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La Libia e la politica del Gattopardo

© Sputnik . Andrey SteninLa crisi in Libia
La crisi in Libia - Sputnik Italia, 1920, 15.02.2021
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Il nuovo esecutivo gestito in teoria dalle Nazioni Unite resta in verità in mano agli islamisti mentre il paese sembra ben lontano da una riunificazione. L’unica vera novità rispetto al passato è la totale assenza dell’Italia totalmente estromessa dai giochi durante la parentesi del governo Conte.

“Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi” - sussurrava Tancredi nel Gattopardo di Tommaso Lampedusa. Ma la Sicilia del Risorgimento è niente a confronto della Libia di oggi. Per capirlo non serve un romanzo. Basta il voto a sorpresa con cui venerdì 5 febbraio è nato, con la benedizione dell’Onu, il governo provvisorio incaricato di portare il paese alle urne entro fine anno.

Quel voto sembra la sintesi del cambiar tutto perché nulla cambi. Anche perché, a guardar bene, tutto è andato all’opposto di quanto si aspettava Stephanie Williams, l’americana Rappresentante incaricata del Segretario Generale delle Nazioni Unite incaricata di gestire la nascita del nuovo esecutivo. Un operazione in cui l’Italia, madrina nel 2015 del governo guidato da Fayez Al Serraj, non ha avuto alcun ruolo confermando la sostanziale estromissione dai giochi libici compiutasi durante la parentesi del governo giallo rosso.

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Non miglior successo hanno avuto, comunque, Francia, Turchia ed Egitto convinte di poter pilotare la nascita del nuovo esecutivo. Nei loro piani l’uscita di scena di Fayez Al Serraj e della rappresentanza di Tripoli doveva esser seguita da una sorta di “compromesso storico” tra le fazioni della Tripolitania e della Cirenaica per garantire l’accantonamento dell’ingombrante generale Khalifa Haftar. Stando a quei piani il ruolo di eminenza grigia del grande compromesso, oltre che di nuovo premier, sarebbe andato a Fathi Bashagha il ministro dell’interno uscente considerato una sorta di quinta colonna della Turchia a Tripoli. E ad affiancarlo alla testa del Consiglio Presidenziale sarebbe andato Aguilah Saleh, il presidente del Parlamento di Tobruk scelto dall’Egitto per far le scarpe ad un generale Haftar ormai poco affidabile.

Ma alla resa dei conti tutto è andato storto. I 74 delegati dell’ Lpdf (Forum per il Dialogo Politico della Libia), scelti dalla Williams, invece di seguire istruzioni e pressioni esterne hanno votato a modo loro mettendo Mohamed al-Menfi alla guida del triumvirato presidenziale e scegliendo come primo ministro Abdul Hamid Dbeibah.

I due nuovi timonieri, sconosciuti ai più al di fuori dalla Libia, non sono però una garanzia di cambiamento. Per capirlo basta la figura di Dbeibah. Il premier che sostituisce Fayez Al Serraj è tutt’altro che un parvenù. Al pari di Bashaga arriva da Misurata, ma il suo potere, come le ricchezze della sua famiglia risalgono a prima della rivoluzione e sono frutto dei legami con il passato regime del cugino e socio in affari Alì Dbeibah. Vicinissimo al Colonnello Gheddafi Alì Dbeibah era il responsabile dell’Organizzazione per lo Sviluppo dei Centri Amministrativi. Proprio il potere garantitogli da quella carica gli consentì di trasformare la società gestita con il cugino Abdelhamid in una delle aziende leader nel settore delle costruzioni. 

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I legami con il Colonnello non impedirono ai due cugini di passare al servizio della Rivoluzione finanziando e appoggiando la rivolta islamista conclusasi con la cacciata dei governativi da Misurata. L’inattesa nomina di Dbeibah non preoccupa comunque la Turchia di Erdogan. Le aziende di Ankara, proprio grazie ai buoni uffici della famiglia Dbeibah hanno sempre operato a Misurata e dintorni garantendosi già ai tempi di Gheddafi contratti per almeno 19 miliardi di dollari. Ma se il flusso di denari e l’influenza della Turchia sono garantiti altrettanto non si può dire per gli obbiettivi perseguiti dalla Rappresentante delle Nazioni Unite Stephanie Williams. Gli interessi di famiglia potrebbero far dimenticare a Dbeibah la clausola che gli impone di uscir di scena dopo aver portato il paese al voto entro la fine del 2021. Pur di scansare questi obblighi e mantenere il potere Dbeibah potrebbe dilazionare il voto accordandosi con un Haftar che, per quanto sconfitto e in crisi resta alla testa della formazione armata più consistente del paese.

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Ancor più preoccupante del ritorno di Haftar è l’influenza della Fratellanza Musulmana. Gli islamisti - oltre a contare sulla risaputa vicinanza di Dbeibah alla loro causa - possono far affidamento su Mohammed Yunus Al Manfi. Il nuovo capo del Consiglio Presidenziale, originario della Cirenaica, venne eletto nel 2012 come membro islamista del Congresso Nazionale Generale. In seguito è stato ambasciatore in Grecia del governo Serraj fino al 6 dicembre 2019 quando venne espulso in seguito alla firma dell’accordo tra Tripoli e Ankara sulle zone economiche esclusive nel Mediterraneo.

Insomma in Libia nulla sembra destinato a cambiare. E i primi a voler la divisione del paese sembrano esser i vertici di un governo che avrebbe dovuto garantire non solo libere elezioni, ma anche la tanto auspicata riunificazione.

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