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Usa, Pastori (Ispi): "Ecco perché il trumpismo resterà nella politica americana"

© REUTERS / Leah Millis Fuochi al Campidoglio durante le proteste a sostegno del presidente in carica Donald Trump, USA.
Fuochi al Campidoglio durante le proteste a sostegno del presidente in carica Donald Trump, USA.  - Sputnik Italia
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Secondo Gianluca Pastori, professore all'Università Cattolica di Milano ed analista dell'Ispi, ci saranno altre proteste da parte dei supporter di Trump: "Il trumpismo esisteva già e continuerà ad esistere anche dopo di lui".

L’assedio a Capitol Hill è un evento che non ha precedenti nella storia americana, ma dimostra come ormai il “trumpismo” sia inserito a pieno titolo nella dialettica fra repubblicani e democratici e che sia destinato a restare nel panorama politico americano. Ne è convinto Gianluca Pastori, professore all’università Cattolica di Milano ed analista dell’Ispi, intervistato da Sputnik Italia.

— Si può parlare di un tentativo di golpe riguardo quello che è successo mercoledì a Washington?

— La probabilità di un golpe armato non è credibile, anche perché certi movimenti, soprattutto quelli più pericolosi, sono attenzionati dalle agenzie di sicurezza già da tempo. La visibilità che hanno assunto certi personaggi e certi movimenti è comunque indicativa delle persone che esistono nel sistema politico americano. Sono riusciti ad entrare perché nessuno si aspettava quello che è accaduto. Abbiamo assistito a qualcosa che è davvero un unicum nella storia recente americana. Chi dice che la polizia li ha lasciati fare, sta solo facendo una polemica strumentale.

— Quali saranno le conseguenze di quello che accaduto ieri?

— È difficile da prevedere visto che la ferita è ancora fresca. Personalmente vedo due possibili sviluppi. Da una parte quello a cui abbiamo assistito è la dimostrazione di come il sistema politico americano ormai sia fortemente radicalizzato e questo vale tanto da parte dell’elettorato repubblicano che da parte di quello democratico.

Dall’altra potrebbe rappresentare il segnale di un’inversione di rotta, perché quello che è successo ha dimostrato a molti come la politica di radicalizzazione perseguita negli ultimi anni possa sfuggire di mano e avere conseguenze anche pericolose per la democrazia statunitense. Ci vorrà del tempo per capire quale di queste due tendenze avrà il sopravvento: se quella ad una progressiva radicalizzazione o quella ad una distensione del sistema.

— Trump ha annunciato che la transizione presidenziale sarà ordinata, pensa che ci possano essere altri episodi di questo tipo?

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— A questa scala di visibilità no. Si tratta di un evento senza precedenti con l’occupazione del Parlamento, con spari all’interno del Parlamento, una cosa, come qualcuno ha scritto, “da Repubblica delle Banane”. Non credo che qualcosa di simile si ripeterà. Ci saranno sicuramente proteste, anche perché ieri lo stesso Trump ha comunque ribadito il fatto che le elezioni sono state viziate da brogli e che quindi in ultima analisi sono state illegittime, questa idea della sovranità popolare rubata continuerà a rimanere in parte dell’opinione pubblica americana.

— Quale sarà il futuro di Donald Trump dopo l’insurrezione di Washington?

— Trump ha espresso fin dall’inizio l’intenzione di ricandidarsi nel 2024. Sicuramente quello che è successo ieri ha impattato negativamente sulle sue possibilità di successo. L’immagine di un Trump vicino ai personaggi che ieri hanno occupato il Campidoglio non è rassicurante per l’elettore medio americano. E poi c’è da tener conto di un altro particolare.

Trump è la figura che è riuscita a dare forma e visibilità ad un malcontento che esiste negli Stati Uniti. Trump ha dato forma al “trumpismo” ma il “trumpismo” esisteva già prima di Trump e continuerà ad esistere anche dopo di lui. E questo rimane per lui un punto di forza. Rimane la voce di una fetta di Stati Uniti che non si riconosce nella tradizionale dialettica democratici-repubblicani.

— Quindi non crede che sparirà dal panorama politico?

— Gli eventi di ieri sono chiaramente sfuggiti al controllo dello stesso Trump. D’altro canto, per lui continuare a delegittimare il voto di novembre è un modo facile ed economico di garantirsi la sopravvivenza politica. Quello che ha fatto Trump dal 3 novembre in avanti è stato gettare le basi per la campagna del 2024.

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Trump non sparirà dal panorama politico americano, anzi, continuerà a rimanere un elemento, per così dire, di “disturbo”.

— E come la metterà con il partito Repubblicano, in molti hanno già preso le distanze…

— Tanti dei suoi lo stanno abbandonando in queste ore, Trump non è mai stato amato dal partito Repubblicano e questo concorre anche a spiegare perché alcuni Stati tradizionalmente repubblicani a novembre hanno votato per Biden. Una parte significativa del partito è andata contro Trump, nonostante lui in questi quattro anni abbia fatto molto per cambiare il partito.

Il nodo dei prossimi quattro anni sarà proprio questo, ovvero la ricerca da parte del partito repubblicano di una nuova identità, se questa identità sarà “trumpiana” o meno è ancora presto per dirlo. Bisogna capire come si comporterà nelle prossime settimane chi ora sta prendendo le distanze da Trump sulla scia degli eventi di ieri.

— Qualcuno ha proposto di rimuovere il presidente Trump facendo ricorso al 25esimo emendamento, che ne pensa?

— Astrattamente ha senso, politicamente è molto pericoloso. Significherebbe andare a gettare nuova benzina sul fuoco. La situazione non è tranquilla, andare a scomodare il 25esimo emendamento è un rischio. Qualcuno però potrebbe sottovalutarlo, soprattutto quei repubblicani che hanno appoggiato questa proposta e che puntano a ricostruirsi una “verginità” politica e a far dimenticare il sostegno degli ultimi quattro anni all’amministrazione Trump.

— Che America si troverà di fronte il nuovo presidente Joe Biden?

— Sarà un’America divisa fra repubblicani e democratici, fra filo-trumpiani e anti-trumpiani e divisa all’interno degli stessi partiti. Biden dovrà lavorare per tenere insieme la sua maggioranza e per trovare un dialogo con la componente moderata del partito repubblicano.

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