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Crisi, Alessandro Campi: "Nascerà un nuovo governo giallo-rosso, con o senza Conte"

© Foto : Paolo GiandottiRoma - Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella con il On. Dott. Roberto FICO, Presidente della Camera dei Deputati, oggi 21 agosto 2019.
Roma - Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella con il On. Dott. Roberto FICO, Presidente della Camera dei Deputati, oggi  21 agosto 2019. - Sputnik Italia, 1920, 01.02.2021
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Secondo il politologo Alessandro Campi, intervistato da Sputnik Italia, nascerà un nuovo governo Pd-M5S-IV. Ma c’è anche il rischio che, riguardo il nome del premier, "ci si irrigidisca troppo sulle rispettive posizioni facendo fallire la trattativa". E su Renzi dice: "Ha già vinto il primo tempo della partita".

Il presidente della Camera Roberto Fico lavora assieme ai rappresentanti dei partiti per trovare una via d'uscita alla crisi. Ma tra il nome del premier, i ministeri e il programma, la trattativa sembra ancora al palo. Sputnik Italia ha intervistato il professor Alessandro Campi, politologo e ordinario di Scienza Politica all'Università di Perugia, per capire quali potranno essere i prossimi sviluppi.

— Si parla di patto scritto per definire l'azione di governo ma dalle indiscrezioni che arrivano dai palazzi romani sembra che in queste ore si stia discutendo più che altro di nomi. Pensa che alla fine Conte ce la farà a tornare a Palazzo Chigi? E perché Pd e 5S insistono tanto su questo punto?

— Che si parli di entrambe le cose contemporaneamente, in realtà, è normale: del programma e dei nomi (da quello del possibile capo del governo a quelli dei futuri ministri). Fissare un programma nero su bianco è la ragionevole richiesta di Matteo Renzi, anche se abbiamo già visto, nel recente passato, quanto i patti di legislatura o i contratti di governo possano essere facilmente disattesi.

In questo momento la questione vera è comunque rappresentata da Conte. Renzi, anche se non lo dice ufficialmente, non lo vuole, a meno che non vengano accettate tutte le sue richieste. Pd e M5S considerano invece Conte un nome irrinunciabile. C’è il rischio, in questa fase, che ci si irrigidisca troppo su queste posizioni facendo fallire la trattativa. L’insistenza su Conte dei sue partiti maggiori mi sembra il frutto delle loro difficoltà.

Pd e M5S hanno grandi divisioni al loro interno, non hanno una leadership unitaria: Conte sino ad oggi ha rappresentato una sorta di mediatore, una figura esterna che ha impedito a queste tensioni di esplodere. Ed è il motivo per cui lo si difende così a spada tratta.

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— Finora chi esce sconfitto da questa crisi e chi vincitore?

— Renzi ha sicuramente vinto il primo tempo della partita. Ha costretto Conte alle dimissioni, dopo averlo definito un pericolo per la stabilità democratica italiana. Bisogna ora vedere se avrà la forza e la voglia di forzare la mano e di  tenere la sua posizione sino alla fine. Ad oggi ha dimostrato di controllare bene il suo gruppo parlamentare, che non ha subito defezioni. Ma deve fare attenzione a non chiedere o pretendere troppo.

Il suo obiettivo primario è liberarsi Conte. Ma può anche accontentarsi di un Conte, ancora capo del governo, ma dimezzato e senza più la pretesa – come nei mesi precedenti – di essere il dominus assoluto della politica italiana.

— L'opposizione di centrodestra continua a chiedere nuove elezioni, tra uno sbandamento e l'altro. L'unità tra Lega, FdI e Forza Italia è destinata a durare?

— Alle consultazioni con il Capo dello Stato il centrodestra si è presentato unito, e questo è certamente un segnale di forza. Naturalmente, le tensioni esistono: in particolare tra la Meloni e Salvini, visto che entrambi aspirano a guidare la destra italiana alle prossime elezioni. Ma le ambizioni personali non possono essere un pretesto per rompere l’attuale alleanza.

Un centrodestra diviso non avrebbe alcuna possibilità di essere competitivo con una sinistra che sempre più si sta costruendo intorno alla convergenza strategica tra Partito democratico e M5S.

Sono convinto che quella di centrodestra, al netto di tutte le tensioni e degli inevitabili personalismi, sia un’alleanza per molti versi strutturale, che non a caso dura ormai – tra alti e bassi – da più di 25 anni.

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— Nelle scorse settimane si è messa in luce la mancanza di un partito centrista ed europeista in Italia, su modello della Cdu tedesca. Qual è secondo lei il partito o il leader più adatto a riempire questo vuoto?

— L’unico partito italiano credibilmente centrista, liberale ed europeista, che fa appunto parte del Partito popolare europeo, è Forza Italia. L’anomalia di questo partito, rispetto agli omologhi europei, è che ha stretto un’alleanza organica con quella che viene definita la destra populista e sovranista. Questo fa sì che si cerchi di costruire un centro alternativo a Forza Italia, disposto eventualmente ad allearsi o a collaborare con la sinistra riformista, come appunto avviene in Europa tra Popolari e Socialisti. Ma questi tentativi sono sinora sempre falliti.

Il centro rappresentato dai “responsabili” in realtà è solo una posizione tattica e strumentale, non ha nulla a che vedere col il centrismo in senso culturale e politico.

Tra l’altro, mi sembra che il tentativo di creare in laboratorio un piccolo partito centrista disposto ad appoggiare il governo sia miseramente naufragato. A dimostrazione che i “responsabili” di cui tanto si è parlato era soltanto schegge parlamentari prive di una identità comune.

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— Ormai sembra si vada verso un esecutivo sostenuto dalla stessa maggioranza del Conte Bis, a prescindere dal nome del premier. Ci aspettano altri anni di ricatti e veti incrociati?

— Sono anch’io convinto che alla fine nascerà un governo politico sul modello della precedente alleanza giallo-rossa. Con o senza Conte. In entrambi i casi, però, il ruolo di Matteo Renzi sarà a dir poco condizionante. Non parlerei necessariamente di ricatti e veti, ma di certo ci sarebbero rapporti di forza diversi tra i partiti della coalizione diversi che nel recente passato.

— Quali saranno, in questo contesto, le conseguenze di un possibile ritorno al sistema proporzionale?

— In realtà abbiamo già una legge elettorale di stampo sostanzialmente proporzionale. Si vorrebbe arrivare ad una legge proporzionale pura, peraltro col l’argomento – esposto da Conte – che in questo modo si potrebbe combattere più facilmente la frammentazione partitica. Ma a me hanno insegnato che il proporzionale aumenta la frammentazione, non la frena. Ciò detto, sono anche convinto che nei due anni scarsi che mancano alla fine della legislatura, considerate le tante emergenze che bisognerà affrontare, da quella sanitaria a quella economico-occupazionale, non ci saranno né il tempo né la voglia per occuparsi di una nuova legge elettorale.
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