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Anche il Mes può giocare un ruolo positivo

© Sputnik . Natalia SeliverstovaBandiere di Roma, Italia e Unione Europea
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Non c’è solo il Recovery Fund. Anche il Mes, il Meccanismo europeo di stabilità, ha attivato un canale speciale di credito chiamato Pandemic crisis support specificamente per investimenti nei settori sanitari.

A disposizione c’è un totale di 240 miliardi di euro. I Paesi europei vi possono accedere per un massimo pari al 2% del proprio Pil del 2019. La quota disponibile per l’Italia è di 36 miliardi, sotto forma di prestiti a un tasso di interesse molto agevolato.

Purtroppo sul Mes si è da tempo scatenato un inconcludente e debilitante scontro di carattere prettamente ideologico, basato anche sul mantenimento di vecchie posizioni preconcette. Un approccio negativo presente in molti settori della società e di alcuni partiti di governo e di opposizione.

L’incertezza, in verità, non è completamente ingiustificata. Sta nel tipo d’intervento che in passato il Mes ha fatto in rapporto alla crisi finanziaria ed economica della Grecia. In quell’occasione, per evitare la bancarotta ellenica, vennero concessi dei prestiti ad Atene mettendo il Paese sotto il controllo della cosiddetta troika, formata dalla Commissione europea, dalla Bce e dal Fmi. Allora vigeva la legge ferrea del rigore a tutti i costi. I prestiti evitarono la bancarotta totale ma furono condizionati da una politica di austerità che mise in ginocchio l’economia reale e che impose dei drastici tagli nei redditi delle famiglie. L’occupazione e i livelli di vita furono ridotti pesantemente.  

Il Mes, chiamato anche Fondo salva Stati, è un’organizzazione intergovernativa europea. Ha il compito di fornire assistenza finanziaria ai Paesi dell’area euro per far fronte a un eventuale rischio di gravi difficoltà di finanziamento. Dovrebbe servire a mantenere la stabilità finanziaria dell’intera eurozona. Gli strumenti a sua disposizione vanno dai prestiti, concessi a condizione di specifici aggiustamenti economici, fino all’acquisto di titoli pubblici sul mercato e alla ricapitalizzazione diretta, cioè l’acquisizione di titoli di Stato emessi dai governi in difficoltà. Quest’ultima possibilità, però, non è mai stata sperimentata.

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Ha una capacità massima d’intervento pari a 700 miliardi di euro, di cui 80 versati direttamente dagli Stati e il resto eventualmente raccolti sui mercati finanziari attraverso l’emissione di bond. L’Italia ne ha versati 14,3 miliardi. Le condizioni del Mes per l’erogazione sono concreti interventi in tre aree: consolidamento fiscale (tagli alla spesa pubblica e ristrutturazione del debito), riforme strutturali e del settore finanziario (vigilanza e ricapitalizzazione delle banche). Sono indubbiamente condizioni molto invasive anche nella sovranità dei singoli Paesi in difficoltà.

Per far fronte all’emergenza Covid, però, non si applicano le condizioni menzionate. L’unica condizione è di utilizzare i fondi per la sanità. La richiesta di prestiti per investimenti nei settori della sanità da parte degli Stati può essere fatta soltanto nel periodo dell’emergenza e deve essere approvata dalla Commissione insieme alla Bce. Il prestito può avere una durata di dieci anni.

Ovviamente, come tutti i prestiti esso dovrà essere restituito. La particolarità sta nell’immediata disponibilità di fondi, senza passare per il mercato, a un tasso d’interesse minimo, molto più favorevole. Per l’Italia vi sarebbe un risparmio di almeno 300 milioni di euro per interessi l’anno. L’alternativa sarebbe di emettere obbligazioni di nuovo debito pubblico, portarli sui mercati sperando di trovare degli acquirenti. Il tasso d’interesse non potrebbe che essere molto maggiore. 

Di là dalla diatriba ideologica e politica, sarebbe opportuno rispondere a due domande. L’Italia ha bisogno di fondi per modernizzare il proprio sistema sanitario? L’Italia si sente parte attiva dell’Unione europea e colloca il suo futuro all’interno di un’Europa unita? Se entrambe le risposte sono positive, allora il problema non si pone.

Certamente vi sono molti aspetti del funzionamento dell’Ue che potrebbero e dovrebbero essere migliorati. Ciò, però, si può fare al suo interno, in collaborazione con gli altri Paesi similmente interessati. Inoltre, la crisi globale provocata dalla pandemia inevitabilmente ha messo in discussione molti assiomi, soprattutto quelli neoliberisti, su cui l’Unione europea si è fino ad ora basata. A cominciare da quelli riguardanti il ruolo dello Stato e al rapporto tra l’economia reale e la finanza.

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Vi è poi il SURE (Support to mitigate Unemployment Risk in an Emergency), in inglese 'sicuro', che è lo strumento europeo di sostegno temporaneo per attenuare i rischi di disoccupazione nel periodo di emergenza Covid. Fornirà assistenza finanziaria per un totale di 100 miliardi di euro sotto forma di prestiti, concessi dall'UE agli Stati membri a condizioni favorevoli. Sono risorse disponibili esclusivamente per il mantenimento dell'occupazione e andranno a sostegno della cassa integrazione per i lavoratori dipendenti e di altri meccanismi di aiuto per i lavoratori autonomi. All’Italia dovrebbe spettare una quota rilevante, pari a 27,4 miliardi. Dette risorse finanziarie sono state rese disponibili in tempi molto brevi, e prima dell’arrivo del sostegno da parte del Recovery Fund, che dovrebbe entrare a pieno ritmo dal prossimo aprile.

Per far fronte all’emergenza è scesa in campo anche la Banca europea per gli investimenti (Bei) con uno strumento speciale per l’emergenza pandemica, il Fondo di garanzia europeo. Esso avrà a disposizione 25 miliardi di euro che saranno il capitale base su cui generare e mobilitare circa 200 miliardi di prestiti attraverso delle partnership con finanziatori locali e altri istituti nazionali. Il 65% dei finanziamenti è destinato alle Pmi e il 23% andrà alle imprese più grandi con dipendenti tra le 250 e le 3.000 unità. 

L’Europa sta rispondendo alla crisi in un modo nuovo e più adeguato. Indubbiamente molto ancora potrebbe essere fatto. Una cosa è certa: l’Ue uscirà molto cambiata quando riusciremo a sconfiggere la pandemia.

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