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Vitaly Lazo, una promessa per ricordare Cala: “Scalerò l’Everest e scenderò con gli sci”

© Foto : Vitaly Lazo Carloalberto "Cala" Cimenti
Carloalberto Cala Cimenti - Sputnik Italia, 1920, 14.02.2021
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Una vita spesa a scalare le vette più difficili in giro per il mondo e la morte sotto una valanga a pochi chilometri da casa. Carloalberto, “Cala”, Cimenti nel ricordo di Vitaly Lazo, l’alpinista russo che ha scalato con lui il Nanga Parbat.

Avrebbe compiuto 46 anni oggi Carlalberto “Cala” Cimenti. A pochi giorni dal suo compleanno una valanga in alta Val Susa lo ha portato via con l'amico Patrick Negro all’affetto dei suoi cari, degli amici, e dell’intera comunità alpinistica internazionale, dove “Cala” era stimato e riconosciuto.

Cimenti è stato il primo e finora unico italiano ad aver scalato tutti i 7000 dell’ex URSS, venendo insignito del titolo di “Leopardo delle Nevi” dalla Federazione alpinistica russa.

Proprio nel corso di queste spedizioni è avvenuto l’incontro tra Cala ed un altro “Leopardo”, l’alpinista russo Vitaly Lazo, 47 anni.

Occhiate di studio, scambi di opinioni e poi la decisione: “La montagna ha una lingua unica” – diceva Cala, e Lazo era riuscito a convincerlo a prender parte al suo progetto, Death Zone Freeride, la discesa con gli sci da cinque vette oltre gli 8000 metri: Everest, K2, Manaslu, Annapurna e Nanga Parbat.

Nell’estate del 2019 questo sodalizio italo-russo, con l’aggiunta dell’altro alpinista Anton Pugovkin, ha compiuto la scalata e la discesa con gli sci dagli 8126 metri del Nanga Parbat.

Vitaly Lazo condivide con Sputnik Italia il ricordo dell’amico scomparso e svela l’obiettivo comune che ora è chiamato a portare a termine da solo.

Tra le montagne del Piemonte e i vulcani della Kamchatka ci sono quasi 10mila chilometri. Come e dove vi siete conosciuti lei e Carloalberto Cimenti?

Conoscevo Carloalberto da oltre 10 anni. All’inizio, ci siamo osservati a vicenda, trovandoci insieme nelle nostre scalate sulle montagne dell’Asia Centrale (Picco Lenin, Picco Korzhenovskaya, Khan Tengri).

Poi, nella stagione 2012/13, abbiamo scalato la vetta più alta della catena del Tien Shan, il picco Pobeda: io sono arrivato alla cima da una versante e lui dall’altro, un giorno dopo di me. Insieme abbiamo festeggiato il successo al campo base.

Dopo di questo abbiamo iniziato a sentirci in continuazione, ci scambiavamo piani, idee. Lui oltre ad essere un alpinista con grande esperienza, era uno sci alpinista, sciava bene, e sapeva comunicare le sue attività. Per dare slancio al nostro progetto Freeride in the Death Zone ci serviva un’altra persona che si integrasse facilmente, sapesse sciare in quota e sapesse adoperare la camera. A questo punto io ho capito che lui era la persona giusta.

"Leopardo delle Nevi": le 5 vette oltre i 7000 metri dell'ex Urss

© Sputnik . Viktor Chernov / Vai alla galleria fotograficaLa vetta del Picco Lenin (7134 metri) - Pamir, Tagikistan
La vetta del Picco Lenin (7134 metri) - Pamir, Tagikistan - Sputnik Italia
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La vetta del Picco Lenin (7134 metri) - Pamir, Tagikistan
© Sputnik . V. Bozhukov / Vai alla galleria fotograficaAlpinisti durante una scalata al Picco Pobeda, alto 7439 metri e situato nella catena montuosa del Tien Shan - Kyrgyzstan
Un campo usato dagli alpinisti per la scalata ai 7439 metri del Picco Pobeda (Picco della Vittoria), nella catena montuosa del Tien Shan - Kyrgyzstan - Sputnik Italia
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Un campo usato dagli alpinisti per la scalata ai 7439 metri del Picco Pobeda (Picco della Vittoria), nella catena montuosa del Tien Shan - Kyrgyzstan
© Sputnik . V. Bozhukov / Vai alla galleria fotograficaScalata al Khan Tengri, 7010 metri di altezza nella catena del Tien Shan - Kazakhstan
Scalata al Khan Tengri, 7010 metri di altezza nella catena del Tien Shan - Kazakhstan - Sputnik Italia
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Scalata al Khan Tengri, 7010 metri di altezza nella catena del Tien Shan - Kazakhstan
© Sputnik . V. Bozhukov / Vai alla galleria fotograficaIl Picco Korzhenevskaya (7105 metri d'altezza) - Pamir, Tagikistan
Il Picco Korzhenevskaya (7105 metri d'altezza) - Pamir, Tagikistan - Sputnik Italia
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Il Picco Korzhenevskaya (7105 metri d'altezza) - Pamir, Tagikistan
© Sputnik . O. Kuzmin / Vai alla galleria fotograficaIl ghiacciaio Kalinin e, sullo sfondo, la vetta del Picco del Comunismo (dal 1998 Picco Somoni) 7495 metri - Pamir, Tagikistan
Il ghiacciaio Kalinin e, sullo sfondo, la vetta del Picco del Comunismo (dal 1998 Picco Somoni) 7495 metri - Pamir, Tagikistan  - Sputnik Italia
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Il ghiacciaio Kalinin e, sullo sfondo, la vetta del Picco del Comunismo (dal 1998 Picco Somoni) 7495 metri - Pamir, Tagikistan
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La vetta del Picco Lenin (7134 metri) - Pamir, Tagikistan
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Un campo usato dagli alpinisti per la scalata ai 7439 metri del Picco Pobeda (Picco della Vittoria), nella catena montuosa del Tien Shan - Kyrgyzstan
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Scalata al Khan Tengri, 7010 metri di altezza nella catena del Tien Shan - Kazakhstan
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Il Picco Korzhenevskaya (7105 metri d'altezza) - Pamir, Tagikistan
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Il ghiacciaio Kalinin e, sullo sfondo, la vetta del Picco del Comunismo (dal 1998 Picco Somoni) 7495 metri - Pamir, Tagikistan

“Freeride in the Death Zone” è il nome del film che racconta la vostra ascesa e discesca con gli sci dalla vetta del Nanga Parbat del 2019. Il vostro cuore custodisce il ricordo dell’impresa che avete compiuto, in queste immagini resterà custodita ormai per sempre la vostra amicizia. Che cosa le rimane dell’amico scomparso?

La creazione del film ci ha preso molto lavoro. Ma ne è valsa la pena. Siamo stati a presentarlo insieme a Cala diverse volte in Italia, ottenendo riconoscimenti e proiezioni in diversi festival. Non c’è una ripresa in cui Cala sia arrabbiato.

Era una persona che amava straordinariamente la vita, una persona con il sorriso sulle labbra, senza mai un accenno di rabbia. Non era in grado di arrabbiarsi, di inveire contro qualcuno.

All’inizio insieme ad Anton parlavamo con lui in inglese e poi gli abbiamo insegnato alcune parole in russo.

La sua battuta preferita era “Hey Chuvak Give me salo” (che in italiano suona come Hey amico, dammi il salo – ovvero il lardo). Il salo gli piaceva molto. Ed a noi il parmigiano che lui si portava con se dall’Italia.

Quando vi siete sentiti l’ultima volta?

Mi ha telefonato l’ultima volta un mese e mezzo fa. Mi aveva proposto per il prossimo autunno di scalare insieme un altro ottomila, il Kangchenjunga, la prossima estate.

Il nostro obiettivo più grande da realizzare insieme era quello di scendere dall’Everest con gli sci, tra due o tre anni.

Lo porterà avanti anche senza di lui?

Certo, ora più che mai.

© Vitaly Lazo Vitaly Lazo (a destra), Anton Pugovkin (in centro) e "Cala" Cimenti (a sinistra)
Vitaly Lazo, una promessa per ricordare Cala: “Scalerò l’Everest e scenderò con gli sci” - Sputnik Italia, 1920, 14.02.2021
Vitaly Lazo (a destra), Anton Pugovkin (in centro) e "Cala" Cimenti (a sinistra)
Scalare le montagne più alte, nei luoghi più impervi del mondo e incontrare la morte a pochi chilometri da casa. E’ il destino che si prende la rivincita su quegli uomini che osano andare oltre i limiti, violando le linee del previsto, conosciuto, rassicurante? Secondo lei c’è una spiegazione a tutto questo?

E’ successa una cosa molto strana. Credo che ci sia una componente mistica. Dopo aver appreso della morte di Cala ho aperto la sua pagina Instagram ed ho visto che qualche giorno prima aveva pubblicato una foto scattata durante la nostra ascesa al Nanga Parbat, in compagnia di Ali Sadpara, che era un alpinista molto forte del Pakistan, scomparso da alcuni giorni sul K2 ed ormai senza vita. Avevano la stessa età, se ne sono andati a distanza di pochi giorni.

Entrambi sono rimasti sotto la neve ma nessuno è riuscito a salvarli.  

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Публикация от Cala Cimenti (@calacimenti)

Io sono originario della Kamchatka. Ed un anno fa è capitata la stessa situazione anche a me, alle pendici del vulcano Avachinsky, nei luoghi dove sono cresciuto e stavo accompagnando un gruppo di turisti.

Sono finito da solo sotto una slavina ed ho trascorso 10 minuti sommerso da due metri di neve. Sono rimasto in vita grazie all’esperienza maturata nelle scalate senza ossigeno, ai pensieri rivolti a mia figlia, ed all’intervento dei soccorritori che mi hanno trovato e salvato. “

"Ya Zhivoy” (Sono vivo) ripetevo dentro di me.

C’è qualcosa che si sente di dire ai cari del suo amico Cala in Italia?

Alla moglie Erika voglio dire che Cala l’amava tantissimo, la chiamava Patata ed ogni giorno durante la salita al Nanga Parbat le scriveva. Anche a 7200 metri quando eravamo stanchissimi, senza forze nelle nostre tende, lui accendeva il tracker e grazie alla connessione satellitare le mandava dei messaggi. Per lei nei nostri racconti aveva solo parole autentiche, speciali.

Sapere che lei lo aspettava lo rendeva felice. E lei lo aiutava: quando eravamo in una situazione difficile, il contatto con Erika gli dava forza. Sono sicuro che ora sarà lui a restituirle questa forza per andare avanti.
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Публикация от Erika Siffredi (@erika_laly)

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