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Libia, Varvelli: “La vera svolta è ancora lontana, potrebbe arrivare con le prossime elezioni”

© AP Photo / Mohammad HannonLa bandiera della Libia
La bandiera della Libia - Sputnik Italia, 1920, 15.02.2021
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Dieci anni fa, con l'intervento della Nato e degli Stati Uniti, iniziava la rivolta in Libia che portò alla caduta di Gheddafi e che spaccò il Paese in due.

Da una parte c'è il governo di Al-Sarraj a Tripoli, dall'altro il governo di Tobruk, sotto la guida del generale Haftar. In mezzo decine di milizie tribali, gruppi armati che controllano parti del territorio, si occupano di traffici illeciti di armi e migranti e perpetrano azioni di guerriglia. 

Pochi giorni prima dell'anniversario, i 75 delegati libici al Forum di dialogo politico per la Libia sponsorizzato dall'Onu hanno scelto a sorpresa Abdul Hamid Dbeibah come primo ministro del governo di transizione che avrà il compito di traghettare alle elezioni annunciate per il 24 dicembre il Paese devastato dalla guerra civile.

Con la ripresa dei negoziati Onu e con la promessa di spianare la strada alla creazione di un nuovo governo di accordo nazionale e la preparazione di elezioni annunciate per il dicembre 2021 la Libia finalmente volterà pagina? Per parlarne Sputnik Italia ha raggiunto Arturo Varvelli, direttore dell'European council on foreign relations (Ecfr) di Roma e grande esperto di Libia.

Poster con l'immagine di Gheddafi - Sputnik Italia, 1920, 15.02.2021
Tra cospirazione e rivoluzione: cosa pensano i libici della caduta di Gheddafi dieci anni dopo

— Prof. Varvelli, a dieci anni dell’intervento Nato, cosa rappresenta la Libia oggi?

— Sono passati 10 anni dalla rivoluzione nata come una rivolta nei confronti del regime di Gheddafi. In parte questa rivolta era spontanea e in parte è stata in qualche maniera aiutata dall’esterno e certamente anche dalla Nato.

Detto ciò, io penso che 10 anni dopo ci troviamo in una situazione molto difficile nella quale ancora non esiste un monopolio dell’uso della forza e una vera statualità della Libia. Anzi, purtroppo è un quadro ancora molto frammentato sia dal punto di vista politico che da quello militare perché bisogna ricordare che le potenze straniere stanno interferendo negli affari interni del Paese, per cui i libici non hanno ancora avuto la possibilità di esprimersi e di scegliere un governo che preferiscono. 

— L'Onu è riuscita a tirar fuori dal caos libico due figure di vertice di un futuro governo transitorio che dovrebbe guidare il tormentato Paese nordafricano fino alle elezioni fissate per il 24 dicembre. Come valuta i risultati del Forum del Dialogo politico libico?

​— Non mi sembrano particolarmente positivi. Penso che ci sia stata una sorta di veti incrociati che hanno impedito alle Nazione Unite di raggiungere l'obiettivo desiderato. Il governo che è uscito fuori è molto debole e difficilmente sarà in grado di resistere alle pressioni sia degli attori extra-libici coinvolti nel conflitto che degli attori interni (generale Haftar, Al-Mishri, Aguila Saleh, ecc.) che sono più importanti di loro e che detengono un maggior potere. Temo che sarà un anno lungo di transizione e che la vera svolta potrebbe arrivare forse con le prossime elezioni, se ci sarà un contesto positivo per organizzare un voto libero ed equo.

— Esiste un parere che in questa fase la guerra non conviene più a nessuno. È così?

— Non penso che la Turchia, l’Egitto e gli Emirati arabi abbiano interesse a scatenare un conflitto in questo momento. L'amministrazione Biden sta per cambiare la marcia sulla Libia verso gli alleati del Golfo, gli Emirati arabi, l’Egitto e possibile che lo faccia anche verso la Turchia che pur essendo l’alleato della Nato ha agito in maniera unilaterale sul dossier libico. Quindi, gli USA potrebbero dare un nuovo impulso a una politica statunitense ed europea in Libia. Questo naturalmente non vuol dire che tutti i problemi verranno risolti ma solamente che ci sarà un maggior coinvolgimento sia degli Stati Uniti che dell’Europa.

— Il Presidente del Parlamento di Tobruk, Aguila Saleh Issa, ha dichiarato che la presenza militare straniera in Libia finirà presto. Condivide il Suo parere? Se si, come si potrà raggiungere questo obiettivo?

— Penso che sia la questione principale. Aguila Saleh sembra molto fiducioso in questa dichiarazione ma bisognerebbe rimandare la domanda alla Turchia e al Wagner group che è presente in Libia e anche naturalmente agli Emirati arabi che hanno abbondantemente finanziato la parte vicina ad Aguila Saleh stesso e al generale Haftar. Spero che siano parole di buon senso da parte di Saleh e che questo si verifichi realmente, seppur io nutro molti dubbi.

— C’è anche un fattore di rischio rappresentato dai fratelli musulmani da tener conto...

La crisi in Libia - Sputnik Italia, 1920, 15.02.2021
La Libia e la politica del Gattopardo

— I fratelli musulmani non rappresentano un rischio se vi è un contesto internazionale che li tolleri come forza politica accettabile. Se il contesto internazionale invece definisce i fratelli musulmani come una forza non tollerabile, a questo punto loro certamente diventeranno un problema. È anche vero che più Haftar ha preso le armi per conquistare Tripoli, più i fratelli musulmani si sono rafforzati anche dal punto di vista militare. Quindi, questa questione dei fratelli musulmani e degli islamisti in generale va vista in un'ottica più complessiva relativa alla polarizzazione politica della Libia e di tutto il Medio Oriente. Se i rapporti della Turchia (sponsor importante della Fratellanza Musulmana) con l’Egitto e con i Paesi del Golfo miglioreranno, allora i fratelli musulmani in Libia saranno un problema meno grosso.

— In tutti questi anni la Francia puntava sulla supremazia in Libia. E per Roma, che vuole portare avanti i suoi interessi sul piano economico, energetico e contenere i flussi migratori, esiste ancora la possibilità di giocare un ruolo importante nel dossier libico?

— Certamente esiste perché l’Italia è un Paese europeo che conosce bene la Libia e ha sempre tenuto tutto sommato una posizione moderata. Siamo un po’ scomparsi dalle scene e questo è un problema. Abbiamo avuto diversi governi che hanno portato avanti le politiche un po’ scostanti sulla Libia. Però io penso che la posizione italiana debba andare a rafforzare una posizione europea. E quindi è essenziale che la Francia, l’Italia si parlino perché non hanno ottenuto nulla facendosi la guerra l'un contro l'altro, anzi hanno permesso ad altre potenze, come la Turchia, di entrare in Libia. Per cui io ritengo che una posizione comune deve uscire da Germania, Italia e Francia. 

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