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L'inferno del Nord Kivu tra milizie etniche e jihadisti: chi c'è dietro l'attacco all'ambasciatore

© AP Photo / John BompengoCongo polizia
Congo polizia - Sputnik Italia, 1920, 22.02.2021
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La provincia del Nord Kivu è tra le aree più pericolose del Congo per la presenza di decine di milizie armate in lotta fra loro e contro le autorità per il controllo del territorio e delle risorse agricole e minerarie. Tra loro si è infiltrato anche lo Stato Islamico*.

Milizie etniche in lotta fra loro, o con le autorità locali e le forze delle Nazioni Unite, per il controllo del territorio e delle risorse, bande di guerriglieri e gruppi islamisti. Il Nord Kivu è una delle aree di crisi più importanti della Repubblica Democratica del Congo. Un inferno di gruppi armati che si affrontano per imporre la propria agenda politica o per mettere le mani sulle risorse agricole e il traffico di oro, pietre preziose e minerali richiesti dalle grandi multinazionali occidentali, come il coltan e le terre rare.

L'attacco al convoglio

È qui, nel parco nazionale dei Virunga, che viaggiava il convoglio del World Food Programme con a bordo l’ambasciatore italiano, Luca Attanasio, e il carabiniere di scorta, Vittorio Iacovacci, assalito da un gruppo di uomini armati. Le auto erano partite dalla capitale provinciale Goma ed erano dirette in una scuola di Rutshuru, per una visita di monitoraggio del programma di alimentazione scolastica dell’agenzia dell’Onu.

Per ora l’ipotesi più probabile è quella di un tentativo di rapimento finito male. Dietro, secondo quanto dichiarato da fonti di intelligence all'Ankronos, potrebbero esserci le Forze democratiche per la liberazione del Ruanda (Fdlr-Foca), gruppo di etnia Hutu che dal 2009 sarebbe responsabile di una decina di attentati.

A far propendere per questa tesi sarebbe la testimonianza di uno dei sopravvissuti all'assalto, portato a segno da circa sei uomini, il quale avrebbe riferito che gli aggressori comunicavano fra loro in kinyarwanda e in swahili con gli ostaggi. 

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Ma non si esclude nessuna pista. “Non è la prima volta che il personale delle Nazioni Unite viene preso di mira dai miliziani in Congo, ma la cosa inedita è che mai fino ad ora era stato attaccato un convoglio con a bordo un personaggio così importante”, spiega a Sputnik Italia Marco Di Liddo, senior analist del Centro Studi Internazionali (CeSI) e responsabile del desk Africa.  

“Le cose sono due – continua l’esperto - o chi ha colpito non sapeva di chi si trattasse, quindi hanno provato a rapirlo ed è finita male, oppure, al contrario si è voluta alzare la posta in gioco andando a colpire un personaggio importante con fini propagandistici”.

L'area in mano a milizie etniche e islamisti

Sono diverse le milizie che operano nell’area, dove, come ricorda l’agenzia Nova, solo negli ultimi tre anni sono state sequestrate almeno 170 persone. Comprese quelle che vantano legami con lo Stato Islamico. “I gruppi armati che si contendono il controllo del territorio si basano sull’appartenenza etnica, soprattutto Hutu e Tutsi, in lotta fra loro”, chiarisce Di Liddo. “Le milizie locali – prosegue - cercano di contrastare le forze armate governative e la missione di stabilizzazione delle Nazioni Unite, per poter controllare il territorio e le sue risorse”.

Non solo. A gettare benzina sul fuoco ci sono anche gli Stati confinanti, come Ruanda, Burundi e Uganda, che finanziano e sostengono logisticamente queste milizie. “L’obiettivo è quello di destabilizzare sempre di più la Rdc – va avanti l’analista – perché se il Paese si stabilizzasse potrebbe fagocitare tutti i suoi vicini e rendere difficili i traffici illeciti, con i quali si arricchiscono anche le forze armate corrotte dei Paesi confinanti”.

Il Burundi sostiene le milizie Hutu, il Ruanda quelle Tutsi, mentre l’Uganda appoggia l’Allied Democratic Forces (Adf). “Una forza islamista dalla quale, nel 2015 è nato lo Stato Islamico in Africa Occidentale”. Secondo l’esperto non è escluso che dietro l’agguato possa esserci il gruppo jihadista.   

Giallo sulle misure di sicurezza

Intanto è giallo sulle misure di sicurezza a protezione del convoglio. Secondo la polizia del Nord Kivu non era stata predisposta alcuna scorta perché le autorità non sapevano della presenza di Attanasi, ma il Wfp in un comunicato ha fatto sapere che la strada era stata bonificata proprio per consentire il transito senza scorta.

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“Se il Wfp ha deciso che poteva viaggiare così vuol dire che ha attuato un protocollo di sicurezza, e ha stabilito che c’erano i criteri di sicurezza per far viaggiare l’ambasciatore in condizioni ottimali”, commenta l’esperto del CeSI. “Certo, bisogna capire se i protocolli sono aggiornati o adatti alla situazione che c’è nel Nord del Kivu”.

Sicuramente, secondo Di Liddo, non era l’Italia che si voleva colpire con l’agguato, ma la delegazione delle Nazioni Unite in quanto tale. “È vero, il nostro Paese ha degli interessi legati al settore minerario e agli idrocarburi, ma la nostra presenza in Congo ha come obiettivo la stabilizzazione attraverso la diplomazia multilaterale”, spiega l’analista.

“È la Cina, semmai – conclude - il player più importante dal punto di vista delle risorse, con interessi strutturali, diffusi e capillari nella Rdc”.

*Lo Stato Islamico è un'organizzazione terroristica vietata in Russia e molti altri paesi

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