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Adrinet, il progetto europeo a caccia di microplastiche nel Mar Adriatico

© sito web AdrinetReti da pesca disperse nel Mar Adriatico - Progetto Adrinet
Reti da pesca disperse nel Mar Adriatico - Progetto Adrinet - Sputnik Italia
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Il programma di cooperazione ha visto coinvolte Italia, Albania e Montenegro nella tutela dell'ecosistema marino. I ricercatori hanno esaminato la presenza di microplastiche negli areali di pesca, arrivando a delineare una mappatura delle reti disperse e a lanciare delle campagne di recupero.

L'iniziativa ha visto impegnate l’Università di Bari, in qualità di Project Leader, l’Università di Tirana, in Albania, e l’Università di Crne Gore, in Montenegro, insieme a tre enti pubblici, ossia il comune di Castro, in Italia, la regione di Vlora per l’Albania e il Comune di Herceg Novi, in Montenegro, con un finanziamento di poco più di un milione di euro, garantito dall’Unione europea e dai paesi interessati.

“Volevamo valutare l’impatto delle microplastiche, di cui conoscevamo la presenza nel Mar Mediterraneo, soprattutto nel Mar Tirreno, anche in questi areali di pesca, anche per poter formare i pescatori su tecniche di pesca meno impattanti per l’ambiente”, ha spiegato a Sputnik Italia la project leader di Adrinet, Elisabetta Bonerba. Ed è così emersa la presenza di microplastica "nei visceri dei pesci che noi abbiamo legato anche alla presenza di reti e di attrezzi di pesca dispersi in questi areali”.

Recupero delle reti nei fondali

I ricercatori hanno quindi fatto “una mappatura delle reti disperse”, lanciando poi “delle campagne di recupero”.

“Il progetto prevedeva tre campagne di recupero per ogni paese, in realtà ne abbiamo fatta qualcuna in più, e abbiamo rimosso le reti che si potevano rimuovere. Perché spesso con le reti di pesca stratificate nei fondali si viene a costituire un nuovo equilibrio che è meglio non toccare per non fare danni”.

E’ stato anche “implementato un sistema per aiutare le autorità competenti a tracciare le reti disperse”. Infatti i comuni coinvolti hanno acquistato dei microchip da installare sulle reti e sugli attrezzi da pesca, su cui è caricata l’anagrafica del detentore. Così ogni volta che le reti vengono perse o disperse, possono essere recuperate e si sa chi le ha disperse”. 

Pescatori “spazzini del mare”

Partendo da queste analisi il progetto si è quindi posto “una finalità più ambiziosa che speriamo di portare avanti nelle successive call del programma di cooperazione, ovvero far diventare i pescatori degli ‘spazzini del mare’”, è l’auspicio di Bonerba.

“Possono essere i pescatori, che sanno esattamente dove si trovano le reti disperse, a recuperarle, magari nei momenti di fermo pesca, ossia quando non possono andare a pescare ma devono comunque garantirsi una fonte di reddito”.

Creare un circolo virtuoso di recupero e riciclo

E proprio l’attività di “spazzino del mare” potrebbe dare vita anche a un “circolo virtuoso di recupero e riciclo, individuando delle forme di cooperazione territoriale”.

“Si potrebbe creare una mini economia per tutte le zone costiere dove i pescatori potrebbero riportare a terra i rifiuti e conferirli ad aziende specializzate, avendo magari in cambio dei buoni carburante in ragione del peso. Si potrebbe instaurare un’economia circolare su questi rifiuti che potrebbero essere riciclati. Dando nuovo prestigio e una fonte di sostentamento importante ai pescatori”, ha sottolineato Bonerba.

Un'attività che garantirebbe la sopravvivenza dei pescatori, sempre meno numerosi, e le cui difficoltà sono state acuite dal Covid.  Anche perchè, ha ricordato la Project leader, "oggi grazie alla legge SalvaMare del ministro Costa i pescatori possono riportare i rifiuti a terra, mentre finora non potevano farlo".

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