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Taranto, si compatta il fronte del no all'accordo su Ilva: manca la svolta green

© Foto : Pierpaolo LeonardiPicchetto allo stabilimento ex Ilva di Taranto
Picchetto allo stabilimento ex Ilva di Taranto - Sputnik Italia
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In attesa della firma dell'accordo tra governo e ArcelorMittal, rinviata all'11 dicembre, a Taranto c'è fermento. Gli ambientalisti bocciano l'accordo e chiedono la chiusura dell'impianto e investimenti per interventi di bonifica.

Una porzione di quella società civile con sensibilità ambientalista, composta da associazioni ambientaliste, comitati cittadini per la salute e l'ambiente, a cui si è aggiunto anche il primo cittadino, mette boccia  l'accordo che consentirà l'ingresso dello Stato nella NewCo.

Accordo in cui manca, secondo il sindaco Rinaldo Melucci e le associazioni ambientaliste, proprio il tanto agognato piano di riconversione ecologica da finanziare con il Recovery Plan, come aveva trionfalmente annunciato questo settembre il ministro dell'Economia Gualtieri, definendo l'Ilva il volano della svolta green della decarbonizzazione italiana.

L'associazione ambientalista Giustizia per Taranto ritiene che l'accordo sia una condanna per Taranto. Sputnik Italia ha intervistato Luca Contrario, esponente dell'associazione, per un approfondimento.

Il governo ha annunciato che Ilva sarà il modello transizione energetica finanziato dal recovery fund, ma molti a Taranto ritengono che la svolta green sia una presa in giro. Per quale ragione?

— Il Recovery Fund avrebbe dovuto finanziare la transizione energetica dello stabilimento, il passaggio da energia fossile a energia pulita. Nell'accordo che dovrà essere firmato l'11 dicembre non c'è traccia della transizione, Ilva resterà un'acciaieria che produce soprattutto a carbone. Ovvero un'azienda del '900, che ormai produce solo perdite e non posti di lavoro.

Le acciaierie moderne sono di piccole dimensioni, producono con forni elettrici, distanti dai centri abitati e hanno una produzione molto più snella rispetto alle fluttuazioni di mercato. Quello dell'Ilva, invece, è un impianto elefantiaco per dimensioni, un'azienda obsoleta e vecchia, su cui non sono state fatte le necessarie manutenzioni ordinarie per decenni, con i parchi minerari a poche decine di metri dai balconi delle case di contrada Tamburi.

Secondo noi è impossibile pensare di rendere l'Ilva compatibile con la vita umana e oggi investire su quella azienda non è neanche economicamente vantaggioso.

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— In un comunicato avete avvisato sul rischio bolla per un piano di produzione da 8 milioni di tonnellate di acciaio all'anno. In cosa consiste?

— Il mercato dell'acciaio è in flessione, con la domanda inferiore rispetto all'offerta. Una crisi aggravata dal Сovid e dal crollo del mercato dell'auto. In questa situazione  lo stabilimento produce circa 3.5 milioni di tonnellate l'anno, il piano viene portato a 8 milioni produrrà più di quanto il mercato riuscirà ad assorbire.

Adesso Ilva è perde 100 milioni al mese per via delle politiche predatorie di Mittal, che tiene per sé gli utili e scarica le perdite sullo stabilimento di Taranto. Se lo Stato entrerà nella gestione finanziando l'impianto con soldi pubblici, come ipotizza l'accordo che dovrà essere firmato l'11 o il 12 dicembre, le perdite resteranno a carico dei contribuenti italiani, mentre gli utili saranno spalmati su altri impianti dell'azienda.

— Se l'azienda è così obsoleta e in perdita, non sarebbe più conveniente per lo Stato investire nella riconversione ecologica o in uno stabilimento nuovo e funzionante, in linea con i piani Ue?

— Perché ci sono circa 2 miliardi di esposizione debitoria della fabbrica Ilva nei confronti di banche come Banca Intesa, Unicredit e Banco Popolare. Lo Stato si è fatto garante dei debiti con le banche, quindi l'impianto siderurgico dovesse saltare diventerebbe il debitore diretto.

Inoltre le banche sono considerate creditori privilegiati, più dei lavoratori, più delle piccole aziende dell'indotto, più dello stato stesso dal punto di vista fiscale. E' questa la regione per cui lo stabilimento non più chiudere, anche se non conviene tenerlo aperto e nonostante l'accordo sia un'operazione fallimentare dal punto di vista della politica industriale, delle politiche ecologiche, di ammodernamento, ambientale e sanitario.

— Chiudere lo stabilimento di Taranto non sarebbe un colpo per l'acciaio italiano?

— L'acciaio italiano non è l'Ilva. Solo una piccola porzione dell'accia produzione italiana è prodotta nello stabilimento di Taranto. Ilva ha una produzione di circa 3,5/4 milioni di tonnellate annue, mentre la produzione totale italiana è di circa 25 milioni. Noi non siamo contro la produzione dell'acciaio, ma per la produzione a norma, e la fabbrica di Taranto non lo è.

Ha fatto notizia questa settimana la morte di un bambino per neoplasia. C'è un aumento di tumori infantili dovuto alle emissioni di Ilva?

Ci sono diversi studi, come quello Sentieri, in cui è dimostrata la correlazione fra tumori e malformazioni alla nascita, soprattutto nelle aree a ridosso dello stabilimento. L'indice di mortalità di alcune neoplasie, anche infantili è oggettivamente superiore rispetto al resto della Puglia, del Meridione e dell'Italia.

Qual è la vostra richiesta?

— Noi come associazione Giustizia per Taranto chiediamo la chiusura dello stabilimento in toto, con un piano di riconversione simile a quello adottato nei bacini della Ruhr in Germania.

A tal proposito abbiamo prodotto un documentario Exit, che illustra la riconversione portata avanti in Germania. Quello è il nostro modello: bonifica e riconversione.

Ma poiché questa è una fase delicata, in cui stanno convergendo diverse sensibilità su questa questione, siamo disposti a mediare purché l'area a caldo, che rappresenta il 90% degli elementi inquinanti venga chiusa.

In questo momento c'è un certo fermento a Taranto su questo tema, ci saranno delle iniziative?

— Naturalmente siamo frenati dall'emergenza Covid, ma l'intenzione è quella di organizzare almeno un sit in simbolico davanti alla prefettura o ai cancelli dell'Ilva, per convocare la città in tutte le sue parti e coinvolgere la provincia.

Noi vorremmo che si provasse a fare fronte comune, anche tra chi ha differenze sull'idea del futuro dell'Ilva, per fare argine a questo accordo, che sarebbe una condanna quasi definitiva per Taranto e il suo territorio.

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