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Non solo Mediterraneo. Rotta balcanica: problema fondamentale per l’Italia

© REUTERS / Alexandros AvramidisMigranti fermati dalla polizia antisommossa greca al confine tra Grecia e Macedonia
Migranti fermati dalla polizia antisommossa greca al confine tra Grecia e Macedonia - Sputnik Italia
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Il tema dell’immigrazione nel dibattito pubblico è collegato quasi sempre al Mediterraneo, ma la rotta Balcanica rappresenta un problema complesso e reale per diversi Paesi, compresa l’Italia. Non ci sono accordi comuni, e quello che va in scena è il solito “scaricabarile” fra le parti coinvolte.

Se ne parla molto meno rispetto ai flussi migratori che attraversano il Mediterraneo, ma la rotta Balcanica riguarda da molto vicino l’Italia, criticata per i respingimenti dei migranti verso la Slovenia, che a sua volta li rimanda alla Croazia. Quello che avviene nei Balcani è di importanza fondamentale per l’Italia, nonostante politicamente e mediaticamente l’attenzione rivolta alla rotta balcanica sia bassa.

Come gestire i flussi lungo la rotta balcanica? Che cosa fa l’Europa e quale dovrebbe essere il suo ruolo? Che cosa c’è in gioco per l’Italia ai confini con i Paesi dei Balcani? Sputnik Italia ne ha parlato con Luca Susic, esperto dell’area Balcanica.

— Nel 2020 i flussi migratori sulla rotta Balcanica non sono affatto cessati, anzi. Luca Susic, come gestire questa situazione che riguarda molto da vicino l’Italia?

— La rotta balcanica purtroppo è un problema che esiste da tanto tempo, se n’è iniziato a parlare qualche anno fa. C’è sempre stata meno attenzione a questa rotta rispetto a quella del Mediterraneo per la quantità di persone che vi sono transitate. Lo scarso interesse però ha fatto sì che ci fosse minor attenzione da parte della politica. È un tema molto sentito sicuramente nelle zone di confine, meno a Roma.

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Il problema sostanziale che ci si ritrova ad affrontare è quello di controllare un territorio esteso, con confini porosi e con l’assenza di reali accordi funzionali fra le parti. Siamo abituati a pensare alla rotta Balcanica come qualcosa che fa “magicamente” comparire delle persone fra Slovenia e Italia e le fa arrivare in territorio italiano. Il problema è che queste persone non arrivano dalla Slovenia, né dalla Croazia e nemmeno dalla Bosnia. Il punto focale sarebbe tracciare una linea chiara dei percorsi seguiti e cercare di arginare il problema a monte, non a valle. Se ci limitiamo a raggiungere degli accordi con la Slovenia non otteniamo nulla.

— Perché?

— Non possiamo pensare che queste persone vengano dalla Slovenia né che questo Paese possa fare il lavoro per noi. La Slovenia non è un Paese grande ed esteso con le risorse necessarie da spendere per questo problema. Bisognerebbe coinvolgere necessariamente tutti i Paesi dell’area Balcanica a partire dalla Grecia e dalla Bulgaria. Bisogna trovare una soluzione comune per arginare i flussi in ingresso all’interno dell’Europa.

— Invece oggi c’è molta confusione. L’Italia viene criticata per i respingimenti dei migranti verso la Slovenia, che a sua volta rimanda le persone alla polizia croata. Si tratta di uno scaricabarile in realtà?

— Assolutamente sì. Il problema ulteriore è che soprattutto per quanto riguarda l’area di confine il tema dei rapporti bilaterali o trilaterali è sempre un tema estremamente politicizzato. Quando si va a discutere con la Croazia di determinate questioni si finisce, non si sa per quale motivo, a parlare di situazioni risalenti a 70 anni fa. Anche questo ostacola il raggiungimento di accordi funzionali. Fin tanto che non ci si mette ad un tavolo e non si raggiunge un’intesa chiara e valida per tutti non si può pensare di risolvere nulla.

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Qualcuno spera di poter chiudere il confine qui o in Slovenia e far finta di non vedere ciò che accade più giù. Questa è una soluzione a mio avviso miope che non ha nessuna utilità politica né pratica, per qualcuno può andare bene. Se si fanno scelte di questo tipo si lascia la gestione dell’immigrazione a Paesi come la Croazia, o peggio ancora la Bosnia, che non hanno le risorse né le capacità per farlo. Non hanno le realtà necessarie per dare un supporto a queste persone fin tanto che restano sui loro territori in attesa di essere rimpatriati o espulsi.

— In tutta questa vicenda l’Unione Europa che cosa fa e che ruolo dovrebbe avere?

— L’Unione Europea dovrebbe evitare di fare quello che fa di solito, cioè nominare un Alto Commissario, creare un centro ad hoc in uno di questi Paesi creando una burocrazia infinita e alla fine non risolvere nulla. Bisognerebbe che l’Europa trovi un interesse comune da parte degli Stati maggiormente coinvolti nella vicenda, stanzi delle risorse, perché senza è impensabile che la Slovenia o la Croazia facciano qualcosa di concreto. Inoltre bisogna proporre degli accordi per contenere questi flussi alle frontiere europee. Nel momento in cui il problema si sposta all’interno dell’Europa si è visto che è estremamente difficile riuscire a trovare un accordo fra i Paesi.

L’Italia dovrebbe spingere per questo, perché ha tutto l’interesse a far sì che si trovi un accordo europeo con lo stanziamento di ulteriori risorse. L’Italia dovrebbe ricordarsi: quello che succede nei Balcani è di fondamentale importanza per la stabilità del Paese. I Balcani sono il nostro ventre molle, come si dice sempre che il Caucaso lo è per la Russia. Dobbiamo stare estremamente attenti a ciò che succede perché poi la valvola di sfogo è sempre verso di noi o verso l’Austria.

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