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“Le sanzioni degli Usa ci uccidono, passeremo un Natale all’inferno” 

© Sputnik . Ilya Pitalev / Vai alla galleria fotograficaAleppo
Aleppo - Sputnik Italia
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Parla Monsignor George Abu Khazen vescovo latino di Aleppo. “Stiamo peggio di quando cadevano le bombe. Non si trova più il gasolio per il riscaldamento, l’elettricità arriva solo qualche ora al giorno e nonostante il Covid bisogna fare ore di fila per comprare il pane. Così noi Cristiani non sopravviviamo”.
“Stavamo meglio quando vivevamo sotto le bombe perché quelle cadevano di tanto in tanto. Invece la miseria non ti abbandona mai. Sarà un Natale terribile. Noi Cristiani non ci saremmo mai aspettati che dopo la guerra arrivasse un simile inferno. Le sanzioni imposte dagli Usa sono un crimine. Colpiscono la gente comune e soprattutto noi cristiani. Se la situazione non cambierà rischiamo di non sopravvivere”.

Al telefono la voce di Monsignor Abu Khazen vescovo latino di Aleppo suona triste e sconsolata. Molto più triste di quando la sua città era assediata dai ribelli jihadisti e i cristiani rischiavano la vita.

“A quel tempo - racconta - ci dicevamo che tutto sarebbe finito. Ma ormai abbiamo perduto anche quella speranza. Certo abbiamo la speranza nella fede e quella ci sorregge ancora, ma le condizioni di vita sono terribili. I miei fedeli non ce la fanno più…"

— Cos’è cambiato?

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— E’ cambiato che con il Caesar Act, le nuove sanzioni imposteci dall’amministrazione Trump, non si trova più nulla. Le razioni del gasolio per il riscaldamento sono state appena ridotte da 200 a cento litri, la corrente elettrica non arriva per più di una o due ore giorno e nonostante ci sia il Covid la gente è costretta a fare file di due o tre ore per comprare il pane. Non ci saremmo mai aspettati un incubo come questo.

— Che Natale vi aspetta?

— Un Natale freddo, buio e triste. La messa si farà anche se con le mascherine e il distanziamento, ma ci mancherà tutto il resto. Mancherà soprattutto la gioia perché la situazione è veramente disperata. Qui ormai la gente dorme in macchina davanti alle pompe di benzina per non perdere il proprio turno e ottenere la razione a cui ha diritto. 

— Come mai le sanzioni colpiscono così duramente voi cristiani.

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— Non colpiscono solo noi Cristiani, colpiscono tutta la gente normale. Ma noi siamo una minoranza e in queste condizioni rischiamo di venir cancellati. Chi è andato all’estero non ci pensa neanche a tornare e dunque la presenza cristiana continua a essere molto ridotta. Per non parlare della situazione nelle zone di Idlib, la provincia ancora occupata dai ribelli di Al Qaeda.

— Lì cosa succede?

— Li i Cristiani vivono ormai da dieci anni in una condizione di prigionia. La provincia di Idlib è contigua al confine turco ed è stata una delle prime a venir occupata dai ribelli fin dall’estate del 2012. Oggi la parte settentrionale è una delle ultime controllate dai ribelli di Al Qaeda. Lì nella zona di Kneie intorno al fiume Oronte ci sono due parrocchie dove un tempo vivevano migliaia di cristiani. Erano i cristiani delle origini e alcuni dei loro antenati vivevano lì da quasi duemila anni dai tempi della predicazione di San Paolo. Ma oggi sono rimasti solo in 260 perché chi poteva è scappato.

— Lei ha detto che vivono in prigionia. Cosa significa?

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— Significa che per molto tempo non hanno potuto neppure uscire di casa per andare a lavorare i campi. Ora questo divieto è stato tolto. Da quanto sappiamo sono anche state restituite alcune proprietà che erano state sequestrate. Ma restano prigionieri perché ad esempio non possono neppure esporre i simboli della loro fede. Hanno dovuto togliere le campane dalle chiese e assistere all’abbattimento delle croci. Quando recitano messa neanche un canto neanche mezza preghiera deve sentirsi al di fuori dalla chiesa. Insomma il cristianesimo lì è tornato nelle catacombe.

— All’Europa e ai suoi cristiani che messaggio vorrebbe inviare.

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— La prima cosa che vorrei chiedere agli Europei è di non seguire l’America sulla strada delle sanzioni perché quelle sanzioni sono un crimine. La Siria non ha bisogno di grandi aiuti abbiamo il grano e abbiamo il petrolio, ma di fatto gli americani ce li stanno portando via. Nei campi di grano non lavora più nessuno perché nell’est del paese, dove ci sono gli americani, la pace non è mai arrivata. Come se non bastasse occupano i nostri pozzi di petrolio e lo vendono in Iraq e Turchia mentre la nostra gente muore di fame.

— Di cosa avete bisogno?

— Le chiese e molte comunità di fedeli europei ci stanno aiutando. Se non fosse per loro tanti di noi non sopravvivrebbero. Ma solo la pace e la fine delle sanzioni può garantire il ritorno di tutti i cristiani di Siria.

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