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Torneremo ad abbracciarci dopo il Covid?

© AP Photo / Themba HadebeAbbraccio
Abbraccio - Sputnik Italia
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Distanziamento, niente abbracci, né strette di mano. Il Covid in questo difficile anno ha tolto gesti da una parte banali perché quotidiani, ma anche fondamentali per la socialità. Immaginarci di stringere la mano o abbracciare un conoscente per strada ci sembra una scena impossibile oggi, torneremo a farlo dopo il Covid?

Un abbraccio o una semplice stretta di mano facevano parte della nostra vita quotidiana, dei gesti automatici in parte, ma che in realtà rendono piena la nostra vita. Il Covid ha tolto le festività e per molte persone la possibilità di passare i giorni natalizi con i propri cari.

Un abbraccio, il contatto fisico, il tocco, ora come non mai ci rendiamo conto dell’importanza nelle nostre vite di questi semplici gesti. Torneremo ad abbracciarci dopo quest’epidemia? Sputnik Italia ne ha parlato con il sociologo Pier Paolo Zampieri.

— Durante la pandemia sono venuti a mancare gli abbracci e le strette di mano. Pier Paolo Zampieri, qual è l’importanza di questi gesti dal punto di vista della socialità?

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— Sono gesti che si recuperano. Al posto della mano abbiamo dato il gomito, i giocatori di tennis per esempio a fine partita si battono la racchetta. La necessità di questo gesto non può essere cancellata, al limite può essere temporaneamente modulata in qualche altra maniera. Il gesto rimane, e poi questo periodo è una parentesi, non penso che venga cancellato qualcosa di così quotidiano e potente. Con il gesto della stretta di mano riconosci l’altro. Come facciamo a sviluppare socialità senza un riconoscimento reciproco?

Noi quando parliamo usiamo le leggi grammaticali, credo che i piccoli gesti quotidiani come la stretta di mano e gli abbracci appartengono alla grammatica della socialità e del vivere. Per me sono gesti incancellabili.

— Come hanno cambiato le mascherine e il distanziamento il nostro modo di socializzare e relazionarsi?

— Ho osservato la vicenda sia attraverso il mondo mediatico sia attraverso il mondo che mi circonda. Io vivo a Messina, sono al sud e vivo in una città non particolarmente colpita dal virus. Il mio punto di osservazione è questo. Nella mia città non c’è veramente paura, al di là del terrorismo mediatico. Vedo cautela e non vedo paura.

Togliendo le festività e riducendo gli abbracci la mia sensazione è che ora ci rendiamo conto di come la vita sia troppo nuda e piatta così. I gesti di cui parliamo sono l’umore della vita. Togliendo questo diventiamo degli animali funzionali: mangiamo, lavoriamo, ma siamo appiattiti. La cosa che rende meraviglioso l’uomo secondo me è proprio l’“inutile”: il teatro, la letteratura, l’incontrarsi casualmente con le persone.

— Per i bambini toccare e toccare gli altri è un modo per scoprire il mondo. Come vivono questo periodo i più piccoli, costretti a stare lontani gli uni dagli altri?

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— Io ho un bimbo di 5 anni che frequenta una scuola nel bosco. Io avevo scelto quest’associazione prima che arrivasse il Covid. Mentre le scuole e gli asili chiudono, l’attività nel bosco non ne risente. I bambini più piccoli hanno la capacità di giocare ore con un pezzo di legno, la loro capacità immaginativa è spettacolare.

Vedo più il problema per gli adolescenti e l’università. Loro stanno tutto il giorno davanti al computer, io faccio teledidattica. Per me è triste, ma si può fare anche bene come attività. Dall’altra parte dello schermo ci sono diversi problemi. Mi auguro sia una parantesi, però ho paura che le cose messe in campo nell’emergenza rimangano.

— Cioè?

— Con un terremoto la città viene rasa al suolo. Si interviene in emergenza e queste misure poi diventano strutturali. Raramente finita l’emergenza queste strutture svaniscono. Temo che i convegni e gli eventi universitari rimangano on-line. Per partecipare di solito alle conferenze si prende l’aereo, si affitta un albergo e via dicendo. È molto più conveniente farlo on-line, temo quindi che molte iniziative rimangano a distanza.

— Torneremo comunque ad abbracciarci e a stringerci la mano secondo lei?

— Penso che non abbiamo mai smesso di farlo. Siamo composti di sfere come cipolle: nella sfera più larga con lo sconosciuto magari non lo faccio, ma nella sfera più domestica continuo a farlo. Comunque sia secondo me sono gesti che non si possono proprio togliere.

Ho molta fiducia nella capacità dell’uomo di riconfigurarsi, c’è una resistenza individuale invincibile molto più forte di questo virus. Nel passato ci sono state guerre, pesti e questi gesti sono sopravvissuti. La chitarra elettrica d’altronde non ha sostituito la chitarra acustica, né il rasoio elettrico ha sostituito le lamette.

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