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2021, le sfide del Made in Italy

© Fotolia / lorenzot81 "Made in Italy" giornali
 Made in Italy giornali - Sputnik Italia
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Sta per terminare finalmente questo annus horribilis che ha travolto i sistemi sanitari ed economici in giro per il mondo, compresa l’Italia. Interi settori come la ristorazione e il turismo sono in ginocchio. Arriva un nuovo anno, quali sono le sfide maggiori per il Made in Italy?

In chiusura di questo 2020 i riflettori sono puntati sui danni economici provocati dal Covid-19, sull’accordo commerciale su Brexit fra Regno Unito ed Unione Europea, sulle prospettive che attendono l’Italia nel prossimo anno.

In un periodo di forte crisi economica dazi e sanzioni di certo non aiutano, ma le barriere economiche americane sui prodotti italiani da una parte, e le sanzioni con l’embargo russo di risposta dall’altra rimangono. Le sfide per il Made in Italy nel 2021? Sputnik Italia ne ha parlato con Luigi Scordamaglia, consigliere delegato di Filiera Italia.

— Il 2020 è stato un anno a dir poco difficile. Luigi Scordamaglia, quali sono le sfide maggiori per il Made in Italy in vista del 2021?

— Credo che la prima sfida sia quella di tornare alla normalità che vedeva la filiera agroalimentare italiana in crescita costante sia in termini di esportazioni sia in termini di produzione agroalimentare. Su questi aspetti il Made in Italy ha subito un rallentamento importante.

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Tornare alla normalità vuol dire recuperare i 30 miliardi circa di consumi alimentari che sono crollati, è il dato peggiore degli ultimi 10 anni in Italia. In gran parte ciò è legato alla perdita del settore della ristorazione. Proprio oggi come Filiera Italia e Fipe abbiamo fatto un ulteriore appello al governo affinché venissero da subito, dall’11 gennaio, riviste le regole sulla ristorazione.

L’Italia è un Paese in cui la valorizzazione piena delle eccellenze alimentari italiane avviene attraverso i ristoranti. Si tratta di ristoranti che hanno investito nella sicurezza, nella riduzione del numero dei posti. Abbiamo bisogno che i ristoranti riaprano, anche la sera, non solo a pranzo. Con l’attività dei ristoranti riprenderebbe la valorizzazione di nostri prodotti come i vini, il nostro pesce, i nostri salumi e i formaggi. La ristorazione in Italia vale 80 miliardi di consumi alimentari su 250.

La seconda sfida è quella di riprendere a crescere con l’esportazione. In questo non possiamo lamentarci: con un anno che ha visto il crollo del commercio internazionale, le esportazioni agroalimentari hanno comunque un segno positivo. L’anno prossimo la prima cosa da fare sarà rilanciare le esportazioni.

— Come?

— Comunicando, investendo le tante risorse che il governo ha messo a disposizione per la comunicazione del Made in Italy. Si è appena conclusa la gara per la più grande campagna internazionale per il Made in Italy in generale che veicolerà attraverso i social perché bisogna comprare italiano.

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È importante capire nella comunicazione che l’eccellenza dei nostri prodotti non è soltanto la massima qualità e la sicurezza, noi dobbiamo valorizzare anche la componente della sostenibilità, che è intrinseca nelle nostre eccellenze. Il 46% di popolazione italiana intervistata in un’indagine comune Coldiretti-Filiera ha dichiarato che sceglie brand che abbiano valori di sostenibilità nei loro prodotti. Questo significa sostenibilità ambientale e sociale. Qui il discorso si intreccia con le politiche comunitarie. La commissione europea ha lanciato il green deal. Bisogna adottare strategie che dimostrino come la produzione agroalimentare e l’ambiente siano alleati e non concorrenti.

Se vogliamo far crescere le nostre esportazioni dobbiamo fare di tutto per lavorare sul percorso di collaborazione con il Regno Unito. Se vogliamo dare più futuro ai nostri prodotti dobbiamo lavorare per rimuovere quanto più possibile i dazi e le barriere.

— Sul fronte dell’accordo commerciale fra l’Unione Europea e la Brexit non ci sono dazi sui prodotti italiani, ma c’è tanto lavoro da fare?

— Lo scenario più negativo è stato evitato, non ci saranno dazi, vi saranno semplificazioni negli scambi dei prodotti alimentari, ma c’è comunque un sistema che deve essere implementato. Ci saranno controlli di natura fitosanitaria sui prodotti, ci sarà una riduzione della mobilità. Il Regno Unito esce dagli accordi bilaterali con l’Unione Europea. Farà nuovi accordi, cosa vi scriverà?

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Il Regno Unito si è impegnato a giocare con regole uguali attraverso il cosiddetto level playing field, un campo di gioco uniforme. È importante che quando si sottoscriverà un accordo nuovo con gli Stati Uniti o con il Giappone lo faccia con le stesse regole. C’è il rischio che il Regno Unito faccia da porta di ingresso di prodotti che fanno dumping sul mercato comunitario.

In tema di dazi inoltre è importante ricominciare un dialogo su basi nuove con gli Stati Uniti, credo che il nuovo presidente comunque tendenzialmente proteggerà la produzione americana. Bisogna far capire l’inutilità della corsa ai dazi. Infatti, va rimessa sul piano europeo anche la questione delle inaccettabili sanzioni alla Russia.

— Un altro tema importante sono le contraffazioni del Made in Italy. Che cosa dicono i numeri, qual è la situazione?

— L’ultima stima parlava di 100 miliardi, quindi più del doppio delle nostre esportazioni agroalimentari. Si tratta sempre di stime in difetto perché non si riesce a misurare le contraffazioni realmente. Andiamo verso un aumento della tutela dalle contraffazioni a livello europeo. C’è stata una recente sentenza della Corte di Giustizia che ha stabilito che le dop non possono essere imitate neanche in forma e in aspetto, non solo nel nome. Non c’è lo stesso tipo di tutela negli accordi globali. Anche con il Regno Unito dovremo stare attenti, perché è un mercato molto portato all’italian sounding. Nonostante il Regno Unito abbia firmato accordi che ne impediscono l’imitazione, controlliamo che non vengano firmati accordi con Paesi terzi che vedono nel Regno Unito una porta per i propri prodotti che imitano il Made in Italy.

— In chiusura una battuta sull’importanza del mercato russo per il Made in Italy?

— È un mercato che rimane appetibile, ha avuto un tasso di crescita positivo anche durante questa situazione non facile. Non possiamo e non vogliamo assolutamente rassegnarci a queste sanzioni, più passa tempo e più continuano a danneggiare entrambe le parti. Sempre più aziende italiane investono in agricoltura e in tecnologia agricola in Russia, è giusto che la Russia aumenti la sua autosufficienza in commodity, ma i prodotti ad alto valore aggiunto e denominazione protetta devono poter arrivare dall’Italia.
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