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I piani di Trump

© REUTERS / Jonathan Ernst Президент США Дональд Трамп с женой Меланией во время кампании в Джорджии
Президент США Дональд Трамп с женой Меланией во время кампании в Джорджии - Sputnik Italia
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Sta destando viva sensazione la continuazione del processo di allontanamento degli Stati Uniti dalle proprie consuetudini politico-istituzionali. Lo scorso 3 novembre hanno avuto fine le votazioni per l’elezione del Presidente che governerà l’America fino al 20 gennaio 2025 e dal 5 si è avuta la ragionevole certezza dell’esito favorevole a Biden.

Ma Trump non ha “concesso” l’elezione, ovvero non ha riconosciuto la vittoria del proprio avversario. Al contrario, forte di voci insistenti che riportavano notizie di brogli più o meno diffusi contro di sé, ha avviato una serie di iniziative legali, che si sono progressivamente infrante contro una specie di muro di gomma.

Gli avvocati che assistono il Presidente uscente si sono rivolti persino alla Corte Suprema federale, attualmente composta in maggioranza da giudici di orientamenti repubblicani, senza peraltro ottenere alcuna soddisfazione.

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È bene ricordare come i procedimenti che sono stati portati all’attenzione della massima autorità giurisdizionale statunitense non poggiassero sulla richiesta di accertamento delle irregolarità nelle operazioni, ma su una questione squisitamente procedurale, relativa alle modalità con le quali, Stato per Stato, si è deciso di ricorrere al voto per posta.

Si voleva contestare, in particolare, il diritto degli esecutivi locali di scavalcare su una materia tanto delicata le prerogative dei parlamenti statali, cui in effetti la legge conferisce in America il potere di decidere se e come integrare le votazioni “in presenza” con la raccolta del voto inviato per posta.

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Era ovviamente assai improbabile che la Corte Suprema si assumesse la responsabilità di invalidare il voto comunque espresso da milioni di persone, trasferendo da Biden a Trump la vittoria, come sarebbe in effetti accaduto se il compito di selezionare i “grandi elettori” fosse stato spostato da una sentenza alle assemblee parlamentari degli Stati i cui esecutivi fossero stati riconosciuti colpevoli di aver ignorato le disposizioni previste dalla legge.

Il Presidente uscente e i dirigenti di più alto profilo del Partito repubblicano erano certamente consapevoli delle ridotte possibilità di successo di questo tentativo da loro intrapreso. Perché, allora, sono andati egualmente avanti su questa strada?

Le ragioni sono certamente molteplici. Alcune hanno a che fare con la psicologia di Trump; altre, sicuramente più importanti, con esigenze ed interessi politici molto rilevanti.

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Veniamo alle prime. Trump ha perso l’elezione che doveva riconfermarlo. Ma non intende assumere i panni del vinto. La campagna sulle irregolarità, condotta anche con i ricorsi, gli serve per accreditarsi, a partire dal prossimo 20 gennaio, come un Presidente-ombra, ovvero il capo virtuale dell’opposizione.

In pratica, Trump sta quasi certamente pensando di porsi sulla scia di Obama, che gli si è contrapposto implacabilmente nei trascorsi quattro anni, concorrendo in modo determinante anche alla scelta del team democratico che ha battuto il Presidente uscente. Avendo però dalla sua anche la possibilità di ricandidarsi e “rigiocare” la partita.

Certo, il traguardo del 2024 è lontanissimo, specie considerando i tempi che stiamo attraversando, nei quali l’evoluzione delle condizioni politiche interne ed esterne agli Stati Uniti è sempre più veloce.

Però, esiste. Ed è un punto di partenza decisivo dal punto di vista della pianificazione politica: la riconquista della Casa Bianca non potrà infatti in nessun caso essere lasciata all’improvvisazione.

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Esigerà invece una mobilitazione costante, che è in fondo già cominciata, visto che Trump ha ripreso ad esporsi in pubblico e il suo “popolo” scende in piazza per lui. Il Presidente dovrà inoltre mantenere la presa sul proprio partito mentre prepara la riscossa.

Quanto Trump ha fatto nel mese appena trascorso serve del resto anche ai suoi sodali repubblicani, inclusi quelli che non lo amano. E qui si entra nel terreno in cui la forza della logica politica basata sugli interessi appare più evidente.

Sollevare dubbi sulla regolarità del voto per posta serve infatti ai repubblicani per impedire che l’eccezione determinata dal Covid-19 diventi la norma. Perché ove diventasse la nuova consuetudine, si ridurrebbe significativamente ogni speranza del Grand Old Party di mantenere la propria competitività nelle campagne presidenziali e anche in molte situazioni locali.

La conquista e la difesa ai seggi dei voti espressi per posta sono il compito dei grandi apparati di partito: una dimensione nella quale i democratici sono nettamente superiori ai repubblicani.

Quanto pesi questo fattore, si sta apprezzando pienamente in Georgia, Stato in cui il 5 gennaio si voterà per assegnare due seggi senatoriali e nel quale i candidati democratici si sarebbero già aggiudicata una parte significativa del cosiddetto “voto anticipato”.

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Nella battaglia che investe il voto per posta, a sostegno di Trump, sono scesi in campo molti big repubblicani. Gente ad esempio come Ted Cruz, dichiaratosi pronto a difendere in Corte Suprema la causa (respinta) intentata contro la stessa Georgia, il Michigan, la Pennsylvania ed il Wisconsin, o l’influentissimo Lindsay Graham, che non ha esitato a definire la battaglia in corso come determinante ai fini delle sorti future del partito repubblicano.

Non siamo quindi semplicemente di fronte all’ostinazione di un uomo solo, che non si rassegna alla sconfitta, anche se la caparbietà di Trump in questa vicenda conta molto, perché catalizza le energie di un raggruppamento che già prima della sua entrata in campo sembrava non averne più molte.

Stiamo invece presumibilmente osservando i prodromi di una campagna elettorale che potrebbe durare per altri quattro anni, dopo i quattro appena trascorsi.

In questa prospettiva va probabilmente inserita anche l’accelerazione in atto sulla scena internazionale, con Trump intento a chiudere il cerchio degli “accordi di Abramo” con i quali stava cercando di pacificare l’intero Medio Oriente.

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L’ideale, per il Presidente uscente, sarebbe quello di abbandonare la Casa Bianca con un ulteriore successo, in modo tale da poter stigmatizzare più efficacemente qualsiasi iniziativa Biden assumesse per comprometterlo.

Va valutato in questa prospettiva un fattore ulteriore. Trump ha probabilmente compreso l’ampiezza dello schieramento che gli si è contrapposto. Difficilmente ripeterà lo stesso errore di assistere passivamente al suo consolidamento. Se vorrà riprendersi la Casa Bianca, non potrà questa volta accontentarsi di comizi e dei tweet, che pure continueranno ad essere importanti.

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Dovrà invece cercare di aprire delle crepe nel blocco a lui ostile e potrà riuscirci soltanto se convincerà almeno una parte del cosiddetto “stato profondo” che lui, molto meglio di Biden e Kamala Harris, interpreta davvero gli interessi nazionali degli Stati Uniti a lungo termine.

Un possibile terreno di spaccatura è la Cina: parte degli stakeholders che hanno appoggiato anche finanziariamente i democratici quest’anno non vuole infatti la prosecuzione della contrapposizione con Pechino e rigetta la prospettiva di un decoupling tra l’economia statunitense e quella della Repubblica Popolare. Mentre il Pentagono teme la crescita delle capacità cinesi e ne auspica il contenimento.

Se davvero tra qualche mese Biden dovesse archiviare l’era delle “guerre commerciali” potrebbero emergere tensioni. E quello sarà il momento migliore per Trump, quello in cui tentare di far proseliti nella potente comunità della sicurezza americana, che lo ha avversato durante tutto il proprio mandato.

Non è impossibile. In fondo, forse non per caso, l’oscura vicenda di Hunter Biden è improvvisamente riemersa. Un avvertimento?

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