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Foibe: andare oltre agli slogan politici per ricordare e capire la tragedia

© ANVGD10 febbraio Giorno del Ricordo
10 febbraio Giorno del Ricordo - Sputnik Italia, 1920, 10.02.2021
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Per lunghi anni le vittime delle foibe sono state derubricate, silenziate, ignorate. Il 10 febbraio è il giorno del Ricordo dei morti nelle foibe e dell’esodo giuliano dalmata. Una data triste, che tutt’oggi viene strumentalizzata e, se vogliamo, “sporcata” dalle ideologie. Ricordare per andare avanti, senza tifo da calcio.

Una ferita aperta, un tema che ancora oggi è motivo di divisioni e di scontri. La tragedia delle foibe a più di 75 anni di distanza non trova nel dibattito odierno una memoria condivisa, ma per ricordare le povere vittime civili di quegli anni bui occorre raccontare le loro storie, conoscere e capire il contesto storico che ha fatto da cornice al massacro di migliaia di persone.

Andare oltre agli slogan politici, non ridurre una tragedia a tifoserie politiche, non ignorare una pagina di storia, seppur complessa, ma cercare di capirla. Questa è la posizione di Luca Susic, esperto di questioni balcaniche, autore del libro “Aleksandar Rancović e la Jugoslavia socialista: dalla Guerra di liberazione al Plenum di Brioni”, intervistato da Sputnik Italia in occasione del Giorno del Ricordo.

— Luca Susic, il Giorno del Ricordo che cosa significa per te personalmente e perché è una data tuttora divisiva?

— Per me è una data molto impegnativa e triste, perché ricorda una notevole tragedia che si è verificata sul confine orientale, nelle zone dove sono nato e cresciuto. Si vedono i risultati di questa tragedia ancora oggi. Nonostante siano passati tanti anni da questi tristi fatti la ferita è ancora viva, anziché essere uno spunto per trovare una visione comune e superare il problema, come è stato fatto da Francia e Germania, nonostante gli sforzi fatti anche da Mattarella con il presidente sloveno Pahor, qui continuano a esserci delle divisioni e degli scontri. Vediamo un continuo tentativo di modificare la storia a supporto di una o dell’altra parte politica.

© Foto : Presidenza della RepubblicaIl Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e il Presidente della Repubblica di Slovenia Borut Pahor depongono una corona di fiori presso la lastra di ferro che copre l’ingresso della foiba di Basovizza
Foibe: andare oltre agli slogan politici per ricordare e capire la tragedia - Sputnik Italia, 1920, 10.02.2021
Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e il Presidente della Repubblica di Slovenia Borut Pahor depongono una corona di fiori presso la lastra di ferro che copre l’ingresso della foiba di Basovizza

La mia formazione nasce da un esempio: la mia famiglia e mio nonno. Pur essendo stato arrestato prima dai fascisti e processato al tribunale speciale per la Difesa dello Stato, per essere poi catturato dalle SS e mandato nel lager a Buchenwald, mio nonno ha sempre cercato di partecipare alle cerimonie del 10 febbraio pur non essendo stato lui direttamente coinvolto. Lui mi diceva sempre che al termine di queste guerre a pagare è sempre la povera gente che non ha alcuna responsabilità e che viene travolta da qualcosa di più grande.

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C’è chi ha pagato con la vita, chi perdendo tutto e dovendo abbandonare le proprie terre. Secondo me, così come era secondo mio nonno, non si rende giustizia a queste persone trasformando la loro storia in uno slogan politico o in un tema da affrontare durante un comizio, come se fossimo allo stadio. Si fa giustizia a queste persone raccontando la loro storia nel modo migliore possibile, spiegando che cosa hanno sofferto, cercando di capirne anche i motivi.

— Cioè?

— La contestualizzazione non significa giustificazione, significa capire perché un determinato fenomeno è avvenuto. Nessuno dirà mai che cercare di capire l’antisemitismo in Germania significhi giustificarlo o giustificare Hitler. In Italia invece c’è questa tendenza: per qualcuno la contestualizzazione storica, il capire il contesto in cui sono avvenuti i fatti è già di per sé una sorta di giustificazione dei comportamenti della Jugoslavia. Sinceramente credo che nessuno possa giustificare delle violenze fatte contro civili inermi.

— Nello scontro ideologico fra fascisti e partigiani alla fine a pagare è stata la povera gente e oggi il ricordo delle vittime civili?

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— Assolutamente sì. Noi abbiamo assistito ad un fenomeno molto triste successo in questi anni. Da un lato a sinistra si è cercato di cancellare il ricordo di quegli eventi, è stata chiusa la pagina troppo in fretta, ricordiamoci anche il ruolo fondamentale in quegli anni della Jugoslavia, si guardava a quel modello di lotta partigiana per la liberazione. Abbiamo visto nonchalance nell’affrontare questo problema da parte della sinistra. Da un altro punto di vista la destra ha fatto una cosa diversa, ha cancellato tutto ciò che è successo prima del ’45 cominciando la sua narrazione da quel momento. Questo ha di fatto portato a dimenticare le ragioni per cui c’era un così forte astio e odio anti italiano.

L’odio ovviamente non giustifica le persecuzioni nei confronti degli innocenti, però nell’ottica di una contestualizzazione è importante capire quali sono stati gli errori da parte italiana, errori che hanno in qualche modo accesa la miccia, la quale poi è stata devastante per la gente comune. A pagare non sono stati i capi di Stato, i gerarchi fascisti e i generali responsabili di una politica di occupazione brutale, nemmeno chi ha favorito l’alleanza con la Germania nazista o con il regime filonazista di Ante Pavelic. A pagare sono state le persone comuni, questo è il grande problema.

Noi non riusciamo a guardare questa pagina della nostra storia in una maniera obiettiva. Se solo riuscissimo a capire i nostri errori e i nostri crimini, avremmo più facilità a dire agli altri che cosa hanno sbagliato loro. Tendiamo ad essere autoindulgenti. Ovviamente, ripeto, i crimini contro i civili sono ingiustificabili sempre.

— C’è chi riduce la questione solo al numero delle vittime o chi sminuisce la tragedia. Che cosa ne pensi dei negazionisti?

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— Le persone così facendo si allontanano anche loro da un atteggiamento costruttivo, perché a fronte di personaggi che cercano di amplificare di anno in anno le dimensioni del fenomeno per sfruttarlo da un punto di vista politico e giornalistico, non è corretto seguire il processo inverso, cioè quello di sminuire. È sbagliato da un punto di vista etico e storiografico. La tragedia c’è stata, ci sono state le esecuzioni sommarie, c’è stato il tentativo di far scomparire una determinata minoranza linguistica e culturale, perché lo Stato jugoslavo aveva bisogno alla fine della guerra di trovare una sorta di unità. Questo spiega perché lo Stato jugoslavo sia stato estremamente duro e brutale nei confronti degli oppositori politici interni, quindi dei nazionalisti sloveni, croati, serbi e montenegrini. Tutti sono stati allontanati o drammaticamente eliminati. Questo è un elemento da ricordare sempre.

— Su che cosa ci deve far riflettere il 10 febbraio?

— Io spero, da abitante di queste terre, che si riesca pian piano ad affrontare l’argomento in maniera serena, condivisa, cercando di gettare un ponte. La popolazione italiana con le popolazioni slave hanno vissuto assieme per secoli, le similitudini fra le popolazioni italiana e quella slovena o croata sono enormi, abbiamo molte più cose in comune di quelle che ci dividono. Bisogna riprendere questo dialogo e ricordarci che siamo nel 2021, dobbiamo guardare avanti. Questo non significa dimenticare ciò che è stato, significa accettare, rielaborare e trovare un punto in comune per costruire assieme un futuro migliore.

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