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Prima mossa politica di Biden: il Canada vuole rispondere con sanzioni contro USA

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Durante la campagna elettorale di Joe Biden i Dem americani hanno più volte promesso di “punire” la Russia (non importa per cosa) e al contempo hanno condannato Donald Trump per aver condotto una politica di allontanamento dei più prossimi partner degli USA.

Tuttavia, già nei primi minuti di governo del 46° presidente USA è stato inferto un duro colpo a forse il più vicino degli alleati, il Canada. Infatti, uno dei documenti siglati da Biden subito dopo l’inaugurazione è stato un decreto esecutivo per il ritiro dell’autorizzazione a costruire l’oleodotto Keystone XL. Con un tratto di penna è stato inferto un colpo micidiale agli interessi economici canadesi.

Il progetto Keystone avrebbe potuto davvero diventare una pietra miliare per l’economia canadese. Ideato già nel 2005, superò un complesso iter burocratico in Canada e negli USA per poi dover affrontare la fiera resistenza degli ambientalisti. Secondo il progetto, Keystone XL doveva essere un oleodotto da 3.500 km che doveva produrre fino a 800.000 barili di greggio al giorno nella provincia canadese dell’Alberta per poi trasportarli fino agli stabilimenti di trasformazione statunitensi nel Golfo del Messico, anzitutto nello Stato del Texas. Secondo le dichiarazioni rese dalla società competente, il progetto avrebbe dovuto creare circa 60.000 posti di lavoro (42.000 negli USA e 17.000 in Canada).

A riprova dell’importanza di questo oleodotto per l’economia canadese e il suo settore finanziario si rileva il fatto che una buona parte delle azioni del proprietario del progetto appartiene alle principali banche del Paese (fra cui la Royal Bank of Canada) e a una serie di fondi pensione. Inoltre, da qualche tempo è diventato azionista del progetto anche il governo dell’Alberta che ha investito 1,5 miliardi di dollari e ha emesso linee di credito per 6 miliardi. E tutto questo in un contesto di rigidi provvedimenti economici e di riduzione delle spese regionali a favore dell’istruzione.

Non a caso nel 2013 l’allora politico in erba Justin Trudeau in un incontro con i rappresentanti del settore petrolifero dichiarò il Keystone “uno dei progetti infrastrutturali più significativi della nostra generazione”, promettendo di lottare per la sua realizzazione nel caso in cui il suo partito avesse vinto le elezioni. Criticando l’allora premier del Paese Stephen Harper per il suo distaccamento dal progetto, Trudeau dichiarò ai pezzi grossi del settore: “Vi serve un governo e non una cheerleader”.

Potete, quindi, immaginare la forza del colpo inferto da Biden al Canada con la firma di quel decreto.

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Da un lato, non è possibile accusare il nuovo presidente di mancata coerenze. Infatti, i Dem con la loro politica della sostenibilità si sono sin dall’inizio contrapposto al Keystone. Nel 2015 il presidente Obama con un decreto fece cessare l’autorizzazione alla posa dell’oleodotto sul territorio americano. E uno dei principali sostenitori di quel gesto fu proprio il vicepresidente Joe Biden.

Chiaramente, i Dem hanno sempre fondato la loro visione esclusivamente sulla necessità di tutelare l’ambiente. Ma gli interessi di partito nell’assunzione di simili decisioni svolgono un ruolo altrettanto importante. Infatti, uno dei principali beneficiari dell’oleodotto è l’impero imprenditoriale creato dai fratelli Kokh, ossia i maggiori sponsor del Partito repubblicano. Dunque, facendo affondare questo progetto, Obama e Biden hanno privato i loro oppositori politici di un significativo supporto finanziario. Chiaramente, la stampa democratica statunitense cerca di tenere nascosto questo fatto.

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Biden durante la sua campagna elettorale non ha nascosto la sua intenzione di “soffocare” il Keystone XL ritirando l’autorizzazione a costruire rilasciata da Donald Trump nel gennaio del 2017 (ossia subito dopo l’inizio del suo mandato presidenziale). La promessa di un divieto all’oleodotto è diventata una degli elementi cardine del programma del candidato Dem a partire dalla primavera dello scorso anno. Ed effettivamente allora il primo ministro canadese Trudeau giurò solennemente che si sarebbe opposto con tutte le forze a qualsiasi governo americano che si fosse opposto alla creazione dell’oleodotto.

Dunque, la decisione assunta da Biden era prevedibile e risponde in pieno alla sua campagna elettorale. Ma cerchiamo ora di affrontare un altro aspetto del problema, ossia il modo in cui tale decisione è stata presentata al mondo e anzitutto al Canada, il principale partner strategico degli USA. Infatti, nessuno ha messo fretta a Biden, gli ha chiesto di firmare il decreto non appena messo piede nella Sala ovale. Biden aveva il tempo necessario per salvaguardare la cortesia diplomatica e consultarsi prima con Ottawa su una questione così importante. Ma non è andata così. Al Canada è stato prima riferito della cessazione di un progetto imprenditoriale così importante e solo dopo un paio di giorni Biden si è premurato di contattare il presidente canadese. Trudeau, dal canto suo, in luogo della preannunciata “fiera resistenza” è stato costretto a rendere dichiarazioni concilianti: dopotutto, gli elementi che uniscono statunitensi e canadesi sono più di quelli che li dividono.

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Si consideri anche il fatto che una delle principali promesse di Biden in ambito di politica estera era il rifiuto di quel comportamento denigratorio che il suo predecessore aveva adottato nei confronti dei partner statunitensi. In qualità di candidato alle presidenziali, Biden ha condannato tale approccio e ha giurato di ripristinare relazioni amichevoli con i partner, sottolineando in particolare quelle con il Canada. Ma, come testimonia la sigla in calce del decreto sulla cessazione della costruzione del Keystone, gli interessi politici ed economici dei vicini del nuovo presidente americano non rientrano nell’alveo delle sue competenze più di quanto non valesse per Trump. Per non parlare poi della completa negligenza delle più elementari regole di cortesia nei confronti degli alleati.

È proprio su quest’ultimo punto che insiste il premier dell’Alberta, Jason Kenny, secondo il quale la cessazione dell’oleodotto strategico è una catastrofe immane. Kenny invita il governo del proprio Paese ad adottare dure contromisure e a introdurre persino sanzioni economiche ai danni degli USA. E la sua indignazione è condivisa anche dai premier degli altri governi regionali del Canada.

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Inoltre, con il suo decreto Biden ha dimostrato nuovamente al mondo quanto gli USA non siano in grado di attenersi agli accordi. Se prima tutti sapevano che la politica estera statunitense non dipendeva tanto dal cambio di governo, ora le azioni volontaristiche di Trump e Biden conferma la completa inutilità di qualsiasi accordo a lungo termine siglato con Washington. Possiamo analizzare le ragioni della decisione assunta da Biden in merito al futuro del Keyston anche da altre prospettive. Ma persino Forbes ammette che questo passo crei un “pericoloso precedente” considerato che miliardi di dollari, già spesi dagli investitori nel progetto, sono stati gettati al vento “per la frivolezza del nuovo presidente”. Ovviamente nessuno negli USA ha fatto il benché minimo accenno a una parziale compensazione delle perdite. Pare che dare un riscontro delle proprie garanzie al proprio partner strategico non sia affare da signori.

Sorprende che Biden attacchi i propri alleati per spaventare gli altri. In realtà, se il nuovo governo agirà in maniera così rigida nei confronti del suo vicino, possiamo solo immaginare quale aggressività dimostrerà nei confronti di quei Paesi che sono ufficialmente considerati concorrenti e rivali. Nello specifico, Russia e Cina. E anzi nessuno dovrebbe dubitare del fatto che la lotta al North Stream 2, avviata da Trump, sarà sicuramente portata avanti. E ciò nonostante gli interessi degli alleati europei che Biden ha promesso di rispettare e tutelare. Di recente a questo proposito si è espressa per l’ennesima volta Angela Merkel. E per l’ennesima volta Washington ha ignorato le dichiarazioni della cancelliera tedesca.

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Ma il divieto alla costruzione di un primario progetto infrastrutturale come il Keystone ha un altro lato della medaglia. Fermandone la costruzione, Biden priva gli USA della possibilità di rifiutare il greggio venezuelano e stringe la mano anche ad altri Paesi esportatori. Non a caso uno dei senatori repubblicani ha definito questa decisione come una dimostrazione della politica secondo cui l’Arabia Saudita è il primo alleato.

Se il quarantaseiesimo presidente USA comincerà a dare seguito alle proprie promesse in merito al rifiuto delle estrazioni di greggio e al divieto della tecnica della fratturazione idraulica per l’estrazione dello scisto, l’Europa si renderà conto che non potrà più fare affidamento sulla possibilità di sostituire le risorse energetiche provenienti dalla Russia con quelle statunitensi. Nonostante le numerose rassicurazioni di Washington sul fatto che “il gas democratico” salverà gli europei dalla “dipendenza russa”.

L’esempio del Keyston dimostra chiaramente agli europei di che pasta sono fatti gli accordi statunitensi e le loro promesse. Dunque, dai catastrofici problemi creati da Biden al Canada, la Russia potrebbe in fin dei conti trarre anche qualche vantaggio per sé.

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