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I figli sono il futuro? Per gli italiani non più

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Il 2020 registra un ennesimo crollo delle nascite, la crisi demografica in atto in Italia da molti anni si aggrava con gli effetti economici della pandemia. Non si fanno più figli, probabilmente però non è solo un problema economico, ma anche culturale e di egoismo generazionale. Per gli italiani i figli non rappresentano più il futuro.

Nel 2020 secondo l’Istat il numero dei bimbi nati potrebbe scendere per la prima volta sotto quota 400 mila. Indubbiamente la crisi economica e la carenza di una rete di sostegno per le famiglie non stimolano le coppie a generare figli, ma il calo demografico in Italia è un fenomeno in atto da decenni e le cause del problema potrebbero essere più profonde.

Una volta si diceva: “i giovani sono il futuro”. Evidentemente qualcosa con il tempo è cambiato, perché sui figli e sui giovani non si investe, e a mancare è proprio la stessa percezione di futuro. “Noi siamo di fronte ad un egoismo generazionale. Generare figli quindi non è più una scommessa sul futuro, ma è semplicemente avere qualcuno su cui riversare un affetto” sottolinea in un’intervista a Sputnik Mario Pollo, sociologo, antropologo dell’educazione.

— Nel 2020 si è registrato un nuovo crollo delle nascite. I bambini in futuro non avranno più fratellini, cugini, zii. Come la pandemia e quindi la crisi demografica cambierà la famiglia italiana del futuro?

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— La pandemia ha inciso sul crollo delle nascite, ma questa aggrava una situazione che già era in essere da alcuni decenni in Italia, Paese agli ultimi posti per indice di fertilità delle donne. La pandemia è stata un’accelerazione di questo processo. Già adesso molti ragazzi non hanno fratelli o sorelle, questo avviene già da diversi anni.

— L’Italia in questo modo è il secondo Paese più vecchio al mondo. Il Paese quindi non ha più un futuro?

— Più di vent’anni fa scrivevo che in Italia è in atto una sorta di suicidio culturale, il suicidio di una cultura sociale che stava invecchiando e morendo. Le culture muoiono quando muoiono le persone che abitano questa cultura. Era come se la nostra cultura non avesse trovato più elementi vitali per rigenerarsi. Questo era dovuto a diversi fenomeni.

— Quali?

— Innanzitutto la crisi del futuro. Si è affermata in questi decenni una centratura sul presente, il futuro era qualcosa di vivo per le generazioni del dopoguerra e del boom economico, la speranza e la proiezione per il futuro era molto forte. Oggi le persone tendono a vivere prigioniere del giorno per giorno, il presente diventa l’unico elemento significativo.

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L’unico modo che l’essere umano ha per proiettarsi verso il futuro è generando. Affidare ai figli il futuro e la realizzazione di ciò che una generazione non è stata in grado di fare è una concezione scomparsa. I figli sono visti come dei contemporanei di età diversa, non sono visti come il nostro futuro. Perciò i figli non vengono aiutati nel raggiungere la loro autonomia e nel loro diventare adulti. Basta vedere come in Italia la disoccupazione giovanile sia tre volte la disoccupazione generale.

Non si investe sui giovani. Io adulto preferisco tenermi strette le cose e non passarle alle nuove generazioni. Le nuove generazioni invece nel tessuto produttivo introdurrebbero elementi creativi, innovativi e vitali. Noi siamo di fronte ad un egoismo generazionale. Generare figli quindi non è più una scommessa sul futuro, ma è semplicemente avere qualcuno su cui riversare un affetto.

— Oggi non si fanno più figli quindi non solo per motivi economici ma anche culturali secondo lei?

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— Io sono nato quando ancora c’era la seconda guerra mondiale e ho vissuto la mia infanzia nel dopoguerra, un periodo non florido, però mi ricordo che le persone generavano figli pur avendo condizioni di vita non ottimali. I miei genitori mi dicevano che quando si erano sposati avevano “messo insieme la fame con la sete”. Il fatto economico non giustifica la scelta di non fare figli, questo è un alibi. Il motivo reale è che non c’è la percezione del futuro e vi è poca disponibilità a sacrificarsi per i giovani.

— Oggi però rispetto all’epoca di cui parla anche le donne lavorano e quindi gestire uno o più figli è molto difficile senza aiuti. Inoltre prima a casa vivevano la nonna, la zia, c’era una rete di supporto. Non crede?

— Questo indubbiamente è un aspetto vero, anche se adesso molti nonni sono impegnati nel sostegno della coppia con figli. Quello che manca sono le strutture pubbliche. Rispetto ai nostri vicini francesi abbiamo molti meno servizi e possibilità di appoggio. C’è una carenza strutturale del Paese, questa incide, ma secondo me non è la causa principale.

— Le famiglie con i figli pagano tante tasse, sono trattate come le famiglie senza figli e non hanno agevolazioni. Quanto sarebbero importanti degli interventi di sostegno da parte dello Stato alle coppie con figli?

— Sarebbe importantissimo, ma che si investisse anche sulle nuove generazioni. Negli anni ’90 con delle ricerche sui bilanci delle regioni italiane avevamo visto che a livello sociale si investiva molto di più sugli anziani di quanto si investisse sui giovani.

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L’Italia da molto tempo non investe sui giovani. In questi giorni il fatto stesso che vengono tenute aperte varie attività, ma le scuole vengono chiuse, mentre in altri Paesi non è così, è anche questo un indizio che non si da importanza all’investimento sulle nuove generazioni. Quindi non si investe su chi genera le nuove generazioni.

Se vogliamo invertire questa cosa occorrono due azioni. Una a livello dei servizi che siano in grado di dare un aiuto concreto alla maternità e alla paternità per smettere di penalizzare le donne che decidono di avere dei figli. In secondo luogo ci vuole un cambio di mentalità culturale: bisogna rimettere al centro il discorso sul futuro e rimettere al centro le nuove generazioni. Serve un cambiamento culturale e politico molto profondo.

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