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Collaborare con Draghi non omologarsi

© AP Photo / Alessandra TarantinoMario Draghi
Mario Draghi - Sputnik Italia, 1920, 19.02.2021
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Con l’entrata nel nuovo governo persino la Lega sembra passata dall’opposizione all’accondiscendenza verso una modello europeo assolutamente imperfetto.

Draghi è un europeista convinto, ma da Presidente della Bce ha lottato in prima persona contro le storture imposteci da Berlino e dall’euro-burocrazia. La sua esperienza deve servire all’Italia per migliorare l’Unione non per uniformarsi ai suoi errori.

Doveva essere un super premier, invece lo stanno trasformando in un totem dell’omologazione. Mario Draghi non ne ha colpa. Nei suoi discorsi programmatici a Camera e Senato ha solo detto quel che vuole vuole fare e perché lo vuole fare. Aggiungendovi le sue inclinazioni europeiste e specificando, come ha fatto qualsiasi Presidente del Consiglio degli ultimi 75 anni, la sua fedeltà al Patto Atlantico.

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Dunque da lui nessuna sorpresa. Quel che preoccupa è invece l’affannoso tentativo di tutte le forze che lo sostengono, dalla sinistra di Leu alla Lega, di uniformarsi non solo al suo programma, ma anche alle sue idee. Collaborare per garantire l’attuazione di un programma di riforme rivolto ad investire al meglio i 209 miliardi del Recovery Plan è assai diverso dall’affermare che in Europa va tutto per il meglio. Se a Bruxelles tutto filasse liscio non saremmo qui a chiederci dove sono i vaccini indispensabili per uscire dalla pandemia. Ce lo domandiamo perché il piano vaccinale messo a punto dalla Commissione Europea si è rivelato, alla prova dei fatti, un fallimento. E dietro quel fallimento c’è la congenita burocratica lentezza di un’Unione dimostratasi ancora una volta inadeguata a gestire una crisi. 

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A inizio pandemia la Commissione impiegò mesi per comprendere la necessità di un’intervento capace di garantire ai paesi membri adeguate disponibilità di mascherine, guanti e presidi sanitari. Una lentezza ripropostasi sul fronte vaccinale visto che l’Europa è ha definito una politica comune solo ad agosto, ovvero mesi dopo Stati Uniti e Inghilterra. Al ritardo si è aggiunta l’inadeguatezza. Ignorando le incognite legate alla progettazione di un vaccino e alla produzione di centinaia di milioni di dosi in tempi strettissimi la Commissione si è concentrata solo sulla variabile più svantaggiosa, ovvero la fissazione di un prezzo. Variabile che una volta trasformata in costante immodificabile le ha impedito di alzare il prezzo e competere con Inghilterra, Usa, Israele per garantirsi il massimo numero di dosi nel minor tempo possibile.

Ma quello vaccinale è solo uno dei tanti fronti su cui si contano gli insuccessi di un’Europa proposta come modello. Un modello di cui lo stesso Draghi conosce difetti e insidie. Quando, rivolgendosi alla Camera dei Deputati consiglia di “meglio strutturare e rafforzare il rapporto strategico e imprescindibile con Francia e Germania”. Draghi allude chiaramente ad una macchina europea subalterna ai voleri di Parigi e Berlino.

Il peso di quella diarchia Draghi lo conosce bene. Se non altro per il tempo passato a rintuzzare gli attacchi delle autorità bancarie e finanziarie tedesche (ma anche di Parigi) convinte che il "quantitative easing” voluto dall’ex Presidente della Bce fosse un abominio tutto italiano. Detto questo Draghi è sicuramente un europeista convinto. E lo fa chiaramente capire quando auspica che gli stati nazionali cedano sovranità “nelle aree definite dalla loro debolezza” in cambio di “sovranità condivisa.” Draghi è convinto, insomma, che gli stati nazionali si debbano affidare all’Europa per affrontare problemi di ordine globale dove l’intervento di una grande potenza come quella europea appare, in teoria, più efficace dell’azione di un singolo stato.

Ma l’apparenza spesso inganna. Per capirlo basta pensare alle questioni migratorie, un problema che - solo nel Mediterraneo si sviluppa su tre diversi assi investendo il Marocco, la Libia e la Turchia. Insomma un classico esempio di problema troppo grande per un singolo stato. Non a caso Draghi rivolgendosi alla Camera cita il “negoziato sul nuovo Patto per le migrazioni e l’asilo, nel quale perseguiremo un deciso rafforzamento dell’equilibrio tra responsabilità dei Paesi di primo ingresso e solidarietà effettiva”. La fiducia nell’Europa in questo caso appare però mal riposta. La bozza di quel nuovo patto mantiene infatti inalterato il Trattato di Dublino e dunque anche l’obbligo per un paese di primo arrivo come l’Italia di farsi carico dei migranti irregolari. 

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Seguendo la strada indicata da Bruxelles continueremo insomma a fare i conti con quei migranti irregolari che rappresentano la stragrande maggioranza degli arrivi e non possono né essere ripartiti in altri paesi europei, né venir rimandati a casa. Molto spesso insomma l’Europa non rappresenta un obbiettivo o un esempio, ma piuttosto un limite e un impedimento da migliorare e risanare. E questo è chiaro anche a Draghi che infatti sul fronte dei migranti auspica “una politica europea dei rimpatri dei non aventi diritto alla protezione internazionale, accanto al pieno rispetto dei diritti dei rifugiati”. Insomma anche lui sa che su quel fronte molto va cambiato. Dunque stare al governo non significa omologarsi passivamente al pensiero di Mario Draghi, ma collaborare con un Presidente del Consiglio che grazie all’esperienza acquisita alla Bce può spingere l’Italia a riprendersi il suo ruolo di terzo contribuente europeo sottraendosi alla diarchia franco tedesca e tornando a giocare un ruolo da protagonista.

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