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Problemi di bilancio: i ricchi sauditi in cerca di creditori

© Sputnik . Alexey Vitvitsky Turki bin Salman, presidente del Saudi Research and Marketing Group (SRMG)
 Turki bin Salman, presidente del Saudi Research and Marketing Group (SRMG) - Sputnik Italia
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Il bilancio dell’Arabia Saudita non se la passa bene. L’unica speranza è la Saudi Aramco, società pubblica del settore petrolifero. Tuttavia, le entrate sono colate a picco e la multinazionale non è in grado di adempiere alle obbligazioni nei confronti dello Stato per coprire il deficit.

Secondo le previsioni, entro la fine dell’anno il debito del Regno potrebbe arrivare a 100 miliardi di dollari. Gli analisti non escludono che i sauditi facciano la fine del Kuwait.

Rivalutazione delle opportunità

Le cose andavano male già a marzo: i prezzi del petrolio hanno registrato un calo per via della brusca diminuzione della domanda di carburante durante la pandemia. Il principale esportatore di petrolio non era per niente pronto ad affrontare questa situazione. Il bilancio saudita per il 2020, infatti, si basava su 80 dollari al barile.

La situazione è peggiorata quando, dopo il rifiuto della Russia di convenire su restrizioni illogiche per il mercato, i sauditi hanno avviato la guerra dei prezzi.

Riad ha adottato la “politica di estrazione massima”: il governo ha ordinato a Saudi Aramco di incrementare di un terzo le esportazioni, da 9,7 a 12,3 milioni di barili al giorno.

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Al contempo i sauditi hanno posto in essere significative operazioni di dumping sul mercato europeo tentando di minare le posizioni russe: hanno offerto forniture di 10,25 dollari in meno rispetto al prezzo del Brent. Di conseguenza, i prezzi hanno registrato un calo da 51 dollari a febbraio a 32 in marzo e fino a 27 nel mese di aprile. Questa contrapposizione, però, ha colpito in particolare Riad stessa. Il prezzo da pagare per il dumping di aprile è stato troppo alto.

Infatti, per sostenere l’economia, il governo ha dovuto attuare provvedimenti impopolari: IVA triplicata, mancata erogazione dei redditi di sussistenza. Queste misure, però, non hanno nemmeno sortito gli effetti sperati.

Deficit enorme

Già nel secondo trimestre si prevedeva un deficit di bilancio di 50 miliardi di dollari. Ora si parla di 100 miliardi, ossia il 12% del PIL. Le riserve dell’economia del Regno sono molto inferiori rispetto a quelle del 2014, anno in cui si era verificato ennesimo crollo dei prezzi del petrolio.

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Da allora le riserve internazionali di Riad hanno registrato una contrazione di oltre 200 miliardi. E continuano a restringersi: a gennaio si attestavano su 500 miliardi, mentre ora a 448. Si è, dunque, costretti a contrarre debiti, non c’è altra scelta. Ad aprile Riad ha emesso obbligazioni a scadenza 5 anni per 2,5 miliardi di dollari, a 10 anni per 1,5 miliardi e a 40 anni per 3 miliardi. Questi ultimi sono i titoli di Stato a scadenza maggiore mai emessi nella regione del Golfo Persico.

Come osserva Moody’s, tutti i Paesi estrattori di petrolio stanno affrontando problemi al momento. “Non riusciranno completamente a compensare il calo delle entrate e questo provocherà un aumento del debito sovrano”, spiegano gli esperti. Si prevede che il debito dell’Arabia Saudita si attesterà al 30% del suo PIL.

Nel 2019 Saudi Aramco ha promesso di pagare i dividendi (75 miliardi di dollari l’anno per 5 anni). La maggioranza di questi fondi fa parte del bilancio reale. A marzo 2020 la società pubblica ha dichiarato che anche se i prezzi del petrolio calassero i dividendi saranno comunque staccati agli azionisti. Ma questo è difficile a credersi. Infatti, nel terzo trimestre le entrate si sono quasi dimezzate.

Ripartire

In tali condizioni il gigante del petrolifero ha ridotto le spese, tagliato posti di lavoro ed è pronto a vendere parte dei suoi asset. Ma comunque il rapporto di indebitamento è del 21,8%, ossia sensibilmente maggiore di quello di riferimento (compreso tra 5 e 15).

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Per la prima volta in un anno e mezzo Saudi Aramco si appresta a contrarre prestiti sul mercato per staccare i dividendi e adempiere alle obbligazioni nei confronti dello Stato. A seconda dell’esito delle trattative con gli investitori saranno collocate fino a 5 tranche di obbligazioni in dollari con scadenza a 3, 5 e 10 anni.

Il governo intanto ha ridimensionato i suoi obiettivi. Il Regno conta su un prezzo medio del greggio fissato a 50 dollari al barile nel periodo 2020-2023. Ma queste previsioni sono ancora una volta eccessive. Secondo le nuove previsioni della Banca mondiale, il greggio l’anno prossimo costerà in media 44 dollari. Mentre secondo il FMI, perché il bilancio sia sano nel 2021, Riad ha bisogno di un prezzo minimo di 66 dollari.

Lo scenario Kuwait

Gli osservatori parlano di una reazione tardiva dei sauditi. Se la situazione a livello globale non migliorerà, Riad rischia di fare la fine del Kuwait.

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Uno dei maggiori Paesi esportatori di greggio al mondo, il Kuwait per via della contrazione dei prezzi si è ritrovato sull’orlo del crack. L’erario di questo Paese, che per il 90% fa affidamento sui proventi della vendita del greggio, è talmente a secco che non ci sono nemmeno più i soldi per pagare i dipendenti pubblici. Il Ministero delle Finanze del Paese ammonisce in merito al rischio di default sociale. Anzitutto, infatti, si presenteranno criticità relative al pagamento degli stipendi dei dipendenti statali.

“Un giorno ci sveglieremo e scopriremo di aver perso tutti i nostri risparmi. Ma non perché non abbiamo controllato l’estratto conto, ma perché lo abbiamo controllato e non ci siamo fidati. Abbiamo pensato che i dati fossero dovuti a un errore della banca e siamo comunque andati a comprarci l’ultimo modello di Rolex”, così descrive la situazione Fawaz al-Sirri, direttore di Bensirri, società di comunicazione finanziaria e politica del Kuwait.

Sia il Kuwait sia l’Arabia Saudita sono stati tratti in inganno dalla consuetudine di fare affidamento sui petroldollari e sull’incapacità di ridisegnare per tempo la struttura dei consumi. È, però, arrivato il momento di pagare il prezzo economico di quelle misure. Per questo, ora le ricche monarchie petrolifere stanno cercando creditori.

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