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Repressi e dimenticati: nessuno alza la voce contro la Cina per uiguri, tibetani e mongoli

© Sputnik / Vai alla galleria fotograficaCavalieri mongoli in Cina
Cavalieri mongoli in Cina - Sputnik Italia
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L’etnia Han è fortemente maggioritaria nella Repubblica Popolare Cinese e raggiunge circa il 90 percento dell’intera popolazione. Tuttavia, nel Paese sono presenti anche altre minoranze e non sempre i loro rapporti con la maggioranza sono ottimali.

In alcuni casi sono oggetto di vere e proprie persecuzioni, soprattutto quando i territori in cui abitano sono zona di confine con altri Stati e da Pechino temono istanze separatiste.

  • È il caso dei tibetani (sei milioni e mezzo)
  • dei mongoli che abitano la Mongolia Interna (sei milioni)
  • e degli Uiguri dello Xinjiang (dieci milioni).

Di questi ultimi si è cominciato a parlare circa due anni fa quando si è cominciato a sapere dei “campi di rieducazione” in cui sono rinchiusi più di un milione di persone.

Dei tibetani si sa da tempo, grazie alla personalità e alla notorietà mondiale raggiunta dal Dalai Lama che vive in esilio da quando la Cina ha occupato il Tibet.

Dei mongoli si sa molto meno ma ne scriverò poco più sotto.

I "rieducandi" uiguri

In merito agli uiguri, turcofoni di fede islamica, ciò che i profughi che sono riusciti a fuggire hanno fatto trapelare è la distruzione delle loro moschee da parte delle forze di polizia cinese, la confisca dei corani, la proibizione del cibo halal e l’impossibilità di festeggiare la sera durante il mese di ramadan. Oltre al milione di “rieducandi”, anche i loro leader religiosi sono stati imprigionati.

Stupisce, a questo punto, che quei governi islamici che si mostrano così offesi da ciò che considerano blasfemie europee contro i simboli della loro fede siano tanto silenziosi in merito a quello che accade ai loro confratelli religiosi in Cina.

Dopo gli ultimi attentati terroristici in Francia commessi da islamisti fanatici cui Macron ha comprensibilmente dichiarato guerra, Erdogan ha usato parole di fuoco contro il presidente francese accusandolo di voler condurre una battaglia contro tutto l’islam.

La Cina musulmana - Sputnik Italia
La Cina musulmana

Molti turchi, certamente ispirati dal loro governo, hanno perfino lanciato l’invito a boicottare i prodotti francesi e altri governi di Paesi islamici, anche i più apparentemente moderati, hanno protestato formalmente contro le parole dell’Eliseo.

Non resta che pensare che la politica della “doppia morale” non sia esclusiva del mondo occidentale e che la convenienza politica o economica vinca sempre su scrupoli morali troppo spesso ipocritamente invocati.

Mentre i governi pakistani, indonesiani, e sauditi, sempre così attenti a difendere l’islamismo da quelli che considerano insulti alla loro fede in arrivo da occidente sono silenti, l’unico Paese mussulmano che ha saputo dire un no deciso a Pechino è la Malesia che si è rifiutata di estradare verso la Cina dei richiedenti asilo di etnia Uigura che vi avevano trovato rifugio nel 2019.

Tra tutti chi si è comportato e continua a comportarsi più ipocritamente degli altri c’è proprio la Turchia di Erdogan.

Fino a qualche anno fa, il Paese sembrava essere l’unico vero difensore degli Uiguri, sia in nome della fede condivisa, sia della comune origine turcofona ed ha accolto ben 500.000 uiguri. Poi sono cominciati i finanziamenti dalla Cina ed Erdogan si è dimenticato sia della religione che dell’etnia.

Anche l’Organizzazione delle Cooperazione Islamica non ha mai protestato contro gli abusi commessi contro gli uiguri e, dopo aver accettato fondi cinesi come finanziamento a propri progetti infrastrutturali, è arrivata perfino a firmare dei documenti che convalidavano il comportamento dei cinesi nello Xinjiang.

L’atteggiamento di questa organizzazione non è isolato e tutti sembrano supinamente accettare lo scambio tra il silenzio e il danaro cinese che arriva, magari all’interno della iniziativa riguardante la Nuova Via della Seta.

In effetti, è da anni che Pechino condiziona governi e politici di tanti Paesi con ricatti di questo tipo. Chiunque critichi anche minimamente la politica di Pechino viene immediatamente minacciato con strumenti economici e attraverso le sedi diplomatiche.

Tibetani e mongoli

La repressione non riguarda solo le minoranze musulmane ma anche quelle buddiste. Una regione cinese, la Mongolia Interna che ha lo status di regione autonoma, subito dopo l’annessione di questo territorio seguito alla seconda guerra mondiale è stata oggetto di “occupazione” da parte di cittadini cinesi di etnia Han invitati da Pechino a trasferirvisi.

Oggi gli autoctoni mongoli sono diventati una assoluta minoranza (il rapporto attuale è di 6 cinesi per ogni mongolo).

Come succede in Tibet e nello Xinjiang, anche nella Mongolia Interna le scuole precedentemente bilingue stanno scomparendo e i libri di testo e l‘insegnamento sono solamente in mandarino.

Lo scorso settembre gli studenti mongoli e le loro famiglie hanno tentato una protesta invocando il diritto a mantenere le radici della loro cultura ma la risposta del governo centrale è stata la pubblicazione di una lista di presunti capi della protesta e l’offerta di taglie per la loro cattura.

La vicina Mongolia (Stato indipendente) non osa protestare a favore dei mongoli che vivono in Cina perché l’80% del suo export è proprio indirizzato verso il potente vicino.

Quando, nel 2016, Ulan Bator aveva deciso di ricevere la visita del Dalai Lama, Pechino ha immediatamente risposto imponendo altissime tariffe di importazione sui prodotti di quel Paese. Si immagini cosa ciò abbia significato per la povera economia mongola.

La maggior parte dei mongoli di qua e di là dal confine pratica la fede buddista di tipo tibetano ma l’unica forma di buddismo accettato in Cina è quello praticato attraverso la Associazione Buddista di Cina, controllata dal governo.

Paradossalmente, gli unici Paesi che hanno osato protestare contro gli abusi cinesi nei confronti delle minoranze e le continue violazioni dei diritti umani sono stati proprio i Paesi occidentali, anche se non si può negare che pure in Europa i politici sensibili alle promesse di investimenti cinesi (nemmeno sempre mantenute) sono molti.

Come si sa, il denaro non ha odore e in tanti hanno capito che verso Pechino è meglio non avanzare critiche.

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