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Lockdown, Bassetti: "Arriverà la terza ondata, ma chiudere tutto non ha senso"

Matteo Bassetti - Sputnik Italia, 1920, 15.02.2021
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Per Matteo Bassetti, direttore del reparto di Malattie Infettive dell'ospedale San Martino di Genova, intervistato da Sputnik Italia, invocare un nuovo lockdown nazionale "non ha senso". Ma le varianti preoccupano: "La brasiliana e la sudafricana fanno paura perché sfuggono al vaccino".

“Penso che sarebbe bene evitare queste uscite, e se si fanno sarebbe meglio spiegare se si tratta di un pensiero del consulente o del ministro”. Commenta così, Matteo Bassetti, direttore del Reparto malattie infettive dell’Ospedale San Martino di Genova, raggiunto al telefono da Sputnik Italia, la proposta del consigliere del ministro della Salute, Walter Ricciardi, sulla necessità di un lockdown totale di quattro settimane.

— All’Italia serve davvero un nuovo lockdown?

— Bisogna guardare i numeri. Da due settimane abbiamo l’indice di positività che è intorno al 5 per cento e le ospedalizzazioni non sono assolutamente cresciute. Ci aspettiamo una terza ondata nelle prossime 4-6 settimane, ma fare un lockdown preventivo prima ancora che questo accada non ha alcuna logica scientifica.

Quello che io raccomanderei è di intervenire chirurgicamente e localmente, dove ci sono situazioni di elevata circolazione delle varianti. Per capirci, un conto è la situazione umbra, un altro è la Sardegna o la Valle d’Aosta, che stanno andando verso la zona bianca. Fare una misura unica per 65 milioni di abitanti non so quanto abbia senso.

Non dimentichiamo che noi veniamo già da un lockdown, perché nelle scorse settimane tante regioni erano colorate di rosso. Chi evoca le chiusure di marzo 2020, con la chiusura dei cantieri, delle attività produttive e di tutte le scuole deve anche dire come intende farlo. Posto il fatto che oggi saremmo gli unici in Europa a prenderci una responsabilità di questo tipo.

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— Come dovremmo affrontare la terza ondata, quindi?

— Si può continuare a lavorare come abbiamo lavorato fino ad oggi e chiudere dove c’è una maggiore circolazione di varianti. A quel punto scatterebbe la zona arancione o rossa. Il sistema che stiamo utilizzando avrà sicuramente i suoi difetti, ma almeno è basato almeno su un modello con dei parametri che monitorano la situazione. Prima di pensare ad una misura che avrebbe dei risvolti economici seri, penserei ad altro.

— Ad esempio?

— Rendere obbligatorio l’utilizzo della mascherina Ffp2 nei luoghi chiusi, incentivare le analisi genomiche per isolare le varianti, anche le nuove, promuovere l’uso dei tamponi molecolari e dei tamponi rapidi di terza generazione, andare avanti con le vaccinazioni.

— C’è uno studio nelle mani del Cts che parla di una maggiore letalità della variante britannica rispetto al ceppo originale del virus, la preoccupa?

— È un lavoro americano che parrebbe dire che la variante inglese porta un aumento della mortalità. Intanto, però, dobbiamo guardare a casa nostra. Quello che bisogna chiedere al Cts è se è stato in grado di produrre in questi mesi uno studio epidemiologico per valutare l’impatto delle varianti sulla mortalità? Era nei suoi compiti, ma non è stato fatto. Per cui noi oggi non sappiamo esattamente se la variante inglese da noi abbia effettivamente portato ad un aumento della mortalità.

Qui a Genova, ad esempio, abbiamo una circolazione delle varianti del 15 per cento e in questi mesi non abbiamo assistito ad un aumento significativo della mortalità. Al momento non abbiamo dati italiani che dimostrano che i pazienti che hanno preso la variante inglese sono morti più degli altri.

Il compito di fare queste cose spetta al ministero della Sanità e all’Iss. Se lo avessero fatto tre mesi fa avremmo informazioni più precise.

— Le piste da sci andavano riaperte oppure no?

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— Penso che sia stato sbagliato dare una speranza agli operatori del settore se non c’era la possibilità di riaprire gli impianti. Trovo ridicolo quello che è successo, con le stazioni sciistiche pronte a partire e la notizia dell’impossibilità di riaprire comunicata soltanto un giorno prima.

Ci vuole più coraggio da parte del governo da questo punto di vista. Valeva la pena dire ad ottobre: “Quest’anno non si scia”.

Entrando nel merito della questione, lo sci di per sé non è uno sport rischioso perché è una disciplina individuale praticata all’aria aperta. Il rischio è rappresentato dal contorno, dalla cioccolata in baita, alle file, allo stare dentro una funivia chiusa. Lì ci sono dei rischi. Ma il rischio zero, comunque non esiste.

— Le varianti ci devono far paura?

— Le varianti sono insite nell’evoluzione naturale del virus, quindi ce ne saranno sempre. Oggi ne conosciamo alcune, probabilmente da qui ai prossimi mesi ne conosceremo mote altre. Mutare è il modo che il virus ha per evolvere. Evolvendo, il virus cambia.

La variante inglese sembra sia coperta dal vaccino. Quella brasiliana e sudafricana mi fanno un po’ di paura perché sembrano mostrare un meccanismo escape, che consente loro di sfuggire alle difese immunitarie che noi produciamo o che produce il vaccino.

— Come possiamo difenderci?

— Innanzitutto sapendo se ci sono. Dal momento che ci sono, vanno arginate, a quel punto sì, con delle aree di lockdown. Se c’è una zona in cui si verifica una circolazione preponderante di quel tipo di varianti, allora bisogna chiudere tutto subito, comprese le scuole.

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