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Conte rischia il posto, l’Italia i miliardi dell’Europa

© Foto : Filippo Attili / CC-BY-NC-SA 3.0 IT Il Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, partecipa alla sessione dei lavori della prima giornata. G20
 Il Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, partecipa alla sessione dei lavori della prima giornata. G20 - Sputnik Italia
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I fondi del Recovery Plan potrebbero non arrivare mai perché l’Europa non si fida più della capacità del governo giallo-rosso di utilizzarli a dovere. La minaccia formulata dal Commissario Ue Paolo Gentiloni riflette le preoccupazioni di Francia e Germania sempre più inquiete per le convulsioni e i ritardi dell’esecutivo italiano.

Ora è chiaro i 209 miliardi del Recovery Fund da cui dipende la sopravvivenza economica dell’Italia potrebbero non arrivare mai. A farlo capire ci ha pensato, martedì 29 dicembre, il Commissario europeo per l’Economia Paolo Gentiloni in un’intervista al direttore di Repubblica Maurizio Molinari. Gentiloni non drammatizza e usa toni garbati, ma la minaccia è chiara. Soprattutto quando ricorda “ che le spese da fare devono essere prevalentemente su investimenti e riforme” mentre sono inaccettabili le spese “dannose per l’ambiente” o tali da “favorire consensi effimeri”.

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Gentiloni non parla a vanvera. Le sue dichiarazioni sono la conseguenza delle discussioni intercorse nelle ultime settimane ai piani alti della Commissione Europea. Discussioni durante le quali è stata notata l’incapacità del governo giallo rosso di trovare un’intesa per redigere il programma di investimenti sull’utilizzo dei 209 miliardi promessi al nostro paese. Le perplessità europee non sono certo campate in aria. E a innescarle hanno contribuito gli ingiustificabili ritardi dell’esecutivo guidato da Giuseppe Conte.

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L’Italia e gli altri paesi destinatari del Recovery Plan erano stati invitati a presentare i programmi preliminari di spesa e investimenti già a metà ottobre. Ben pochi hanno rispettato quella data. Ai primi di dicembre però gran parte dei beneficiari, tra cui Francia e Spagna, avevano già consegnato il loro compitino. A un mese di distanza l’Italia, oltre ad aver messo nero su bianco ben poco, non ha nemmeno deciso chi dovrà elaborare il piano finale d’interventi affidato fin qui al ministero per l’Economia e le Finanze di Roberto Gualtieri e da quello per gli Affari Europei guidato da Vincenzo Amendola. Quelle prime bozze erano già bastate a far montare i sospetti dei Cinque Stelle convinti che Gualtieri e Amendola cercassero, d’intesa con il Pd e l’Europa, di estrometterli dalla preparazione del programma.

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Ma una guerra intestina montava anche all’interno del Pd dove covava il malumore per la scarsa disponibilità dei due ministri a condividere i contenuti del piano con le varie componenti del partito. E ad aumentare la confusione ci pensava il premier Giuseppe Conte deciso ad assecondare i malumori dei 5 Stelle e a sottrarre il piano ai due ministri targati Pd.

E così, a tempi già ampiamente scaduti, Palazzo Chigi avanzava la surreale proposta di affidare il tutto ad una super task force composta da 300 tecnici. Una proposta affondata in poche settimane dalla controffensiva di Matteo Renzi prontissimo a proporre al suo posto un programmino battezzato “Ciao”. Nessuno fin qui ha capito se quel nome sia veramente l’acronimo di “Cultura Innovazione Ambiente Opportunità” - come sostiene l’ex rottamatore - o più semplicemente un gioco di parole preludio - come il fatidico “stai sereno” - di un imminente defenestramento del premier. Ma il terremoto innescato da un Renzi incapace di superare, stando ai sondaggi, la soglia del 3 per cento non gioca a favore della credibilità dell’Italia.

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Francia e Germania, principali sostenitori della scelta di garantirci la parte più congrua del Next Generation sono chiaramente imbarazzati. E non solo perché l’inadempienza italiana rischia di resuscitare l’ostilità dell’Olanda e dei cosiddetti “frugali”. Quel che più preoccupa Parigi e Berlino, sostenitori “ab origine” di un governo giallo rosso considerato indispensabile per arginare l’ondata sovranista, è il futuro politico dell’Italia. L’incapacità di Conte e dei suoi ministri di disegnare un programma coerente con gli investimenti e le riforme nel campo dell’ambiente e della digitalizzazione sta facendo collassare l’esecutivo. E questo è esattamente quanto temono Parigi e Berlino preoccupati non solo da un ritorno alle urne con conseguente vittoria di Matteo Salvini e Giorgia Meloni e, ma anche dalla prospettiva di un esecutivo tecnico guidato da Mario Draghi. Sia il presidente francese, sia la Cancelliera temono, infatti, la coriacea tempra di un ex-presidente della Bce da sempre refrattario ai giochini di chi a Parigi e Berlino usa l’Europa come il retrobottega per esercitare il proprio potere. Dunque il suggerimento sussurrato dai due “padroni” a Gentiloni e da questo subito propagandato sulle pagine di Repubblica è la necessità per Conte di attenersi rigorosamente al programma suggerito da Bruxelles lasciando perdere qualsiasi fantasiosa deviazione in stile “monopattini” e “cashback” suggerita dai Cinque Stelle.

“Questa tipologia di spese non è prevista dai piani finanziati col debito comune - spiega nell’intervista Gentiloni. - Ciò significa che se i governi scriveranno piani con questi interventi, saranno rivisti dalla Commissione Ue”.

Insomma dopo aver messo nero su bianco una legge di bilancio priva di coperture e aver superato i 2580 miliardi di debito pubblico spingendo il rapporto Pil/debito oltre la soglia del 160 per cento Conte rischia di giocarsi anche i 209 miliardi del Recovery Plan. Ma così facendo, fa capire Gentiloni, affosserà non solo se stesso ma l’intero paese. Premier avvisato, mezzo affondato.

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