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La trappola del Covid: ecco come le piccole imprese italiane stanno cercando di uscirne

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Visitatrice con la mascherina in un negozio - Sputnik Italia, 1920, 11.02.2021
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Le piccole e medie imprese sono quelle che più soffrono la crisi causata dalla pandemia da COVID-19. È un problema grave, considerando che le PMI costituiscono la spina dorsale dell’economia italiana. 

La maggior parte delle piccole aziende riporta difficoltà e riduzione degli investimenti, necessità di maggiori finanziamenti oltre che di cambiamenti operativi e gestionali. Le reazioni difensive prevalgono sulle strategie di crescita. Sono le imprese più piccole e giovani, le ditte individuali, che operano nel commercio e nei servizi a dimostrare maggiore dinamismo, puntando sul marketing, sullo sviluppo commerciale e digitale per uscire dalla crisi. Questa è la fotografia rilevata dal primo Osservatorio Piccole Imprese Italiane di Credimi, realizzato da Nextplora.

Per un approfondimento Sputnik Italia ha raggiunto Ignazio Rocco, CEO & Co-Founder di Credimi.

© Foto : UFFICIO STAMPA CREDIMIIgnazio Rocco, CEO & Co-Founder di Credimi
La trappola del Covid: ecco come le piccole imprese italiane stanno cercando di uscirne - Sputnik Italia, 1920, 11.02.2021
Ignazio Rocco, CEO & Co-Founder di Credimi

— Sig. Rocco, che effetto ha avuto la crisi economica dovuta al contagio da nuovo coronavirus sulle piccole imprese?

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— La pandemia ha travolto le piccole imprese italiane in maniera del tutto imprevedibile, al punto che a fine 2020 molte di loro non erano ancora riuscite a programmare un piano d’emergenza. Dal nostro Osservatorio sulle Piccole Imprese Italiane, realizzato a settembre con il supporto operativo di Nextplora, su un campione di 1.200 aziende con fatturato fino a 10 milioni di euro, emerge che tanti imprenditori e imprenditrici hanno dovuto abbassare le saracinesche la scorsa primavera, durante il periodo di lockdown imposto per legge: il 42% delle piccole imprese nell’industria, il 36% nel commercio, il 75% nell’edilizia e il 48% nei servizi. Qualcuno è riuscito ad andare avanti con formule come il delivery, ma non senza difficoltà.

C’è però anche una piccola percentuale che dichiara di non aver avuto impatto particolarmente negativo sul business: si tratta del 16% nell’industria e nel commercio, il 5% nell’edilizia e il 13% nei servizi. In generale, le piccole imprese hanno cercato, da un lato, di correre ai ripari adottando strategie protettive e prudenziali, dall’altro, di investire per superare la crisi, puntando sul digitale.

— Qual è il problema più diffuso e i settori più danneggiati?

— Il crollo del fatturato è, secondo la nostra analisi, il problema più diffuso. Il 60% delle piccole imprese ha registrato una contrazione dei ricavi che oscilla tra il 10% e il 30%: un dato simile sia per le ditte individuali con incassi nell’ordine dei 100mila euro l’anno, sia per le realtà più strutturate. A dimostrazione che la crisi non ha guardato in faccia nessuno. Di conseguenza, è diventato difficile, per un'azienda su tre, anche riscuotere i pagamenti, così come pagare il personale, gestire le forniture e saldare le fatture.

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Anche altre conseguenze della crisi sono trasversali a più tipologie di imprese e settori: effetti negativi sugli investimenti programmati, aumento della richiesta di finanziamenti nel 2020 (principalmente per ripristinare liquidità e pagare i fornitori), numero di chiusure forzate, assenza di strategie o piani puramente conservativi per fronteggiare i mesi a venire. È vero però che alcune di queste imprese hanno saputo reagire, in particolare le più piccole e giovani, forse anche proprio grazie alla loro grande flessibilità nell’adottare correttivi e nuove strategie. 

— A Suo avviso, le misure inserite nei vari DPCM per aiutare le PMI potranno bastare, considerando che in Italia esistono tantissime micro-imprese, spesso a conduzione familiare?

— Le misure adottate con i vari DPCM sono molto importanti perché hanno permesso alle imprese di ottenere liquidità in una fase particolarmente delicata e a rischio. Anche le imprese più piccole, grazie all’azione del fintech, hanno potuto ottenere liquidità. Ad esempio, durante la pandemia, Credimi è stata il principale erogatore, tra i digital lender europei, di finanziamenti assistiti da garanzie dello Stato – sin dai giorni successivi all’approvazione del Decreto Liquidità – grazie alla collaborazione con asset manager, fondazioni, clienti delle gestioni patrimoniali, enti regionali, e banche. Queste collaborazioni hanno «liberato» in meno di 6 mesi oltre 250 milioni di euro per le PMI impattate dall’emergenza Covid-19 che hanno richiesto finanziamenti con la garanzia al 90%.

Oggi però le PMI per superare la crisi hanno bisogno di investire nel futuro, nel modo giusto. È quindi fondamentale che la finanza per le piccole imprese, in questo frangente, non si limiti a contenere la crisi di liquidità, ma faciliti gli investimenti che servono a questa trasformazione.

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Le soluzioni disponibili non devono per forza arrivare dallo Stato. Noi, ad esempio, abbiamo lanciato un finanziamento (Credimi Subito) che è pensato appositamente per andare incontro alle esigenze dei 3 milioni di ditte individuali in Italia, che sono imprese piccolissime con un solo titolare, l’imprenditore o l’imprenditrice, che è l’unico responsabile e anche l’unico promotore della sua iniziativa imprenditoriale. Si tratta di imprese che hanno bisogno di risposte in tempi molto rapidi, di avere a disposizione strumenti dal semplice utilizzo, e di essere seguite passo dopo passo. Credimi Subito è un finanziamento che si richiede online in due minuti, 24 ore su 24, inserendo solo la Partita Iva e l’ultima dichiarazione fiscale, la risposta di fattibilità è immediata e se positiva, l’azienda riceve il preventivo dettagliato e definitivo in soli 3 giorni lavorativi. Le imprese potranno anche beneficiare sempre del supporto telefonico di un professionista. 

— Come pensano le piccole aziende di superare la crisi? Quali strategie devono adottare per uscirne fuori al più presto?

— Per far fronte alle crisi molte piccole aziende sono orientate verso soluzioni difensive, che prevedono nella maggior parte dei casi la riduzione degli investimenti, il ricorso alla cassa integrazione per i dipendenti e l’utilizzo di tutti gli ammortizzatori sociali possibili. Una scelta comprensibile, e probabilmente in alcuni casi obbligata, ma che rischia di penalizzare la futura ripresa.

© AP Photo / Andrew MedichiniLa consegna di caffè a domicilio a Napoli
La trappola del Covid: ecco come le piccole imprese italiane stanno cercando di uscirne - Sputnik Italia, 1920, 11.02.2021
La consegna di caffè a domicilio a Napoli

Il 10% di imprenditrici e  imprenditori che ha intenzione di sfidare il Covid mantenendo i propri piani di crescita, invece, ha le idee chiare su come spingere l’acceleratore: aumenterà gli investimenti sulla digitalizzazione (lo dichiara il 16% delle imprese dell’industria, il 21% di quelle del commercio e il 28% dei servizi), in ricerca e sviluppo (secondo il 20% delle aziende dell’industria, 17% servizi, 18% commercio), nel lancio di nuovi prodotti (16% industria, 15% commercio e 17% servizi) e nell’ampliamento della propria rete commerciale. Ma anche nel marketing (17% industria, 22% commercio 26% servizi) e nella pubblicità. Una strategia di ampio respiro con obiettivi temporali di medio periodo che però può rappresentare la differenza tra morire e sopravvivere in un contesto in rapida evoluzione.

Sono le aziende più piccole e giovani ad apparire come maggiormente ricettive e dinamiche in questo momento, forse perché sono state quelle che hanno dovuto apportare più cambiamenti. Ad esempio, i dati mostrano che a partire dal 2020 le ditte individuali hanno aumentato l’attenzione verso la digitalizzazione, anche perché necessitavano di colmare un gap significativo con i nuovi comportamenti di acquisto dei consumatori italiani. In generale, quelle imprenditrici e quegli imprenditori che stanno utilizzando il digitale per modificare il proprio approccio di vendita, di consegna, di logistica, e di relazione con il cliente, sono quelli che emergeranno più forti da questa crisi.

— La pandemia ha dimostrato con i fatti che la digitalizzazione sia ormai una necessità. La quarantena sta facendo crescere l’e-commerce, ciò avrà conseguenze una volta che finirà l’emergenza?

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— La pandemia ha soltanto accelerato un processo che era già in atto. La crescita dell’e-commerce non è di certo una novità, anche se molte piccole e medie imprese, prima del 2020, non si erano ancora confrontate con la necessità di adeguarsi alle nuove richieste del mercato. La pandemia ha reso tutto questo (dolorosamente) evidente per tutte quelle imprese che ancora non avevano operato una ristrutturazione del business in chiave digitale. Ma a fine 2020, abbiamo osservato che per il 43% delle imprese individuali, il 35% delle società di persone e il 30% delle società di capitali italiane la digitalizzazione era ormai “una tappa fondamentale del processo di crescita” dell’azienda.

Una consapevolezza che nasce anche dal fatto che una maggiore adozione di strumenti digitali non solo permette di rispondere meglio alle modificate esigenze dei clienti ma permette anche di gestire in modo più efficiente molti processi aziendali. Ad effettuare gli investimenti maggiori nell’ultimo anno sono state le aziende operanti nei servizi (68%) seguite da quelle dell’industria (59%) e del commercio (57%). Le resistenze più forti a questo tipo di investimento arrivano dal settore dell’edilizia, dove solo il 34% delle imprese ha investito in digitalizzazione.

È interessante notare che a investire di più nell’ultimo anno sono state le imprese con un fatturato annuo fino a un milione di euro e le ditte individuali. Probabilmente perché sono quelle che nella digitalizzazione vedono i ritorni più rapidi, anche grazie a operazioni mirate sulla gestione dei magazzini e sulla produzione. E sono anche quelle che investono di più: fino a 30mila euro l’anno, per le ditte individuali, impegnati nel 50% dei casi nella creazione di siti Internet e profili social, nel 35% in piattaforme e-commerce, nel 22% in marketing digitale, nel 16% in software per la progettazione e la produzione, nel 15% in software e strumenti per la gestione del magazzino e della logistica, nel 14% per la creazione di CRM. Dal punto di vista geografico, invece, le Isole e il Sud Italia investono molto di più del Nord e del Centro.

— Un imprenditore su due vede nero anche il 2021. Secondo Lei, la crescita futura è a rischio?

Coppia di anziani sul balcone con la bandiera dell'Italia con la scritta Andrà tutto bene a Roma - Sputnik Italia, 1920, 23.12.2020
Il 2021 dell’Italia
— Credo che le imprenditrici e gli imprenditori italiani abbiano la possibilità di rimettersi in pista durante questo 2021 e i dati lo confermano. Lo spaccato che la nostra ricerca ci ha restituito è quello di un’Italia che vuole crescere anche grazie agli investimenti in tecnologia. Si pensi che quasi la metà delle ditte individuali considera la digitalizzazione come un driver fondamentale per la crescita, e il 25% delle piccole imprese dei servizi dichiara che sarà “il principale obiettivo per il prossimo anno” (ovvero il 2021). Ma la ripresa deve partire dallo studio e dall’approfondimento degli strumenti a disposizione delle imprese: meno di un terzo dei piccoli imprenditori ricorre al credito bancario per sostenere questi processi, e in pochi sono a conoscenza degli incentivi regionali, statali ed europei. Solo acquisendo consapevolezza e conoscenza, potranno dedicare tutte le loro energie allo sviluppo del proprio business. 

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