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Elon Musk ci salverà? Il CEO di Tesla commissiona uno studio sull'immunità al Covid-19

© AP Photo / John RaouxElon Musk fondatore e CEO di Tesla e SpaceX
Elon Musk fondatore e CEO di Tesla e SpaceX - Sputnik Italia, 1920, 22.02.2021
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Il fondatore di Tesla ha deciso di fornire il proprio contributo alla ricerca sul Covid-19, commissionando uno studio sulle capacità di sviluppare immunità all'agente patogeno.

Sembra che Elon Musk possa aggiungere un altro paragrafo al suo già ricchissimo curriculum vitae. Il 49enne, capace di inventare nuovi mezzi di trasporto e vero e proprio artefice di una rivoluzione per i viaggi spaziali, ha deciso di fare il proprio ingresso nel mondo della medicina con la sua azienda SpaceX che ha commissionato uno studio sul coronavirus.

Stando a quanto riferito il Wall Street Journal, lo stesso Musk è persino elencato come coautore dello studio.

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La pandemia di coronavirus ha fermato il mondo nella primavera del 2020. Per SpaceX, questo è stato particolarmente dannoso poiché la compagnia si stava preparando a inviare gli astronauti della NASA alla Stazione Spaziale Internazionale a maggio.

Per continuare a lavorare e limitare la diffusione della malattia, l'azienda ha deciso di condurre uno studio: con l'aiuto di medici e ricercatori accademici, l'obiettivo era quello di creare un programma di test degli anticorpi e scoprire come reagisce il sistema immunitario al virus.

Lo studio

Più di 4.000 dipendenti di SpaceX si sono offerti volontari per partecipare allo studio. Per tre mesi sono stati monitorati i loro esami del sangue. Dei 4.000 dipendenti SpaceX che sono stati testati più volte, 300 sono stati esposti al COVID-19.

Gli scienziati affermano di avere dati sufficienti da 120 persone per studiare in modo più dettagliato il problema delle infezioni e degli anticorpi e trarre conclusioni, sebbene ammettano che la loro ricerca potrebbe essere distorta perché l'età media di questo piccolo gruppo di persone è di 31 anni e più del 90% di loro sono maschi.

Il problema, in questo senso, consiste nel fatto che che le persone di un gruppo di età sono colpite in modo diverso dal Covid-19 rispetto alle persone di un altro.
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Gli anticorpi non sono una garanzia

Secondo le conclusioni dello studio, le persone che hanno avuto casi lievi di COVID-19 - febbre, raffreddore e tosse - non hanno generato abbastanza anticorpi ed erano meno propensi a raggiungere la soglia necessaria per produrre un'immunità a lungo termine.

"Le persone possono avere anticorpi, ma ciò non significa che saranno immuni [al coronavirus, ndr]", ha affermato Galit Alter, coautore dello studio e membro del Ragon Institute di MGH, MIT e Harvard.

Gli scienziati coinvolti nella ricerca hanno affermato che i risultati potrebbero essere utilizzati dagli esperti sanitari per decidere chi è più vulnerabile alla malattia infettiva e quindi chi dovrebbe essere vaccinato prioritariamente.

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