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Basta bombe, produciamo formaggio: il progetto delle associazioni per una Sardegna "terra del cibo"

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Diverse associazioni impegnate da anni per il rispetto dei diritti umani e la giustizia ambientale, hanno depositato al ministero dello Sviluppo economico (Mise) una proposta di progetto per convertire la fabbrica RWM Italia di Domusnova in una industria agroalimentare, ottenendo l’impegno a un incontro con la sottosegretaria Alessandra Todde.

Obiettivo del progetto, messo a punto da Sardegna Pulita, Donne Ambiente Sardegna, Don Angelo Pittau e Wilpf-Italia (Women’s International League for Peace and Freedom), è trasformare l'impianto della tedesca Rheinmetall in un caseificio, un’industria agroalimentare capace di innescare “un nuovo modello di sviluppo” in una regione "dove sei vuoi lavorare devi fare bombe, devi fare centrali a carbone, devi fare rigassificatori, poligoni di tiro".

Ma soprattutto, ha rimarcato a Sputnik Italia Angelo Cremone, di Sardegna Pulita, il progetto vuole che la Sardegna non sia più complice della morte dei civili nella guerra nello Yemen, fabbricando le bombe sganciate dall’Arabia saudita, tanto che nella loro proposta le associazioni hanno chiesto al ministero degli Esteri di finanziare nel paese in guerra dal 2015 "un analogo impianto a titolo di seppur parziale ristoro per le tante vittime che anche le bombe sarde hanno mietuto". 

“La nostra, prima di essere una proposta in favore dello sviluppo di un fondamentale comparto della Sardegna, è una proposta politica perché, non osando sperare che la riconversione venga attuata dalla stessa Rwm, per la sua concreta attuazione ha bisogno che il governo, forte della legge 185/90, obblighi Rwm a cessare la produzione di bombe e a lasciare il sito libero di ospitare la nuova attività di impresa”, si sottolinea nel testo depositato al Mise.

In scadenza il divieto di esportare bombe all'Arabia Saudita

Cremone ha ricordato la mobilitazione attuata negli scorsi anni che ha portato il parlamento italiano, nel luglio del 2019, a imporre un embargo di 18 mesi sull’export delle bombe ad Arabia Saudita, alla guida della coalizione araba che ha lanciato il conflitto in Yemen. Un embargo in scadenza a gennaio,  ha rimarcato Cremone, per cui il governo sarà chiamato a decidere se rinnovarlo o meno, “mentre la Germania ha già deciso di prorogarlo a tutto il 2021”. 

“Perché in Germania la Rheinmetall può produrre lavatrici, elettronica e carri armati, che però non può vendere ai paesi in guerra, e invece in Italia si dovrebbe continuare a fabbricare e vendere armi?”. 

La questione sarà sollevata in occasione dell'incontro al Mise, durante la presentazione del progetto, per comprendere l'orientamento del governo, e "se sarà necessario ci sposteremo alla Farnesina per chiedere di prorogare l’embargo", ha sottolineato Cremone.

Puntare sull'agroalimentare grazie al Recovery Fund

Ma le associazioni non sono solo “contro” e nel documento hanno illustrato la loro proposta di riconversione dell’impianto italiano, auspicando che possa essere finanziata con i fondi europei del Recovery Fund, in modo da spezzare “il ricatto occupazionale, per cui in Sardegna se vuoi lavorare sei obbligato a fare bombe”.

“La Sardegna, la terra del sole, una terra vasta con pochi abitanti, potrebbe essere la terra del buon cibo e invece importa l’80-85% di quello che mangia. E’ una terra che ha il mare, che ha tanta terra, si può investire nell’agroalimentare”, ha rimarcato Cremone.

Latte pagato nulla per arricchire il pecorino romano

In Sardegna si allevano circa 3,5 milioni di ovini e circa 500.000 caprini, ma la maggior parte del latto viene trasformato in una sola tipologia di formaggio, il pecorino romano, destinato quasi esclusivamente all’esportazione. E i pastori sardi che a inizio 2019 versarono il latte in strada  “perché pagato nulla, 60 centesimi, per arricchire il pecorino romano, stanno ancora aspettando l’aumento a un euro promesso dall’allora ministro dell’Interno Matteo Salvini”, ha sottolineato l’ambientalista.

“Noi diciamo: c’è la possibilità che quell’azienda possa essere convertita in un centro caseario regionale. Si può prendere il latte dei pastori, pagarlo decentemente e produrre una quindicina di specialità diverse di formaggi, latticini, in modo biologico, costruendo con la terra cruda l’impianto. Parliamo di un investimento da 6-7 milioni di euro per 85 posti di lavoro che sono quelli attualmente della Rwm. E si potrebbe creare maggiore occupazione con l’indotto. Noi diciamo: cominciamo. Proviamo a cambiare modello di sviluppo. Basta centrali a carbone, rigassificatori, fabbriche di armi, poligoni di tiro. Puntiamo su agroalimentare, pesca, turismo, artigianato”.
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