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Regeni, per i pm la prof "ostacolò le indagini". Nella mail scrisse: "L'ho mandato a morire"

© Foto : Comune di TorinoStriscione "Verità per Giulio Regeni" esposto dal 4 aprile 2016 sulla facciata di Palazzo Civico (municipio di Torino)
Striscione Verità per Giulio Regeni esposto dal 4 aprile 2016 sulla facciata di Palazzo Civico (municipio di Torino) - Sputnik Italia
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Nell'atto finale dell'inchiesta sulla morte di Giulio Regeni emerge il comportamento ambiguo della professoressa di Cambridge, Maha Mahfouz Abdelrahman, che seguiva il lavoro in Egitto dello studente friulano. E spunta una mail che scrisse ad una collega quattro giorni dopo il ritrovamento del corpo: "L'ho mandato verso la morte".

“Ho mandato un giovane ricercatore verso la sua morte”. E ancora: “Indicare alle persone come fare ricerca è qualcosa che, penso, sento di non dover più fare”. È questo il contenuto di una mail inviata ad una collega da Maha Mahfouz Abdelrahman, la professoressa dell’Università di Cambridge che seguiva il lavoro di ricercatore di Giulio Regeni in Egitto, il 7 febbraio del 2016. Quattro giorni prima il corpo senza vita dello studente friulano, scomparso il 25 gennaio dello stesso anno al Cairo, era stato ritrovato alla periferia della capitale egiziana, lungo l’autostrada che porta ad Alessandria.

Parole che, secondo i pm che nei giorni scorsi hanno chiuso le indagini sulla morte dello studente italiano, rivelerebbero, oltre al “rimorso per la sorte” di Giulio, “la leggerezza che aveva caratterizzato la sua gestione del dottorando Regeni, soprattutto nella fase di invio sul campo”.

Striscione Verità per Giulio Regeni esposto dal 4 aprile 2016 sulla facciata di Palazzo Civico (municipio di Torino) - Sputnik Italia
Regeni, giustizia non sarà fatta

Nell’atto finale dell’inchiesta, citato dal Corriere della Sera, i pm mettono l’accento sul comportamento ambiguo della docente. A partire dalla sua “assenza di volontà di contribuire alle indagini relative al sequestro, la tortura e l’omicidio di un suo studente”. Un comportamento di cui “non è stato possibile, sino ad oggi – scrivono i magistrati – accertare le ragioni”.

Ad essere iscritti nel registro degli indagati, nel 2018, come ricorda l’Adnkronos, erano stati cinque ufficiali della National Security egiziana. Quattro di loro ora rischiano il processo con l’accusa, a vario titolo, di “sequestro di persona pluriaggravato, concorso in omicidio aggravato e concorso in lesioni personali aggravate”. Per Mahmoud Najem, il quinto 007 finito al centro delle indagini, è stata invece chiesta l’archiviazione per la mancanza di “elementi sufficienti” a “sostenere l’accusa”.

L’atto finale, però, evidenzia anche il ruolo cruciale di Abdelrahman. Fu lei, per i pm, a suggerire a Giulio l’argomento delle ricerche sul campo, in Egitto, e non il ricercatore, come lei stessa ha sostenuto in passato. Ma, particolare ancora più importante, sarebbe stata sempre la professoressa a spingere Regeni a considerare l'opportunità che la fondazione britannica Antipode finanziasse il suo lavoro con 10mila sterline.

È stato proprio quel passo, secondo i magistrati, a mettere in pericolo Giulio. Antipode, infatti, era considerata dagli 007 di al-Sisi un’entità che “spingeva per l’avvio di una rivoluzione in Egitto”. Giulio, secondo il Corriere che cita la relazione dei pm, parlò della possibilità di accedere a quel finanziamento con Mohamed Abdallah, capo del sindacato autonomo degli ambulanti del Cairo.

Sarà lui a segnalare il fatto all’intelligence egiziana che gli chiederà di approfondire la questione. Abdallah chiederà a Regeni quanto avrebbe intascato dall’operazione. “Sono rimasto scioccato e gli ho risposto che ne sarebbe rimasto fuori per il fatto che è un sindacalista che lavora per i venditori ambulanti”, annoterà Regeni sul suo computer.

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Nel frattempo, però, gli 007 chiederanno al leader degli ambulanti di chiedere a Giulio un nuovo appuntamento e di registrare tutto. L’incontro viene fissato per la sera del 7 gennaio alle 21 e durerà fino alle 22.30. Alla fine della chiacchierata Abdallah si metterà in contatto con i servizi di sicurezza, chiedendo aiuto per smontare la telecamera nascosta.

L’audio dell’incontro, nel quale Abdallah tenterà senza successo di “incastrare” Regeni chiedendogli parte del denaro del finanziamento per curare la moglie malata di cancro, è stata acquisita come prova dai pm. Una prova che dimostra la totale estraneità di Giulio “a qualsivoglia tentativo di sovvertire l’ordine costituito egiziano”.

L’italiano fu comunque prelevato la sera del 25 gennaio 2016 dalla metropolitana del Cairo e condotto al commissariato di Dokki e a Lazougly, dove verrà imprigionato “per nove giorni”, prima che il suo corpo straziato dalle violenze verrà ritrovato lungo una superstrada poco fuori il Cairo.

Sullo sfondo della vicenda ci sono le bugie e le contraddizioni della professoressa Abdelrahman. Lo stesso giorno dell’incontro registrato con Abdallah, Regeni incontrò anche lei al Cairo. Una circostanza che però fu negata dalla docente, che escluse di aver incontrato Giulio nei cinque mesi precedenti alla sua morte.

Affermazione, questa, smentita dai pm che possono provare “molti contatti, alcuni particolarmente significativi” tra la professoressa e il ricercatore.

Anche la tutor di Regeni al Cairo, inoltre, fu imposta dalla docente di Cambridge, nonostante le “perplessità” del suo studente.

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