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La mafia non si sconfigge perché conviene (anche alla politica)

© Fotolia / Exopixel"Tutti si rivolgevano a me per chiedere favori".
Tutti si rivolgevano a me per chiedere favori. - Sputnik Italia, 1920, 11.02.2021
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Se c’è una sfera che non soffre durante le crisi economiche quella è la mafia, un fenomeno sempre più globale. Spesso sfruttata anche dalla politica e dalle imprese perché conviene, la mafia non si potrà sconfiggere finché non verrà riconosciuta come un problema, un male da sradicare veramente.

Cresce, si diffonde nei grandi giochi finanziari e nel mondo dei reati digitali, insomma, la mafia non conosce crisi, nemmeno durante le pandemie. Al di là dei proclami altisonanti sulla lotta al crimine organizzato, la mafia sembra sempre più potente. Perché è così difficile contrastare la mafia? Che ruolo ha la scuola nella lotta contro questo male? Sputnik Italia ne ha parlato con Antonio Nicaso, docente e saggista, uno dei massimi esperti di criminalità organizzata.

— Professore Nicaso, perché le mafie sono così potenti?

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— Sono potenti perché hanno sempre ottenuto una certa legittimazione sociale, economica e culturale. Le mafie non nascono come fenomeni di ribellismo, ma come un fenomeno di controllo sociale, nel senso che sono state utilizzate per impedire per esempio che alcuni ceti sociali potessero ribellarsi agli interessi consolidati. Le mafie sono fenomeni di classi dirigenti, sono nate nel momento in cui la violenza è stata legittimata e utilizzata per controllare i contadini che magari aspiravano a condizioni di vita migliori; è stata utilizzata per chi aveva dei privilegi e voleva mantenerli; la mafia viene utilizzata per garantire l’esito di alcune elezioni. Ecco perché inizialmente abbiamo figure come Raffaele Morgante in Calabria o Salvatore De Crescenzo in Campania che nel momento di passaggio dal regime borbonico allo Stato liberale vengono reclutati per gestire l’ordine pubblico, vengono reclutati dei delinquenti.

I fenomeni criminali di tipo mafioso sono caratterizzati dall’utilizzo della violenza come capitale per produrre e assicurarsi ricchezza. Quello delle mafie è un potere che dà ricchezza, diversamente da altre attività dove la ricchezza posseduta dà potere. Nella società capitalistica chi ha denaro può ottenere potere, nelle società dove ci sono presenze mafiose il mafioso con l’autorità riconosciuta riesce ad imporre la propria presenza chiedendo il pizzo per esempio.

— Nell’immaginario collettivo e anche cinematografico la mafia si associa a determinate zone, come la Sicilia e la Calabria. In realtà oramai la mafia è quanto mai globale?

— Quando il ricavato del crimine diventa alimento per l’economia è molto più complicato combattere il crimine organizzato e le mafie. Ci sono tre fattori che hanno portato all’esplosione della questione criminale e hanno portato le mafie a globalizzarsi: il traffico delle sostanze stupefacenti, la globalizzazione dell’economia e la sua progressiva finanziarizzazione che ha consentito anche ai criminali di fare soldi con i soldi, l’assonanza fra regole opache dell’attuale funzionamento dell’economia e alcuni valori imprenditoriali delle mafie.

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Oggi il riciclaggio del denaro è diventato l’ossigeno dell’economia illegale. I mafiosi possono essere contrari alle leggi dello Stato, ma non sono contrari alle leggi del mercato. Nel tempo queste organizzazioni si sono trasformate quasi in agenzie di servizi, il denaro delle mafie non viene rifiutato. Nessuno si pone il problema etico, questo è l’aspetto secondo me più preoccupante. Le mafie hanno a che fare con una certa politica e una certa imprenditoria che ragionano sempre più sulla base della convenienza.

— È per questo che è così difficile contrastare la mafia? La mafia rappresenta per la politica un’opportunità ed è conveniente? Non riconoscendo il problema non lo si può sconfiggere…

— Io ho bisogno del sostegno elettorale e lo chiede ai mafiosi, in cambio garantisco appalti, subappalti. Io imprenditore ho bisogno di manodopera a basso costo, la chiedo ad alcune aziende controllate dalla mafia. Si creano questi rapporti di mutua convenienza, di reciprocità funzionale. Dal 2014 per esempio per calcolare il pil di un paese viene considerata anche l’economia criminale. Lo scopo secondo l’Istat, ma anche secondo Eurostat, è di dare stime esaustive su tutte le attività che producono reddito indipendentemente dal loro status giuridico. Per calcolare il pil dell’Italia noi ci mettiamo anche le stime legate al traffico di droga, al contrabbando e le stime legate allo sfruttamento della prostituzione. Così calcoliamo la virtuosità dei Paesi. È una sorta di riconoscimento delle mafie nell’economia italiana e degli altri Paesi europei.

— Possiamo dire che durante le crisi economiche, come quella che stiamo vivendo, la mafia ne risente di meno?

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— Le mafie storicamente sono riuscite a trasformare le crisi in opportunità, hanno trasformato le crisi finanziarie, hanno trasformato le calamità naturali in opportunità anche attraverso delle cricche politiche mafiose che hanno sempre lucrato sulla sofferenza delle persone. L’abbiamo visto nella crisi finanziaria del 2008 quando i soldi della droga sono diventati alimento di molte banche che rischiavano il tracollo finanziario, l’abbiamo visto nelle calamità naturali quando è cresciuta una sorta di economia e di politica della catastrofe per mettere le mani sui fondi della ricostruzione. L’abbiamo visto con le pandemie del passato, con l’epidemia di colera dell’800, abbiamo sempre notato questa capacità della mafia.

Nel momento in cui c’è una situazione di crisi, come quella grave che stiamo vivendo oggi, chi ha dei soldi ha la possibilità di prestarli ad aziende in crisi, di fornire delle garanzie bancarie, quando il boss o il prestanome del boss si presenta in banca con l’imprenditore in difficoltà per fargli da garante per esempio. Contrariamente a tante altre realtà i mafiosi sembrano risentire di meno della pandemia. Ovviamente alcuni reati sono diminuiti, con i ristoranti non puoi chiedere il pizzo, ma stanno aumentando i reati di usura, i reati legati al traffico di droga. Sono cambiate le modalità, abbiamo notato una sorta di “uberizzazione” dello spaccio, vengono utilizzati mezzi privati per le consegne a domicilio. Sono aumentati i reati legati al mondo del digitale, i cosiddetti cyber crimes. Qui vediamo anche grande la capacità di adattamento delle mafie.

— Come combattere contro questo male: bisogna partire da un punto di vista culturale e della mentalità?

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— Bisogna capire che c’è un ambito culturale che va valorizzato nella lotta contro le mafie. È impossibile pensare di combattere solo con manette e sentenze. I mafiosi amano i professionisti che hanno studiato nelle grandi scuole e i quali possono essere funzionali ai loro progetti, ma odiano la scuola nel momento in cui fa aumentare le capacità critiche delle persone.

Ovviamente c’è un aspetto legato alla mentalità: mi piace citare l’esempio dell’whistleblower nell’ambito della lotta alla corruzione. Se dobbiamo trovare un equivalente in lingua italiana dovremmo tradurre come “l’uomo che soffia nel fischietto” e a tutti viene in mente l’arbitro. La prima cosa che ci viene in mente è traditore, spia. Tutto ciò fa parte della mentalità che va cambiata. Chi collabora non è una spia o un traditore, è una persona che dimostra di avere senso civico e coraggio.

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L’importanza del coordinamento internazionale contro la corruzione
Bisogna partire da un’evoluzione culturale, investire di più nella scuola, nella ricerca, dobbiamo far crescere le nuove generazioni con la capacità di scegliere da che parte stare, con la capacità di poter ragionare in modo critico. Per fare questo, per combattere le mafie, oltre agli investimenti nel mondo della cultura e alla cooperazione internazionale fra le polizie, bisogna affrancare la gente dalla paura e dal bisogno. Per fare questo serve attenzione sul territorio, bisogna rimuovere le cause che portano alla presenza delle mafie. Ricordo la frase di un mafioso siciliano che quando parlava dei progetti di legalità diceva: “non vi preoccupate, lasciateli fare, tanto quando avranno bisogno di un posto di lavoro verranno da noi”.

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