornare il testo?

- Il testo della legge richiede, e non da oggi, una revisione. Si avvicina ai 30 anni. Una enormità soprattutto in un settore come quello della gestione faunistica dinamico e in continuo mutare. Non è un caso se negli altri Paesi europei nello stesso periodo di leggi sulla caccia se ne sono avvicendate diverse.

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Da quando fu votata sono cambiate le condizioni generali della fauna; il quadro ambientale del Paese; lo stato di salute delle specie prese in considerazione; il numero stesso dei cacciatori; le necessità del mondo agricolo; la presenza di specie aliene e opportuniste; i principi di conservazione del paesaggio; la consapevolezza della necessità di salvaguardare tradizioni e usi tipici della ruralità di cui la caccia è parte integrante… Non si può pensare di risolvere tutto con provvedimenti spot, né in un senso né nell’altro. Quello di cui purtroppo gran parte della società, e anche della classe politica, non si rende conto è che la caccia non ha solo un aspetto ludico, ma ricadute sociali, economiche e gestionali importantissime.

In tutto il mondo è considerata una risorsa e un valido elemento di gestione di un patrimonio comune. Nel nostro Paese no. Qui è solo un problema o una battaglia ideologica.

- Qual è la soluzione?

- Serve una rinnovata visione della caccia e della gestione faunistica che non può prescindere dal ruolo dell’impresa agricola. La scommessa è produrre economia con una gestione faunistica sostenibile mantenendo il modello di caccia sociale che caratterizza l’attività venatoria in Italia.

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Cambiare la legge è necessario, ma ammesso che ce ne siano le condizioni, e ne dubito, ovvero una serenità di confronto basata su scienza e conoscenza e non sul sentimento, richiede un lavoro serio che veda attorno a un tavolo Istituzioni, mondo agricolo, mondo scientifico, cacciatori e ambientalisti. Che sono altra cosa dagli animalisti.

- Gli animalisti ritengono che la cancellazione sia a tutela della fauna selvatica, ma non tutti sono d'accordo. Qual è la soluzione?
- Se parla della cancellazione della legge attuale in realtà gli unici animalisti che la pensano così sembrano essere i promotori del referendum, una poco nota sigla animalista, “Ora – rispetto per tutti gli animali”, dalla quale hanno già preso le distanze il resto del mondo animalista, protezionista e ambientalista. Diciamo che un successo l’hanno raggiunto: hanno messo tutti d’accordo sulla assoluta inopportunità di questa iniziativa.

Se invece si riferisce alla cancellazione dell’attività venatoria in generale ovviamente le cose non stanno così. Come ho già detto la caccia rappresenta un elemento gestionale e quindi di conservazione e valorizzazione della biodiversità assolutamente irrinunciabile.

La soluzione, anche questo l’ho già detto, è approcciare il tema in maniera laica e oggettiva, lasciando da parte valutazioni – pur legittime – ma attinenti alla sfera dell’ideologia e del “sentire” personale.

Un furbo cacciatore: tigre si finge una pietra per catturare un cervo - Sputnik Italia, 1920, 17.02.2021
Un furbo cacciatore: tigre si finge una pietra per catturare un cervo
- Qual è la vostra proposta per risolvere il problema della presenza sempre più pericolosa di alcuni animali selvatici, come i cinghiali, nei centri abitati?

- Le potrei rispondere “aumentando la caccia”, ma sarebbe una soluzione semplicistica e scorretta. Prima di tutto perché il controllo delle popolazioni in esubero non è caccia, ma svolgimento di un pubblico servizio svolto anche con l’ausilio di cacciatori appositamente formati e sotto il controllo delle Province, dove sono rimaste, o delle Regioni. Anche questo è un aspetto spesso ignorato dalle persone e altrettanto spesso mal presentato sugli organi di informazione.
Detto ciò, sono diverse le cause che portano alcune specie selvatiche a essere sempre più presenti, mettendo così a rischio attività produttive, soprattutto agricole, e la stessa incolumità fisica delle persone. I cinghiali da lei citati sono i più evidenti ma non sono l’unica specie. Essendo molto flessibile si è ben adattato alle condizioni di vita “urbane” dove non trova predatori, ha facilità a reperire il cibo, nutrendosi di rifiuti e scarti alimentari, e spesso viene pure nutrito dai cittadini, magari dotati di buone intenzioni, ma che certamente non si comportano correttamente nei confronti di un selvatico.

E così aumenta il numero di incidenti, anche mortali, rischi sanitari e problemi di varia natura.

Brookesia nana - Sputnik Italia, 1920, 01.02.2021
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- Qual è la risposta corretta?

- La risposta non può essere solo l’applicazione di un metodo come il prelievo, oltretutto applicato in modo scoordinato e senza regolarità perché continuamente interrotto da ricorsi e proteste. Bisogna ripensare una visione complessiva, applicando una Gestione Integrata delle Specie Problematiche.

Per il cinghiale, ma vale anche per altre specie, dallo storno ai piccioni, dai gabbiani ai pappagallini, sarebbe opportuno dare vita a campagne educative e informative per i cittadini; fare ordinanze – e soprattutto farle rispettare - per vietare la distribuzione di cibo da parte dei cittadini; migliorare la pulizia e l’igiene urbana; installare sistemi di protezione e dissuasione nei punti critici, quelle zone della città che confinano con boschi, aree incolte, aste fluviali ed altro che costituiscono vie di accesso alla città da parte dei selvatici.
Tutte attività in cui il mondo venatorio se non fosse continuamente messo da parte per preconcetti potrebbe applicare con successo le sue competenze e conoscenze.

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