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Come salvare i bambini dai rischi della rete e dei social?

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Una bambina con cellulare - Sputnik Italia
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Sempre più bambini perdono la vita a causa delle sfide social. Un fenomeno preoccupante di cui si è parlato molto poco finora e per cui urge trovare una soluzione. Come salvare i bambini dai pericoli degli smartphone, e più in particolare dai rischi della rete e dei social?

“Vietare gli smartphone ai bambini”, questa è la proposta del Sottosegretario alla Salute Sandra Zampa, avanzata dopo la morte della bambina di 10 anni causata da una sfida su Tik Tok. Mentre si è acceso il dibattito sulla proposta del Sottosegretario un altro bimbo, questa a volta a Bari, è stato ritrovato senza vita, probabilmente a causa di un’ennesima sfida social.

Ovviamente esiste un’età per ogni cosa, ma togliere il telefono ai bambini under 14 è la giusta strada da seguire? Che la rete e i social nascondano seri rischi per i ragazzi è indubbio, dovremmo però domandarci anche di quanto tempo e attenzioni i genitori dedichino ai propri figli. Sputnik Italia ha raggiunto per una riflessione in merito Giuseppe Lavenia, psicologo, psicoterapeuta, docente universitario, Presidente dell’Associazione Nazionale Di.Te. (Dipendenze tecnologiche, GAP e Cyberbullismo), autore del libro “Voglio il cellulare! Quando? Quanto? Come? Tutte le risposte” (Mondadori).

— Il Sottosegretario alla Salute Zampa ha proposto di vietare per legge ai bambini l’uso degli smartphone. Questo dopo la morte della bimba di Palermo a causa di una sfida social. Professore Lavenia, che cosa ne pensa della proposta del Sottosegretario?

— Sicuramente è una proposta interessante perché pone l’accento sull’utilizzo dello smartphone da parte dei bambini. Io non penso che sia utile togliere il telefono, più che altro bisognerebbe limitare le applicazioni, perché non è tanto lo smartphone ad esporre i bambini al rischio, ma sono piuttosto i social.

— Secondo lei quale sarebbe l’età giusta per iniziare ad usare gli smartphone?

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— Chi produce i social ci dice che prima dei 13 anni non si può avere un account. Purtroppo abbiamo dei bambini che già a 9-10 anni hanno un profilo fatto dai genitori. Io consiglierei mai prima dei 13 anni. Se proprio vogliamo dare lo smartphone ai figli lo possiamo dare senza la rete, oppure usando il parental control o limitando le app. Molto spesso viene dato ai bambini il telefono con la rete e magari si crea un account al figlio senza considerare che lo stiamo esponendo a rischi enormi.

— Dopo la tragica morte della bambina di Palermo è stato ritrovato un altro bimbo senza vita a Bari. La causa, si presume, fosse legata ad un’altra sfida in rete. Queste sfide social non sono una novità, purtroppo, nonostante se ne parli poco, non è vero?

— La rete non è un gioco, come vediamo ci possono essere tante insidie. Le challenge pericolose stanno aumentando, così come stanno aumentando quelle legate all’autolesionismo. Durante questo periodo di clausura dal primo lockdown ad oggi abbiamo avuto un aumento quasi esponenziale delle situazioni di autolesionismo e dei tentativi di suicidio.

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Si mettono sempre più bambini, e sempre più piccoli e meno pronti, in un mondo di adulti. Partiamo da un presupposto anche neurobiologico: i ragazzi fino a 21 anni non hanno una struttura cerebrale pronta per poter controllare gli impulsi e i limiti, perché non è completamente formata. Da un punto di vista fisico non sono pronti per gestire le emozioni. Su questo bisognerebbe già riflettere. Il vero rischio dei ragazzi sempre più piccoli è l’adescamento e la manipolazione on-line. Si corre il rischio di essere influenzati da persone non raccomandabili. Si tratta di rischi enormi sui quali bisogna assolutamente intervenire facendo un’azione di educazione digitale sia per i ragazzi sia per i genitori. Va creata consapevolezza di quello che è digitale, noi diamo lo strumento, diamo l’accesso alla rete mentre noi non ci informiamo di quello che fanno on-line. Consiglio sempre di chiedere ai figli che cosa fanno on-line oltre che a chiedere com’è andata la loro giornata off-line. Questo ci permette di costruire una relazione sana e prenderci cura di loro.

— Possiamo dire quindi che demonizzare tout court la tecnologia è sbagliato, dobbiamo chiederci piuttosto quanto tempo dedichiamo ai figli, se parliamo realmente con loro oppure no, giusto?

— Non bisogna assolutamente demonizzare la tecnologia, perché non ha senso: il digitale entrerà sempre più nella vita dei nostri figli, lo vediamo anche con la didattica a distanza. L’accesso alla tecnologia è qualcosa di importante e di utile, ci sono però le età per tutto. Dobbiamo stabilire delle regole che esistono già, prima dei 13 anni infatti non ci si può accedere. Dobbiamo costruire una sorta di contratto nuovo con i genitori.

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I casi di cronaca di cui parlavamo aumenteranno. Noi abbiamo sempre meno tempo, perché siamo iper connessi, qui tocchiamo il tema delle dipendenze tecnologiche. Noi ci prendiamo sempre meno cura dei nostri figli perché siamo molto connessi, le distrazioni digitali sono enormi, ogni volta che ci arriva una notifica perdiamo 64 secondi per recuperare l’attenzione su ciò che stavamo facendo prima. Proviamo ad immaginare quanto tempo durante la settimana togliamo al lavoro e ai nostri figli. Quello che propongo spesso è di fare almeno un giorno alla settimana un detox famigliare: tutti senza cellulare, figli e genitori. Io non posso chiedere a mio figlio di non usare il telefono a tavola quando io sono il primo ad utilizzarlo. Da qui bisogna ripartire.

— La pandemia ha peggiorato la situazione in questo contesto?

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— Sì, abbiamo tantissime chiamate al numero verde dove ci raccontano dei propri disturbi: ansia, attacchi di panico sono aumentati particolarmente, così come i disturbi comportamentali e alimentari. Il disturbo del futuro probabilmente sarà l’isolamento sociale: i ragazzi non andranno più a scuola, tenderanno ad auto isolarsi, i giapponesi chiamano questo fenomeno hikikomori, cioè quando i ragazzi si auto recludono in casa. Questo fenomeno sta aumentando, i ragazzi sentono dirsi che fuori è pericoloso, fuori è brutto.

Il 35% dei ragazzi durante il lockdown ci ha detto attraverso una grossa ricerca che abbiamo svolto su 10 mila studenti che non riuscivano ad immaginare più il futuro. Il campione era fra gli 11 e i 21 anni. A novembre abbiamo rifatto questa domanda e siamo arrivati oltre il 40%. Non riuscire ad immaginare un futuro, non riuscire a desiderare significa creare una popolazione di giovani che avranno difficoltà ad entrare nel mondo del lavoro e della vita in generale. Se tolgo il motore della vita, che è il desiderare, creo una popolazione di ragazzi depressi.

— Quali sono i campanelli di allarme nei ragazzi che non vanno ignorati?

  • Innanzitutto i bruschi cambiamenti di umore
  • Una forte irritabilità
  • Se il ragazzo o la ragazza tende ad abbandonare i suoi interessi, anche se in questo periodo i ragazzi sono già stati costretti a limitarsi…
  • Se l’adolescente cambia il ciclo del sonno, se va a letto sempre più tardi

Tutti questi sono dei campanelli di allarme che portano poi a sintomi più importanti come l’isolamento. Bisogna prestare attenzione a tutti questi segnali.

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