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Il Quirinale spezzi la catena europea

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La riconferma del governo Conte, uno dei peggiori della nostra storia, è figlia degli accordi assunti con Bruxelles pronta a garantirci il Recovery solo in cambio dell’argine al sovranismo.

Ma con i grillini al potere quei miliardi andranno sprecati. Solo un voto garantito da un’intesa istituzionale può garantire la sopravvivenza del paese e della democrazia.

E’ un ossimoro della storia. Uno dei peggiori che ci saremmo meritati. Ma tant’è. Il 19 gennaio nel 21mo anniversario della morte in esilio di Bettino Craxi, uno dei leader (lo scrive uno che non è mai stato socialista) più lucidi, energici e decisionisti della storia di questa Repubblica, l’Italia s’è vista confermare dal Parlamento uno dei Presidenti del Consiglio più grigi, indecisi e titubanti mai passati da Palazzo Chigi. Un premier peraltro mai votato da nessuno. Nulla che Craxi non avesse predetto dal suo ultimo rifugio. “L’Europa, come ho già avuto modo di dire, per noi nella migliore delle ipotesi sarà un limbo. Nella peggiore delle ipotesi l’Europa sarà un inferno”. La frase, pronunciata nel 1997 e ripropostaci in “Io parlo e continuerò a parlare” - raccolta di scritti, dichiarazione e appunti di Craxi pubblicata da Mondadori nel 2018 - dovrebbe risuonare come un monito per chi ha votato la riconferma di Giuseppe Conte.

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Il limbo predetto da Craxi è la vera ragione dell’immeritata sopravvivenza dall’attuale Presidente del Consiglio e dal suo governo. Un premier senza qualità di cui una maggioranza di voltagabbana indifferenti agli interessi della nazione preferisce non liberarsi. Qualcuno obbietterà che Craxi pronunciò quella frase pensando non all’Europa politica, ma alle scelte monetarie imposteci dai trattati di Maastricht.

Ma di chi è figlia l’euroburocrazia che imprigiona l’Italia e le impedisce un modello di sviluppo autonomo? E’ figlia proprio delle regole e dei parametri che per troppo tempo hanno paralizzato la nostra economia. Regole e parametri che hanno contribuito a impoverire e dividere la società spingendola a quella sorta di rivolta giacobina cristallizzatasi con le elezioni del 2018. Quel voto ha regalato la maggioranza relativa ad un Movimento 5 Stelle rappresentato da una pletora priva di idee e di competenze mossa soltanto dal sogno confuso di un personale riscatto sociale. Oggi quella maggioranza incompetente e incapace, presentatasi inizialmente come movimento anti-europeista, si è trasformata nella vera catena di Bruxelles. Una catena pronta a tutto pur di garantire la sopravvivenza di un esecutivo nato nell’agosto 2019 grazie alla benedizione dell’Unione Europea. Una catena impossibile da spezzare dal momento che l’unico vero obbiettivo della maggioranza grillina è il mantenimento fino a fine legislatura di emolumenti e privilegi garantiti dallo scranno parlamentare.

Ma non è la sola catena. A imprigionare l’Italia contribuiscono i lucchetti di quanti nel Pd e nel partito di Renzi temono di veder cadere il miraggio dei 209 miliardi promessi dall’Europa. Un premio di fedeltà garantito solo se il governo giallo- rosso riuscirà a impedire il voto e la scontata vittoria di un centro - destra considerato alla stregua di una sciagura da Bruxelles. Ed allora eccoci nel limbo. Un limbo che neanche il Presidente Sergio Mattarella, l’unico che ne avrebbe la competenza e la facoltà istituzionale, osa dissolvere. Ma il Quirinale farebbe bene a considerare anche altri punti di vista. Imprigionare la democrazia, impedire il voto e abbandonare gli italiani nelle mani di un premier e di un’alleanza posticcia mentre il paese si dibatte tra le sciagura della pandemia e quella della recessione non contribuisce a sanare le divisioni nazionali. Né tantomeno a ritrovare quell’unità indispensabile per garantire un compatto riscatto nazionale.

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Contribuisce invece a irrigidire gli animi e a rendere meno malleabili le posizioni di chi viene definito sprezzantemente sovranista. In questo contesto trascurare il ricorso alle urne, strada maestra di ogni vera democrazia (non a caso in piena pandemia hanno votato e voteranno Stati Uniti, Germania, Scozia Galles, Olanda e Portogallo), si rischia d’esacerbare l’opinione pubblica spingendo i cosiddetti sovranisti ad accentuare le proprie posizioni per conquistarsene i favori. Il tutto mentre sia Matteo Salvini, sia Giorgia Meloni, consapevoli dell’impossibilità di governare in una condizione di scontro permanente con l’Europa e di non poter rinunciare all’alleanza con i moderati di Forza Italia, stanno rivedendo le loro posizioni. Giorgia Meloni nominata presidente dei Conservatori al Parlamento Europeo non può certo venir considerata la leader di un movimento aprioristicamente anti-europeo. Nello stesso tempo anche Matteo Salvini, grazie all’influenza discreta di Giancarlo Giorgetti e di altri sostenitori di un decorso istituzionale sta abbandonando il suo ruolo di leader dei sovranisti europei. Dunque perché non lasciar spazio ad un voto concesso in base all’impegno, assunto nelle mani del Presidente, di dar vita - in caso di vittoria - ad un governo rispettoso del dialogo nazionale e degli impegni assunti in Europa.

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Una scommessa sicuramente meno azzardata di quella basata su un Conte Tre incapace persino di decidere l’impiego di un Recovery Plan prospettato come unica via d’uscita alla crisi post-pandemia. Un'elezione garantita da un impegno preventivo ad operare nel quadro di un’intesa nazionale ed europea può rappresentare la vera via d’uscita capace di rinsaldare l’unità nazionale. Anche perché permetterebbe di mettere alla porta una classe politica grillina inadatta a queste ore drammatiche. Solo così l’Italia potrà risalire lo sprofondo economico in cui precipiterà quando, esauritosi l’incubo del Covid e ripresi i licenziamenti, si paleserà quello lo spettro di quei 2 milioni e passa di disoccupati ipotizzato dall’Istat già lo scorso giugno.

In quel momento solo un governo forte sorretto dalla maggioranza della nazione e dall’impegno a dialogare con tutti, Europa compresa, deciderà la sopravvivenza del paese.

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