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Anche Joe Biden “esporterà la democrazia” a suon di bombe?

© REUTERS / Patrick SemanskyNational Guard members take a staircase toward the U.S. Capitol building before a rehearsal for President-elect Joe Biden's Presidential Inauguration in Washington, Monday, Jan. 18, 2021
National Guard members take a staircase toward the U.S. Capitol building before a rehearsal for President-elect Joe Biden's Presidential Inauguration in Washington, Monday, Jan. 18, 2021 - Sputnik Italia
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In una Washington barricata Biden giura e l’America dà l’addio a Trump. Il timore di attacchi e infiltrazione è alto. Inizia l’era Biden in un’America profondamente divisa. Nonostante i problemi interni del Paese gli Stati Uniti, rispettando le vecchie abitudini, continueranno ad “esportare la democrazia” nel mondo?

Il 20 gennaio è arrivato, tutto è pronto per l’insediamento del nuovo presidente americano. “Sarò il presidente di tutti, è ora di voltare pagina, di riconciliarsi e unire l’America per affrontare le crisi e rilanciare l’alleanza con i nostri partner”, è il messaggio principale che si appresta a lanciare Joe Biden nel suo giuramento al popolo americano.

Come unirà l’America il neo presidente: distogliendo l’attenzione dai problemi interni ed “esportando la democrazia” a suon di bombe? Sputnik Italia ne ha parlato con Emanuele Giordana, scrittore e saggista, cofondatore di Lettera22, direttore editoriale del portale atlanteguerre.it (Atlante delle guerre e dei conflitti nel mondo).

— Emanuele Giordana, possiamo dire secondo lei che gli Stati Uniti spostano l’attenzione della società dai problemi interni sulla politica estera?

Biden con il suo cane - Sputnik Italia
Biden diventa presidente, ma a chi faranno la guerra gli USA nei prossimi anni?
— Credo che questo sia un brutto vizio di molti Paesi, soprattutto quando si parla di Stati molto grandi egemonici su altre nazioni. Gli Stati Uniti hanno dato prova già in passato di voler fare questo, il caso più evidente è la famosa “esportazione della democrazia” sui cannoni. Non c’è niente di male a cercare di convincere un Paese diverso dal nostro a seguire il nostro modello, ma naturalmente non si può imporlo. In secondo luogo molto spesso questo sistema di occuparsi del resto del mondo serve a nascondere i guai in casa propria. Non è una novità, questo è successo anche durante le grandi guerre mondiali, quando per risolvere i problemi interni si è pensato di rivolgere lo sguardo altrove.Purtroppo non abbiamo imparato molto, ma oggi forse siamo più attenti e critici. Forse possiamo cominciare ad imparare qualche cosa, almeno scoprendo le carte.

— Gli Stati Uniti hanno “esportato la democrazia” a suon di bombe negli ultimi anni e continuano a farlo, non è vero?

— Possiamo augurarci che tutto questo cambi, anche se le grandi potenze internazionali hanno l’abitudine di fare questo genere di cose. Possiamo avere questa speranza con la nuova presidenza Biden, anche se purtroppo nella tradizione degli Stati Uniti l’aspetto dell’”esportazione” del loro modello anche a suon di bombe è molto presente. C’è però una società civile americana che ha dato dei segnali molto importanti di risveglio, questo potrebbe frenare questa tendenza.

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Biden entra oggi in carica alla Casa Bianca. Non è da escludere che anche lui inizi una nuova guerra o una contrapposizione in alcuni teatri caldi come la Libia?

— Questa possibilità purtroppo non la possiamo escludere perché c’è una macchina bellica importante, però qualche segnale positivo per il momento c’è. Si tratta solo di segnali, bisogna vedere se dalle parole si passerà a fatti concreti, per esempio con l’Iran. Gli Stati Uniti dialogheranno con l’Iran? Che cosa vorranno fare in Afghanistan e in Libia? Sono tutti interrogativi ai quali adesso non possiamo dare una risposta.

— Chi saranno i nemici principali degli Stati Uniti con Biden?

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— C’è una vecchia ruggine con la Russia, una sorta di diffidenza ancora molto forte. C’è tanto attrito con la Cina, alimentato con Trump, così come c’è nei confronti del mondo islamico. Gli americani, che sono una grande nazione, possono se vogliono cambiare registro e dare un contributo alla cooperazione internazionale, altrimenti possono continuare su una strada che si è rivelata fallimentare oltre che sanguinosa.

In politica si promette molto, ma poi è difficile cambiare le cose. Possiamo solo sperare che oggi la gente sia più cosciente, più informata e disposta a giocare un ruolo in prima persona. Questo può avere un’influenza sui decisori politici. È importante il ruolo della società civile.

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