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Armenia, Pashinyan pronto ad un addio di velluto

© Sputnik . Ilya Pitalev / Vai alla galleria fotograficaCorteo degli oppositori di Nikol Pashinyan a Yerevan
Corteo degli oppositori di Nikol Pashinyan a Yerevan - Sputnik Italia, 1920, 26.02.2021
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Dopo gli errori della “rivoluzione” e il tentato allontanamento da Mosca costatogli una dura sconfitta nel Nagorno Karabakh il premier armeno si ritrova con le spalle al muro e sembra pronto a capitolare sotto i colpi dei generali che ne chiedono le dimissioni. Il Cremlino chiede moderazione e invita ad un passaggio di poteri discusso e concordato.

Più che un premier Nikol Pashinyan è un uomo in bilico su un precipizio. Ma a garantirgli la sopravvivenza politica ci sta pensando, almeno per ora, quella stessa Russia di cui Pashinyan voleva fare a meno. "La situazione in Armenia è stata discussa e Vladimir Putin si è espresso a favore del mantenimento dell'ordine e della stabilità” - ha spiegato il portavoce della presidenza russa Dmitry Peskov al termine di una telefonata tra Pashinyan e il presidente in cui Putin - rivolgendosi non solo al premier, ma anche ai generali pronti a spodestarlo - ha raccomandato moderazione e soluzioni politiche.

Pashinyan  - Sputnik Italia, 1920, 25.02.2021
Tensioni in Armenia, il premier Pashinyan si è rivolto ai suoi sostenitori
Il panorama politico dell’Armenia è assai teso fin dallo scorso novembre quando Pashinyan firmò il cessate il fuoco sul Nagorno Karabakh accettando la sconfitta degli indipendentisti armeni e la cessione agli azeri della città simbolo di Shusha assieme ad altri territori. Ma lo scontro si è fatto incandescente dopo la richiesta di dimissioni del premier avanzata dal capo di stato maggiore Onik Gasparyan e da 40 alti ufficiali dell’esercito. Alla pretesa, liquidata come un tentato di golpe, è seguito il tentativo del premier di rimuovere Gasparyan. Un tentativo vanificato però dal presidente Armen Sarkissian che si è ben guardato dal firmare il decreto di sostituzione del capo di Stato maggiore. Il tutto mentre nelle piazze di Erevan montano le proteste dei due schieramenti con il rischio di scontri anche violenti tra sostenitori e oppositori del premier.

Ma le illusioni del premier armeno Nikol Pashinyan, protagonista nella primavera del 2018 della cosiddetta “rivoluzione di velluto”, sono naufragate da tempo. A cancellarle, riportando il paese alla realtà, è stata la guerra del Nagorno Karabakh. Le sei settimane di combattimenti che tra la fine di settembre e i primi di novembre hanno ridimensionato i confini dell’enclave armena consegnandone larghe fette al controllo azero hanno dimostrato quanto velleitaria fosse l’idea di affrancarsi da Mosca per avvicinarsi ad Europa e Stati Uniti.

Il progetto era emerso nella primavera del 2018 quando Pashinyan, trasformatosi da giornalista in capo acclamato dell’opposizione, guidò le proteste conclusesi il 23 aprile 2018 con le dimissioni del premier Serzh Sargsyan.

Non fu un semplice cambio di poltrone. Assieme a Sargsyan venne messa alla porta tutta la classe politica che aveva guidato il paese dalla fine dell’Unione Sovietica. Una classe politica che - sulla base di quanto successo durante il primo conflitto del Nagorno Karabakh - aveva sempre guardato a Mosca ottenendone in cambio la protezione. Nel 2018 Pashinyan e i suoi s’illusero di poter cambiare non solo la classe politica, ma anche l’ordine geo-politico della regione. Un ordine che garantiva non solo la stabilità dell’Armenia, ma anche di un Nagorno Karabakh rimasto dal 1994 in poi sotto il controllo degli indipendentisti.

Il presidente azero Ilham Aliyev - Sputnik Italia, 1920, 07.01.2021
Presidente Azerbaigian alza la voce con l'Armenia su visite ufficiali in Karabakh
Dietro le illusioni di Pashinyan si nascondeva la convinzione che Europa e Stati Uniti avrebbero preso volentieri il posto della Russia contribuendo a contrastare l’aggressività di una Turchia sempre meno allineata con la Nato. Prigionieri di quelle convinzioni il premier e i suoi dimenticarono che Washington puntava da tempo sull’Azerbaijan di Ilham Aliyev e sulle sue risorse per garantire gli approvvigionamenti energetici dell’Europa e convincerla a rinunciare al gas e al petrolio della Russia. E, nel nome dell’interesse economico e politico anche l’Europa aveva fatto le proprie scelte preferendo alla piccola Armenia cristiana l’autocrate Aliyev e le sue ricchezze. Scelte rimaste invariate anche quando, a settembre, Aliyev, non ha esitato ad impiegare i mercenari islamisti e i droni messigli a disposizione dall’alleato e protettore Recep Tayyp Erdogan per sferrare l’offensiva nel Nagorno Karabakh.

Nonostante lo scoppio delle ostilità Pashinyan non rinunciò confidare nell’intervento diplomatico di un’Europa intenta a fare i conti con la crisi del Covid e di un Trump alle prese con le presidenziali. Ma la mal riposta fiducia nell’Occidente è anche all’origine dell’errore più grave ovvero il rifiuto della mano tesagli da Mosca nelle prime settimane quando era già evidente la superiorità strategica raggiunta dagli azeri grazie ai droni e ai sistemi missilistici di Ankara.

Per uscire da quell’impasse Pashinyan doveva semplicemente affidarsi alla Russia e accettare il cessate il fuoco deciso a Mosca da Armenia e Azerbaijan il 10 ottobre. Quel cessate il fuoco avrebbe consentito agli armeni di contenere le perdite territoriali e spostare sul piano diplomatico il conflitto. Il premier armeno cadde invece nelle provocazioni di turchi e azeri che rotta la tregua e ottenuta la reazione degli armeni continuarono indisturbati l’offensiva. Un’offensiva bloccata solo dal cessate il fuoco imposto da Mosca il 10 novembre dopo la caduta della città simbolo di Shusa.

Nagorno-Karabakh - Sputnik Italia, 1920, 13.07.2020
La Turchia ribadisce sostegno all'Azerbaigian nel conflitto con l'Armenia
Un cessate il fuoco doloroso firmato da Pashinyan all’insaputa del Parlamento, dei generali e dell’opinione pubblica per riparare ai propri errori e impedire che l’intero Nagorno Karabakh cadesse sotto controllo armeno. Ma anche una resa trasformatasi, almeno nelle tesi dei suoi avversari, in un’accusa di tradimento. Al di là delle contrapposte valutazione dei due schieramenti armeni è chiaro però che il peso di quei fallimenti politici e militari non garantisce a Pashinyan un futuro politico di lunga durata. Ma un colpo di stato o dei disordini di piazza prolungati dividerebbero l’Armenia e regalerebbero altro vantaggio all’asse turco azero. Proprio per questo Mosca suggerisce a Pashinyan un’uscita di scena graduale e possibilmente concordata con i propri nemici. Il velluto nelle speranze del Cremlino non è più, insomma, quello della rivoluzione, ma bensì della transizione.

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