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Cursano (Fipe-Confcommercio): "Se non si riapre a Natale si stacca la spina alla ristorazione"

CC0 / Unsplash / Ristorante all'aperto
Ristorante all'aperto  - Sputnik Italia
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Il vicepresidente della Federazione di settore lancia l'appello al governo sugli spostamenti: "Ci si assume una grande responsabilità politica".

Il governo Conte ha aperto uno spiraglio sull’opportunità di allargare le possibilità di spostamento tra i comuni nelle giornate più importanti del periodo natalizio, il 25, 26 dicembre e l’1 gennaio. Un’ipotesi che è stata accolta con favore da FIPE Confcommercio e FIEPeT Confesercenti, le due organizzazioni nazionali maggiormente rappresentative delle imprese del settore della somministrazione, ristoranti, bar e locali.

Secondo il vicepresidente di Fipe Confcommercio, Aldo Cursano, che è stato intervistato da Sputnik Italia se si decide di non allentare i cordoni “ci si assume una grande responsabilità politica”, perché se al settore della ristorazione “non viene dato un po’ di ossigeno si muore, è come staccare la spina”.

Ristoranti, pub, bar e le altre imprese della somministrazione sono in gravissima difficoltà; dopo i lunghi periodi di lockdown il comparto rischia seriamente di non sopravvivere, così come confermato dalle stime secondo le quali nell’anno andranno in fumo oltre 33 miliardi di euro di fatturato, con 60.000 imprese destinate a chiudere e 350.000 posti di lavoro a rischio.

Le due Federazioni hanno rivolto un appello al governo per allentare le restrizioni e ampliare le possibilità di spostamento tra comuni, almeno nel raggio provinciale, e per chiedere la riapertura serale delle attività di somministrazione almeno fino alle 22:00.

- Vicepresidente Cursano perché è così importante che gli italiani possano spostarsi per Natale, Santo Stefano e Capodanno?

Aldo Cursano, vicepresidente Fipe Confcommercio
Cursano (Fipe-Confcommercio): Se non si riapre a Natale si stacca la spina alla ristorazione - Sputnik Italia
Aldo Cursano, vicepresidente Fipe Confcommercio

- Oggi è a rischio la vera tenuta di un modello produttivo e distributivo che identifica il nostro Paese. L’Italia è fondata sul “fuori casa”, i ristoranti sono nell’immaginario degli italiani “la casa fuori casa”.

Se dopo nove mesi di “terapia intensiva”, ai locali di ristorazione non è consentito svolgere questa funzione, se non ci viene dato un po’ di ossigeno, si muore, è come staccare la spina. È una grande responsabilità politica che ci si assume, perché la nostra Italia è fatta di grandi città ma ci sono piccoli e piccolissimi comuni che non possono vivere soltanto del mercato dei consumatori residenti.

Il fatto di potersi spostare è un elemento fondamentale per fruire delle aziende di ristorazione.

- Secondo lei quanto è importante rafforzare questo legame tra clienti e locali di somministrazione in questo momento di crisi?

-E’ un momento di grande responsabilità sociale. Le feste natalizie esprimono i valori e la cultura di una comunità.

La condivisione, la convivialità, la relazione umana, anche se sperimentate attraverso le dovute precauzioni, sono elementi fondanti della nostra identità e nel momento in cui non la si può vivere con le consuete tradizioni e i momenti di comunità per lo meno dobbiamo mantenere attraverso la tavola questa funzione identitaria.

I ristoranti hanno una funzione sociale, quella di unire attorno a una storia la famiglia. Se precludiamo questa componente umana nei momenti simbolo, forse abbiamo perso anche il senso di comunità. Per questo lanciamo un appello forte per dare un segnale di una piccola luce in un buio assoluto. Serve la condivisione delle repsonsabilità.

- Per alcuni locali aprire e lavorare nei giorni clou potrebbe essere così importante?

- Sì, in alcuni casi con l’apertura di Natale e dei festivi di dicembre puoi salvare tutta la stagione invernale, puoi salvare la tenuta di un’impresa, del Sistema Paese. Il nostro modello è centrato su piccole e piccolissime imprese, che sono fragilissime ma nello stesso tempo sono uno straordinario patrimonio di relazioni umane, di passione, di orgoglio e di appartenenza, che rischiamo di perdere. In questo mondo si vive o si muore di lavoro e noi vogliamo solo essere messi nelle condizioni di poter vivere, senza chiedere elemosina a nessuno.

- Ci sono tanti ristoranti e bar che hanno investito in sicurezza per poter riaprire e ora vedono azzoppate le possibilità di accogliere i clienti in giornate potenzialmente molto produttive. Che ne pensa?

-Abbiamo investito in sicurezza, in trasparenza e in legalità e ora ci viene impedito di lavorare. Siamo amareggiati, delusi, perché non possiamo assistere da testimoni mentre le nostre aziende sono destinate al fallimento, per una causa non a noi imputabile, perché se la mia azienda fallisce oggi, questa situazione non è legata alla mia capacità di operare.

- In che senso? Può spiegarci meglio cosa intende?

- Il 2020 non può non essere considerato un anno bianco. Il rosso profondo che tutti avremo a fine anno non può essere imputato alla nostra capacità di gestire le aziende. Se non viene configurato come anno “Covid”, saremo destinati tutti a fallire. Per l’elemento bancario bisognerà, per esempio, continuare a prendere come riferimento il 2019 quando eravamo vivi e non il 2020. Se non si adotta questo concetto reputazionale, tutto il nostro sistema di pmi alzerà bandiera bianca.

- Qual è il vostro suggerimento in merito?

- Bisogna condividere la responsabilità senza lasciare nessuno indietro. Ma nello stesso tempo va aiutato chi vuole uscire dal sistema. Quando il mercato si riprenderà i modelli di consumo saranno comunque cambiati, non ci sarà pane per tutti. Per questo bisognerà sostenere anche chi deve uscire dal mercato senza fallire, perché non chiude per causa sua. Salviamo la dignità di questi imprenditori affinché tra due tre anni possano ricominciare senza essere stati protestati, altrimenti non avranno altre occasioni.

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